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ERRORI DI ATTRIBUZIONE DI MUSEI E CHIESE NAPOLETANI


giovedì 14 gennaio 2021 di Achille della Ragione

Argomenti: Arte, artisti


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Prima Parte

Cominciamo un percorso tra i decumani visitando le chiese più prestigiose ed entriamo in San Paolo Maggiore, dove nell’ultima cappella a sinistra si può ammirare una splendida Annunciazione(logo), secondo la targhetta di ignoto, quando anche un semplice appassionato riconosce uno dei caratteri patognomonici presenti in tutti i dipinti del Marullo in cui vi è una fanciulla: un cono d’ombra sulla guancia sinistra.

Poche centinaia di metri e ci troviamo all’ingresso della chiesa del Purgatorio ad Arco, famosa per il culto delle”capuzzelle”, nella quale si conservano importanti dipinti, tra i quali, il primo entrando a sinistra, raffigurante San Michele Arcangelo che abbatte il demonio(tav. 12) per secoli è stato attribuito a Diana De Rosa, più nota come Annella di Massimo, fino a quando, alcuni anni fa, durante un restauro è comparsa la firma dell’autore: Girolamo De Magistro, di cui si conosceva un solo quadro ed ora grazie a questo è entrato a pieno titolo tra i protagonisti del secolo d’oro della pittura napoletana.

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Girolamo De Magistro San Michele Arcangelo abbatte il demonio

La storia dell’arte procede grazie all’occhio dell’esperto, ma soprattutto in virtù della scoperta di nuovi documenti, l’unico mezzo, se correttamente interpretato, in grado di fornire la certezza di un’attribuzione. La vicenda di cui tratteremo si basa proprio su di una fede di credito rintracciata nell’Archivio storico del Banco di Napoli da un infaticabile “segugio”: Vincenzo Rizzo, da quasi 50 anni impegnato, con passione certosina, a portare alla luce incessantemente testimonianze del nostro glorioso passato, da quel mare pescosissimo ed ancora in gran parte inesplorato, costituito dai documenti di pagamento degli antichi Banchi napoletani attivi dai primi del Cinquecento.

Nella chiesa del Gesù Nuovo, nel Cappellone di Sant’Ignazio, si trova uno splendido quadro di grandi dimensioni, rappresentante una Santissima Trinità e Santi (tav. 13), che nel corso dei secoli è passato attraverso le più altisonanti quanto fantasiose attribuzioni, dal Guercino a Battistello Caracciolo per finire ad Agostino Beltrano, il quale, in particolare, non poteva essere l’autore del dipinto per lampanti motivi iconografici e anagrafici…, ma nonostante tutto la targhetta col suo nome resiste imperterrita. Infatti, come segnalatoci gentilmente da padre Iappelli, un erudito gesuita che ha dedicato la vita a studiare i tesori della chiesa, nella tela in basso a sinistra sono rappresentati, in ordine di canonizzazione, i principali santi gesuiti, l’ultimo dei quali salito alla gloria degli altari nel 1617, mentre mancano quelli, anche se importanti, degli anni successivi.

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Giovan Bernardo Azzolino. Santissima Trinità e Santi

Il nostro Beltrano, nato nel 1607, aveva all’epoca poco più di 10 anni! Pittori dallo stile diversissimo, a dimostrazione che quando l’attribuzione si basa unicamente sull’occhio del conoscitore la cantonata è più possibile che probabile. E gli esperti che si sono cimentati nel cercare di dare una paternità allo splendido dipinto sono tra i più autorevoli, dal Galante, erudito ottocentesco, autore di una famosa ed insuperata” Napoli Sacra” agli autori della moderna guida della chiesa, fino al sovrintendente dell’epoca in persona, uno studioso dalla cultura indiscussa e dall’occhio poco meno che infallibile.

Sfogliando viceversa il Giornale copia polizze del Banco dello Spirito Santo al giorno 18 maggio 1617, come ha fatto diligentemente il Rizzo, guidato dal suo straordinario fiuto, unica bussola che lo guida nelle sue quotidiane ricerche tra milioni di documenti accumulati con un ordine disordine che solo in pochi sanno dominare, si sarebbe giunti a conoscere finalmente il nome del misterioso autore: Giovanni Bernardino Azzolino. “nel quale si poneranno tutti i Santi che si averanno da dipingere….quadro di ogni perfezione e squisitezza il quale sarà di altezza di palmi 14 e di larghezza di palmi 9…. di ponerci colori molto fini non solo nei vestimenti ma anche nell’aria aurea…”
Così recita la ritrovata fede di credito.

Ritorniamo in ambito museale nell’Istituto Suor Orsola Benincasa, dove è conservato uno scrigno prezioso, negato alla pubblica fruizione: la collezione Pagliara, ricca di decine di preziosi dipinti e degna di essere conosciuta da tutti per cui consigliamo di leggere un mio articolo sull’argomento digitando il link http://achillecontedilavian.blogspo...

In una delle prime sale ci accoglie una splendida tela di grandi dimensioni, una Sacra famiglia(tav. 14), attribuita a Francesco Fracanzano, intorno al 1635, una data importante per la pittura napoletana, che cominciò da allora a risentire della rivoluzione cromatica tendente ad addolcire il chiaro scuro caravaggesco. Il dipinto, a nostro parere, va viceversa assegnato a Cesare Fracanzano per le stringenti analogie con i suoi due quadri, firmati, conservati al Pio Monte della Misericordia.

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Cesare Fracanzano. Sacra Famiglia

Tra gli ultimi quadri esposti vi è uno splendido ritratto del musicista Niccolò Jommelli(tav. 15), da sempre ritenuto opera di Bonito, fino a pochi anni fa, quando un restauro ha messo in evidenza la firma della raffinata, quanto sconosciuta autrice, la pittrice tedesca Anna Dorothea Therbusch, che verosimilmente lo ha eseguito a Stoccarda nel 1764, argomento che ha costituito la tesi di dottorato di una giovane studiosa bolognese Giuliana Gualandi, che ho avuto l’onore di seguire nella sua fatica intellettuale. Passiamo ora ad un altro museo: Le Gallerie di Palazzo Zevallos, che hanno il raro privilegio di ospitare Il Martirio di S. Orsola, l’ultima opera di Caravaggio, ma soprattutto di poter far ammirare la corposa collezione del Banco di Napoli, che, dopo essere stata ospitata per decenni nel museo di Capodimonte ed un lungo periodo trascorso a Villa Pignatelli, hanno da tempo trovato una degna sede espositiva, in attesa, fra non molto, di trasferirsi di nuovo, nell’antica sede del Banco di Napoli in via Toledo.

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Anna Dorothea Therbusch. Ritratto di Niccolò Jommelli

Tra le tante opere esposte vogliamo porre in dubbio solo l’attribuzione di un dipinto: un superbo Sansone e Dalila(tav. 16) che viene esaltato come un capolavoro di Artemisia Gentileschi, mentre noi accogliamo una diversa ipotesi attributiva avanzata nel 1984 da Riccardo Lattuada, il quale, confortato dal parere di Ferdinando Bologna, riconosceva una mano diversa e proponeva la paternità di Domenico Fiasella, un pittore genovese, che ha lavorato più volte a Napoli, soprattutto nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi, vergognosamente chiusa da quasi 50 anni.

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Domenico Fiasella. Sansone e Dalila.