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MIO PADRE, UN ONESTO LAVORATORE

1° maggio 2020, Festa del Lavoro
venerdì 1 maggio 2020 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Celebrazioni/Anniversari


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In tempi di Coronavirus che ha colpito intere generazioni, il pensiero va alle generazioni passate, in particolare a quella dei miei genitori, i ricostruttori dell’Italia del dopoguerra. E avendo già descritto mia madre in un precedente articolo, in occasione della Festa del Lavoro del 1° maggio 2020, mi sembra giusto ricordare mio padre, lavoratore onesto e dignitoso.

Nato a Napoli nel 1916, papà non aveva avuto una vita facile, fin dall’infanzia: suo padre era morto durante la I guerra mondiale quand’egli aveva due mesi, poi sua madre si risposò e il patrigno lo mise in collegio. Spesso ci raccontava che era talmente piccolo che non riusciva a rifarsi il letto da solo nel convento di “Fatebenefratelli” a Posillipo (ora divenuto ospedale) e per la sua vivacità spesso finiva in castigo, “senza, frutta, senza dolce e faccia al muro”.

Continuò gli studi con l’aiuto delle zie e di varie borse di studio: quando sua madre morì, aveva solo 18 anni e cominciò a lavorare per iscriversi all’università. Desiderava diventare un bravo ingegnere, ma purtroppo lo scoppio della II guerra mondiale infranse quel sogno. Fu richiamato sotto le armi e servì la patria come ufficiale dell’aereonautica. Riuscì comunque a laurearsi in matematica e durante una vigilia di Natale degli anni ‘40 incontrò Ada, la mia futura madre: fu colpo di fulmine e si sposarono pur tra orrori, violenze della guerra e i distruttivi bombardamenti .

Diventò in seguito professore di liceo e fu molto amato dagli alunni per la sua severità unita ad equità, comprensione per i problemi dei giovani, gentilezza e humour molto “napoletano”. Un giorno un alunno che faceva caricature agli insegnanti, lo rappresentò alto, autorevole e imponente dietro una minuscola cattedra. Papà si divertì molto nel vedere quel disegno e lo conservò con cura in un cassetto del suo scrittoio.

Lavorava tanto Il prof, Salvatore D’Arbitrio, un vero stakanovista, e per sbarcare il lunario dava ripetizioni di pomeriggio (talvolta fino a notte inoltrata in caso di preparazione agli esami di maturità): la famiglia era numerosa (4 figlie!). Paragonavo talvolta mio padre a Robin Hood, poiché ai ragazzi poveri faceva pagare di meno anche se le sue lezioni duravano più a lungo, quando era necessario.

Mio padre non ci ha fatto mancare mai niente, sempre attento non solo al nostro benessere fisico, ma anche e soprattutto alla nostra formazione culturale ed umana. E anche se era affettuoso verso i genitori e i parenti di mia madre, non chiese mai loro denaro o favori, pur sapendo che provenivano da famiglia benestante e di nobili origini.

Tutto ciò che faceva e diceva con passione e impegno su scuola, istruzione, educazione, contatto con i giovani, è stato per me un esempio meraviglioso e così… sono diventata anch’io un’insegnante.

Amava libertà e democrazia e non sopportava estremismi di destra e di sinistra: di volta in volta dava il suo voto al partito che gli sembrava più convincente per programmi e idee. Non sopportava le persone false e bugiarde che farfugliavano imbarazzate davanti ai suoi grandi occhi indagatori, limpidi e sinceri, sempre alla ricerca della verità. Morì dopo molte sofferenze per una grave malattia e rottura di un femore. Nei pochi attimi di lucidità prima di andarsene, trovò per noi frasi piene d’amore ed incoraggiamento. Sapendo che attraversavo un momento difficile, a me disse: “Giovanna, forza, forza, forza!” e quelle furono le sue ultime parole.

Ci venne così a mancare una guida forte e amorevole. Anche i nipoti ricordano con affetto Nonno Salvatore, uomo onesto, dignitoso e saggio, sempre gioioso (“Alleluia!”, era l’esclamazione preferita in caso di buoni risultati da loro conseguiti), pronto alla battuta di spirito, oppure a dar loro consigli, lezioni di matematica e quant’altro

Forse è stato meglio per lui andar via da questo mondo quando ancora esistevano tante persone oneste come lui, quando i valori e i principi in cui credeva erano ancora saldi in un’Italia di onesti lavoratori che non conoscevano ancora le devastanti conseguenze della globalizzazione, quando le famiglie erano numerose con parentele estese fatte di zii e cugini, e soprattutto quando erano ancora unite e solidali, disposte all’aiuto reciproco, quando i vecchi non morivano negli ospizi e venivano assistiti fino alla morte in famiglia con amore, quando ci si frequentava tutto l’anno, non solo a matrimoni e funerali o una volta tanto a Natale.

E per concludere, caro papà, spero che tu sia in un posto pieno di pace, sempre insieme alla tua amata Ada, come in quella lontana Vigilia di Natale in cui vi incontraste. (http://www.scenaillustrata.com/publ... )

Giovanna D’Arbitrio