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Di SANDRO MEARDI
martedì 5 marzo 2019

Argomenti: Media, TV e Internet


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Le notizie flash sul display dello smartphone ci fanno a volte sorridere, altre volte indignare. Tra verità e fake news, l’utilizzo di un servizio d’informazione non è mai stato lasciato all’interpretazione troppo spesso trascurata, dai suoi fruitori come accade oggi.

All’inizio fu l’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) quando, nel 1927, il fascismo trasformò l’allora Unione Radiofonica Italiana (URI) nella società radiofonica di regime in onde medie e corte.

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EIAR ROMA

Soltanto con la nascita di Radio Londra, curata dalla BBC inglese nel 1938, che trasmetteva il notiziario anche in italiano, su tutto il continente europeo, l’informazione che viaggiava nell’etere conobbe voci “fuori dal coro”. Memorabili restano le sue cronache durante il 2° conflitto mondiale, nonché i suoi messaggi cifrati redatti dagli Alti Comandi Alleati e destinati alle unità della resistenza al nazi-fascismo.

Con l’avvento della televisione, vennero poi i telegiornali intorno ai primi anni cinquanta del secolo scorso, ove l’informazione del giorno era letta da giornalisti in studio. Ma era pur sempre informazione a senso unico, stante il monopolio di Stato detenuto dalla RAI.

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RADIO LONDRA

Fu negli anni settanta, con l’irrompere dell’emittenza radiotelevisiva privata, che l’informazione diventa, almeno in linea di principio, pluralista, dando così modo ai telespettatori di valutare la medesima notizia “confezionata” secondo criteri diversi e, soprattutto, accompagnata da approfondimenti (rubriche quali “dentro la notizia”, sono ancora oggi molto seguite) che però nascondono l’insidia dell’opinionista di turno o opinion maker che, in quanto tale, per la carica che ricopre e/o per prestigio vero o presunto di cui gode, è capace d’influenzare l’opinione pubblica.

Con l’immissione sul mercato dell’elettronica high technology, applicata ai telefonini di ultima generazione, capaci quest’ultimi di restare connessi ad internet h.24 per 365 giorni l’anno, l’informazione o quella che resta dal suo lancio originario, assume i caratteri, attraverso i social media, di un “bene” circolare e globalizzato. La sua origine diventa ambigua; la fonte incerta e la sua veridicità fortemente dubitabile, in assenza di una qualsivoglia verifica.

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RAI

Già all’atto dell’acquisto del telefonino, troviamo in esso memorizzate funzioni (le c.d. applicazioni o app) alcune delle quali svolgono il compito dello “strillone” di ieri l’altro, quando vendeva giornali per la strada urlando l’ultima notizia. Ma sul nostro inseparabile smartphone, non c’è mai l’ultima notizia; bensì troviamo una sbornia di notizie, capace di renderle inservibili se non ad una attenta, ragionata e possibilmente approfondita valutazione, magari confrontando quella che c’interessa attraverso un altro mezzo d’informazione. Come un ubriaco, stentiamo ad orientarci, finendo per annegare in quel bicchiere di melassa avvelenata che hanno raccontato, soprattutto alle giovani generazioni, essere la democrazia del web.

Nel mare magnum informativo che quotidianamente ci assale con milioni di bit e di pixel, ecco infine presentarsi l’insidia più grande. La madre di tutte le notizie. La falsa notizia o fake news, in grado di propagarsi come un virus e, come un virus, capace di contagiare anche solo con un clik migliaia d’ internauti. Nel più “innocente” dei suoi scopi la fake news, o bufala, come spesso è anche chiamata, svolge la funzione sensazionalistica di attirare la curiosità del mal capitato, quanto meno per essere indotto a guardarla e con ciò esporsi ai banner pubblicitari che l’accompagnano.

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Foto obiettivo.news

E’ una strategia subdola di marketing pubblicitario d’accordo, ma che ovviamente può prestarsi anche a sofisticate strategie politiche, volontà nascoste di disinformazione e a dirigere, in ultima analisi, gusti ed opinioni di chi, con troppa leggerezza, si affida totalmente all’idolo d’oro dei tempi che corrono.

Foto logo: secoloditalia.it