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L’ATTUALE MONDO DEL LAVORO E I GIOVANI

Licenziamenti in tronco, delocalizzazioni e fusioni, disoccupazione, competizione, con uno sguardo particolare ai giovani e al Meridione
lunedì 1 maggio 2017 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Attualità
Argomenti: Politica
Argomenti: Italia


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Una crisi epocale sta modificando il mondo, facendo vacillare nei paesi europei welfare state, benessere, pace, democrazia e libertà. Così mentre il terrorismo cerca di destabilizzare l’Occidente, devastanti guerre affliggono Africa e Asia portando milioni di profughi sulle nostre sponde e purtroppo, come se non bastasse, tutto ciò porta ad egoistici fenomeni di chiusura verso i paesi meno ricchi dell’EU che rischia di sfasciarsi sotto l’avanzata di razzismi e populismi.

Per effetto della deleteria Brexit e delle scelte politiche di Trump, inoltre, ottenere un posto di lavoro e conservarlo in U.K. e in altri paesi più ricchi, certamente è diventato più difficile per laureati con la valigia e migranti in genere.

Dispiace veramente costatare tutto ciò. Molto doloroso, in particolare per i genitori del Sud, veder partire i propri figli per paesi stranieri con l’amara costatazione che ora anche là si corre il rischio di una diminuzione di opportunità di lavoro, con incremento di precarietà e mobilità.

Un altro fenomeno inquietante è il modo disumano e distaccato in cui avvengono riduzioni di personale con licenziamenti in tronco per delocalizzazioni, fusioni e quant’altro. Una volta erano le aziende stesse che provvedevano ad espletare questo triste compito con gli addetti all’ufficio del personale. Oggi invece esse si rivolgono ad agenzie esterne o a “tagliatori di teste” per rendere l’evento più impersonale e freddo. Addirittura in certe aziende può capitare che arrivi ai malcapitati una mail di licenziamento ex abrupto ed essi devono lasciare su due piedi il posto di lavoro, consegnando tablet, chiavi di auto e quant’altro era stato dato loro in dotazione dall’azienda! Insomma i contatti umani vengono immolati oggi sull’altare dell’arido ed egoistico mondo economico-finanziario che pensa solo ai profitti, senza alcun rispetto umano verso “le persone” e senza dare tante spiegazioni. Altro che articolo 18!.

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Delocalizzazione

Dov’è andato a finire il senso di appartenenza nelle aziende che ogni tanto spostano il personale qua e là dove fa loro più comodo o licenziano in modo indiscriminato? Dove sono i rapporti di amicizia con i colleghi di lavoro? Dove sono i legami con il proprio paese, con le proprie radici, con parenti ed amici? Quante giovani coppie si vedono soltanto durante i weekend? Quante tra esse riescono ad arrivare al matrimonio? E se ci arrivano quante riescono ad andare avanti, senza divorziare coinvolgendo anche i figli? Paradossalmente poi sono proprio i più bravi ad andarsene all’estero a volte, soprattutto se vivono qui al Sud e non si avvalgono di un sistema clientelare. Ho sentito giovani che rimproveravano i loro genitori “per averli incoraggiati a studiare con serietà!

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Conpetività sterile

Eppure vari politici hanno definito i giovani di oggi con termini spregiativi, quali “fannulloni”, “bamboccioni”, choosy, “sfigati”, propensi a sfruttare i genitori e incapaci di affrontare la vita: come al solito si generalizza in modo superficiale considerando solo gli effetti del fenomeno senza discernere, facendo di ogni erba un fascio, senza risalire alla diversità delle cause che lo generano. E in questo contesto particolarmente drammatica appare la situazione dei giovani del Sud.

Secondo le statistiche i giovani meridionali delle classi sociali medio-alte in genere studiano con serietà e si diplomano o si laureano con buoni voti, ma solo una parte di essi riesce a trovare un posto di lavoro al Sud grazie a al sistema clientelare, mentre, gli altri sono costretti ad emigrare al Nord o all’estero. Quelli più poveri, se sono onesti, si arrangiano con lavori molto umili, affrontando la concorrenza con gli extracomunitari che si accontentano di salari più bassi oppure, quasi per successione, di padre in figlio, entrano nella criminalità organizzata.

Eppure tanti laureati con la valigia partono con la speranza di ritornare, di acquisire maggiori competenze per poi spenderle qui al Sud, nelle loro regioni, ma il rientro non è facile per molti motivi. In effetti i nostri brillanti e creativi giovani meridionali si distinguono appena mettono i piedi fuori dall’Italia e fanno rapidamente carriera ma, quando cercano di rientrare, i risultati così duramente conquistati spesso non vengono adeguatamente riconosciuti. Ci auguriamo, pertanto, che i politici italiani si occupino del futuro dei giovani, invece di litigare tra loro.

Ovviamente tale sistema porta ad una aggressiva competizione per conquistarsi un posto di lavoro e poi conservarlo. Secondo il noto psichiatra, docente universitario e scrittore Mauro Maldonato, “Il termine competizione (dal latino tardo competitio) designa la gara, la lotta, il misurarsi con qualcuno per la conquista di un primato. La competizione si manifesta nello sforzo attraverso il quale individui e gruppi cercano l’affermazione e testimoniano la propria condizione di soggetti interagenti con gli altri. Come ambito molteplice di azione interumana, essa racchiude i campi dello scambio amichevole, dal gioco alla competizione sportiva, fino a fenomeni di violenza e distruttività. In ogni caso, lo stato competitivo individua e rivela la formazione di meccanismi gerarchici tra singoli individui interagenti e tra gruppi sociali”.

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Mauro Maldonato

Tralasciando per un attimo tali dotte definizioni e immergendoci nella vita quotidiana, possiamo costatare senz’altro che la competizione galoppante, o competitività come oggi si preferisce dire, ha raggiunto livelli stratosferici in una “lotta al coltello” soprattutto in campo lavorativo: pilotata da free trade e deregulation, essa accresce il livello di competitività internazionale con il quale soprattutto i paesi in crisi devono confrontarsi, dovendo competere con altri paesi sia per attrarre nuovi investimenti e nuove imprese, sia per offrire il massimo dei profitti a basso costo.

Ovviamente milioni di persone sono messe sotto pressione da tale sistema che si espande e si rafforza. La lotta per conquistarsi benessere e spazi sempre più esigui si sta impadronendo delle nostre vite in molteplici campi, favorendo comportamenti aggressivi non solo nei rapporti di lavoro, ma in tutti i rapporti umani.

Be competitive!”, il nuovo slogan dell’economia, in effetti si sta infiltrando sottilmente anche nei processi educativi in famiglia e a scuola. Fin dalla culla i bambini sono nutriti con il latte della competizione, spinti da pressanti paragoni con questo o quel bambino

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William Edwards Deming

Perché allora non riscopriamo collaborazione, empatia, aiuto reciproco e solidarietà? “La competizione porta alla sconfitta. Persone che tirano la corda in due direzioni opposte si stancano e non arrivano da nessuna parte”, asserì William Edwards Deming, famoso docente, saggista e consulente statunitense che si attivò per insegnare le basi del controllo statistico della qualità nelle produzioni industriali.

In un’altra sua affermazione precisò che dobbiamo imparare tutti a lavorare all’interno di un sistema, perché “ogni persona, ogni team, ogni divisione, ogni reparto, ogni componente non deve esistere per trarre un qualche vantaggio individuale o per competere con gli altri ma solo per contribuire all’intero sistema in un’ottica win-win’.

Deming con tali idee si batté per “la qualità” nelle produzioni industriali ed ebbe successo, perché allora non ci serviamo oggi di questi principi per migliorare soprattutto la “qualità della vita”?