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L’Uomo e l’Artista: Tolomeo Faccendi.

Perchè la memoria della sua intensa scultura non sia perduta
lunedì 1 febbraio 2016 di Giuseppina Scotti

Argomenti: Arte, artisti


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Tolomeo Faccendi: “…….Io sono uno e lo so. E’ perché lo sono che ho sopportato tanti dolori, per seguire la mia via…..Quello che mi dispiace di più non è tanto la miseria quanto i continui intralci alla mia arte che non posso realizzare come sento e che potrei raggiungere se la miseria non mi legasse le braccia.”

Questa la sofferenza di un uomo, di un artista, che anche Sgarbi seppe notare particolarmente capace nella scultura, durante una sua visita ad una collettiva di artisti a Grosseto, ma che ha saputo continuare, caparbiamente, ad operare e creare.

Nato nel 1905 a Grosseto, è citato ne: “Gli scultori italiani del XX secolo”, ma, come altri validi artisti maremmani, sia dell’’800, che del ‘900, quali Aldi, Pascucci, Pacini, Rosignoli,Gentili nella pittura, non ha avuto e non ha riconoscimenti reali per il valore che le sue sculture possiedono e non gli è data la giusta valutazione che egli, in effetti, possiede nel campo della scultura nazionale.

La sua vita non è stata facile, del resto come per tanti cultori dell’arte: nel 1929 ebbe inizio la sua operatività, strano a dirsi, dopo un incidente che lo aveva costretto ad una lunga immobilità.

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Grosseto Scultura di Faccendi

La cera fu la sua prima materia scultorea e l’aiuto della madre, che scambiava piccoli lavori di cucito con la cera dei lumini ormai consumati del cimitero, fu fondamentale per reperire questa materia prima, atta a fargli iniziare a plasmare l’elemento secondo il suo estro e la sua passione feconda.

Nella famiglia anche la nonna Bernieri aveva un vena particolare, quale sarta estremamente estrosa e originale e, nella sua famiglia, figurano pure una poetessa e una pittrice.

Il suo carattere di maremmano verace, rude, forte, schivo e riservato, ma anche arguto, quasi sferzante, con un attaccamento quasi viscerale alla propria famiglia e alla terra di origine, la sua semplicità tipica dei grandi, probabilmente, gli hanno impedito di spiccare il giusto volo che avrebbe meritato e di fargli incontrare altri spazi per ottenere meritati onori e riconoscimenti: si è sempre tenuto fuori dai clamori e la sua modestia è proverbiale.

Lo ricordo, esprimente il suo amore profondo per la Maremma e la famiglia, sue intense ragioni di vita, come già espresso, nella troniera delle Mura Medicee di Grosseto, in mezzo a tralci d’edera rigogliosa, a rosai splendidi e ben curati, che effondevano il loro profumo ovunque, mentre seguiva gli allievi, quei giovani desiderosi di apprendere da lui l’arte e i suoi segreti e ai quali insegnava benignamente.

Amava fortemente il teatro, la lettura e la musica e tutto questo sentimento per le arti influiva positivamente sul suo ingegno artistica.

Forte, come ho detto, il rapporto con la famiglia, la moglie e tre figli con un’ interazione speciale con la figlia Mara che, ancora oggi, vive intensamente nel suo ricordo, perché in lei prosegue anche la profonda stima verso il padre, oltre che l’amore filiale che a lui la univa e ricorda l’aperto dialogo che esisteva fra loro, in comunione intensa di pensiero e di passioni; era severo con i figli quel tanto che i tempi richiedevano, ma, proprio la figlia Mara narra di quanto spesso si sedeva sulle sue ginocchia, fra le sue braccia forti, fino al suo matrimonio e poi, in questi slanci affettuosi sostituita dalla figlia.

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Puledro_di_Faccendi

E anche la nipote Marisa ripensa e ripercorre la vita dello zio, con rispetto, ma pure affetto profondo, perché a suo modo, il Faccendi sapeva dare amore e le persone accanto lo percepivano e ne gioivano. E lo ricorda in bicicletta, quella che non abbandonava mai, neppure quando era del tutto consumata, proprio da gettare via e lei stessa lo invitava a buttarla, anche per timore di una caduta, pedalare verso casa o lo studio dove trascorreva la maggior parte della sua giornata a immaginare, lavorare, plasmare, creare.

Redasse un originale quaderno di appunti, dal 1930 al 1971, nel quale sono elencate, anno per anno, tutte le sue opere con il titolo e l’ubicazione delle stesse, mentre, oggi, nel suo archivio, presso la famiglia, si possono apprezzare bozzetti preparatori, fotografie e consultare lettere, articoli giornalistici, locandine e pieghevoli di mostre: il tutto narra l’intensa attività artistica, cha la città di Grosseto ha voluto testimoniare attribuendogli, nel 1968 ( morirà nel 1970 ), l’ambito riconoscimento del “Grifone d’Oro”.

La nostra città è una “raccolta” all’aperto o meno delle sculture di Tolomeo Faccendi.

Per ricordarne alcune: l’imponente statua del Gesù, alta 4 metri, in bronzo e ricoperta d’oro e che s’innalza sulla Chiesa del Sacro Cuore; il Buttero, simbolo maremmano, nel piazzale della Stazione, quale bellissima immagine, perché la “memoria non scolori” e che accoglie i viaggiatori; la statua di San Francesco, così ieratico ed espressivo; il busto di Garibaldi per il monumento allo stesso a Cala Martina, dove si staglia in mezzo alla macchia mediterranea; sempre per la Chiesa del Sacro Cuore, sulla facciata, 4 statue in bronzo raffiguranti gli Evangelisti, le formelle per la Via Crucis e la “Pietà” o “Deposizione”, senz’altro il capolavoro dello scultore e che rappresenta l’ultima maniera a cui lo scultore è pervenuto a superamento delle precedenti “Stazioni della Via Crucis”, ma sue opere si trovano esposte anche fuori Grosseto, con riconoscimenti nazionali, che, comunque, non hanno certo colmato la mancanza grave di giusta valutazione nei confronti di questo peculiare artista.

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Basilica del Sacro Cuore di Gesù (Grosseto) 4 statue di Faccendi

Famoso e particolarmente efficace e di grande effetto il Monumento ai caduti nel centro della piazza di Roccastrada, paese della nostra provincia, in cui il Faccendi si è veramente espresso ad alto livello creativo e compositivo .

Un cospicuo furto decimò la sua produzione quando egli era ancora in vita apportandogli un intenso dolore e rammarico, ma più lo rese profondamente frustrato la grave malattia che lo colpì, negli ultimi anni della sua esistenza, proprio alle mani, togliendogli, quindi, proprio l’uso di quei mezzi che avevano resa possibile la sua arte, il suo agire, il suo produrre: una spina nel cuore dell’artista che si vide privato della sua fattività, del suo poter plasmare la materia rendendola così “viva”, così efficacemente costruita ed estremamente valida. I posteri, comunque, potranno ammirarla in tutta la sua plasticità e mordente attraverso tutto ciò che adorna la città e tutti gli altri luoghi dove troneggiano le sue opere scultoree.

Le sue parole sono significative e desidero riproporle: “ ….il mio creare artistico è nel mio cervello e non altrove e io non so perché non mi lascio deviare dagli altri e perché faccio quello che sento in me…….” e appaiono come un testamento spirituale , che lo rivela e lo narra quale era: un artista alla ricerca di sé e di tutto un mondo intensamente vissuto e da vivere e scoprire, introspettivamente ricercato e trasferito nella realtà quotidiana, negli impegni familiari e nel combattere le contingenze di ogni giorno e tutto ciò fece sì che ne scaturisse uno scultore a “tutto tondo”, come per Leonardo la “scultura a tutto rilievo”. E’ proprio da tali considerazioni che erompe, appunto, la sua personalità autentica di autore capace, efficace e di intenso valore, che reca onore alla sua Maremma, tanto amata.