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IL DIPINTO


venerdì 17 febbraio 2006



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PREFAZIONE

Dire che questo racconto è un vero e proprio giallo non è esatto. Certamente, a conti fatti, ci si trova sempre alle prese con un caso di omicidio ma questo, pur essendo forse il protagonista tra tutti gli elementi che costituiscono un romanzo poliziesco, in questa storia assume un ruolo quasi di secondo piano.

Quindi, posso affermare, che gli elementi principali di questo giallo sono il particolare ambiente, le circostanze in cui l’assassino agisce e, perché no, il mistero.

Spesso nella vita ci si sente prigionieri della quotidianità, sembra impossibile rompere il ripetuto e noioso ritmo di ogni giorno ed inevitabilmente, non riusciamo a non scontrarci con la solita e sempre più falsa società.

Tutto ciò è quello che ho sempre pensato, fino a quando un sabato sera d’inverno non sono stato partecipe di un accadimento a dir poco sorprendente.

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Ma permettetemi di presentarmi: il mio nome è Desmond Faulks, sono uno studente di architettura all’università Laurence di Londra. Ciò che sto per raccontarvi ha a che fare in qualche modo con la mia attività universitaria; in effetti è li che ho conosciuto il mio gruppo di amici Eric, Dylan, Dwight, Maida e Mabel ed è con loro che ho vissuto questa stupefacente, e ci tengo a sottolinearlo, storia.

.... Era il solito sabato invernale e come ormai di buona norma ogni studente e il suo gruppo di amici cercava di trascorrerlo nel modo migliore possibile, in modo tale da togliersi dalla mente una dura e lunga settimana passata col muso sui libri.

Per quel fine settimana avevamo pensato ad un’ escursione per una delle campagne che si trovavano molto al di fuori della periferia londinese. Il tempo non prometteva nulla di buono, ma questa circostanza anziché intimorire, eccitava alcuni di noi. Certamente non me. Un fatto curioso da raccontare è che nella nostra comitiva di quasi tutti venticinquenni, c’era una sola patentata; in effetti Mabel ogni volta doveva accollare il peso di sei persone sulla sua modesta macchina. Lasciando da parte tutti i particolari e pensandoci bene, non sembrava affatto che quel giorno potesse riservare qualcosa di veramente strano a tutti noi, o forse proprio in quella normalità cosi vera e cosi usuale si nascondeva quell’impossibile che solo attraverso la fantasia e l’immaginazione l’uomo può pensare.

Quelli che erano stati i miei sospetti iniziali si verificarono; durante quel viaggio pomeridiano in macchina, il tempo rispettò le sue aspettative: un forte temporale stava per abbattersi complicando il proseguimento del nostro viaggio verso la campagna.

“Io lo avevo detto!”, questa era l’esclamazione che avrei voluto far uscire dalla mia bocca se non fosse stato per l’inconveniente di apparire il ragazzo lamentoso del gruppo.

“Dobbiamo assolutamente trovare un riparo, prima che questa bufera ci blocchi definitivamente sulla strada!” disse Dylan; in effetti l’unica soluzione accettabile era quella, visto e considerato che essendosi bagnata la calotta, la macchina stentava nel rimettersi in moto.

Come da copione, fui io a prendere in mano la situazione e a tentare di cercare un rifugio per ripararci. Forse era presunzione, ma ancora una volta mi sentivo l’unico ragazzo del gruppo ad avere la testa sopra le spalle; gli altri si comportavano in modo irresponsabile, proprio come fanciulli di primo anno di liceo.

Eric era come al solito il più infantile, non desiderava altro che stuzzicare Mabel anche se sapeva che non era interessata a lui. All’improvviso apparve davanti ai miei occhi un vecchio casale che aveva tutta l’aria di essere abbandonato; Realizzammo subito che era ciò che faceva per noi, così ci accostammo per chiedere ospitalità....

.... Sembrava la scena di un film dell’orrore: il temporale si stava facendo sempre più impetuoso e noi completamente bagnati con la macchina in panne, cercavamo rifugio in un vecchio casale di campagna dall’aspetto sinistro.

Il fatto che non ci fosse luce all’interno e che la porta principale non fosse chiusa, fece ben intendere che nessuno abitava in quel luogo. Non potete immaginare quanto l’eccitazione dei miei amici stava salendo; Dwight era al settimo cielo! Si sentiva protagonista di un’avventura straordinaria. Chi non la pensava come lui, eravamo io, che continuavo a stancarmi sempre di più di quella situazione, e Maida, la quale appariva particolarmente turbata.Entrammo all’interno della casa completamente buia, Eric testando qua e là riuscì a trovare un portacandele che accese con il suo accendino.

Con l’arrivo dell’illuminazione, i nostri occhi furono tutti attratti da un punto della stanza. Guardavo gli sguardi meravigliati degli altri e non potevo fare altro che stupirmi anch’io nell’ammirare quel grande, quanto spettacolare dipinto, che occupava tutta una parete dell’ ampio salone. Ma la cosa più sorprendente era ciò che rappresentava la tela: una coinvolgente scena di un delitto.

Si, coinvolgente era l’aggettivo adatto. In effetti c’erano rappresentate sei figure, di cui quattro maschili e due femminili che si adagiavano in una grossa stanza, la quale corrispondeva perfettamente al soggiorno dove noi eravamo. Dylan fece notatre che il numero delle persone rappresentate nel dipinto, distribuite in uomini e donne, era esattamente il nostro.

In effetti c’erano ravvisate: un uomo che sul grande mobile vicino la finestra stava accendendo un portacandele, un altro che si versava da bere servendosi da un banchetto dei drink, altri due che sembrava stessero passeggiando su e giù per la stanza, giudicando dal modo in cui tenevano le braccia, ed infine la vittima; una donna che stava seduta sulla grande poltrona vicino al camino con un pugnale conficcato alle spalle. L’altra donna era in piedi vicino a lei. Fissavo sbalordito il grosso sofà vicino al caminetto e riuscivo ad immaginarmi una delle nostre due amiche, Maida o Mabel lì seduta con un coltello infilato nel corpo. Effettivamente le due ragazze si erano impressionate e tentavano ripetutamente di persuaderci a lasciare quel misterioso posto. Eric era tutt’altro che impaurito, anzi affermò che passare la notte lì sarebbe stato molto affascinante. Anche Dwight la pensava in quel modo, infatti si diede da fare a cercare della legna per accendere il fuoco.

Finimmo per trattenerci tutta la serata in quel posto, viste le condizioni avverse del tempo. Sembrava essere tornata un po’ di tranquillità in noi, anche se non era del tutto sincera; tutti eravamo assorti nei nostri pensieri e sembravamo parlare da soli, quasi evitando di far diventare il timore e le sensazioni di ognuno motivo di discussione. Continuavo a versarmi da bere, i drink mi aiutavano a far passare il tempo di quell’insolita serata, caratterizzata da una particolare situazione; sembrava ci sentissimo condizionati nel nostro comportamento dalle figure del dipinto.

Ad un tratto una forte ventata fece spalancare le finestre. Le candele si spensero ed il buio più completo accompagnato da un silenzio di tomba ci circondarono. Un urlo! E poi di nuovo silenzio. Eric riaccese le candele ad una ad una, al tornare della luce la realtà che comparve ai nostri occhi fu terrificante, ciò che fino a pochi minuti fa era illusione consumata in una concentrazione di colori su una tela, ora si era concretizzata per via di un malvagio mistero.

Mabel era morta sulla poltrona di fronte al caminetto uccisa da un pugnale che aveva conficcato sulla schiena.

Volsi lo sguardo verso il dipinto e mi accorsi ahimè, che tutti noi rappresentavamo perfettamente il quadro. A cominciare da me che ero al banchetto dei drink che mi versavo da bere, Eric che stava vicino al mobile della finestra accendendo le candele, Dylan e Dwight che fino ad un momento prima passeggiavano per la stanza e Maida che prima dell’orribile delitto, stava discorrendo vicino all’altra figura femminile: Mabel, alla quale è toccata la parte più difficile di tutte, quella della vittima.

Nessuno aveva la forza di prendere la parola, forse ci sentivamo ancora vittime di un inganno dei sensi; Maida scoppiando in un pianto disse: “Tra di noi si nasconde un orrendo assassino”....

P.S.

POSTFAZIONE

Nel fantastico rapporto che intercorre tra scrittore e lettore di gialli, la soluzione dell’intricata vicenda presentata dallo scrittore nelle ultime pagine del racconto, è sicuramente il momento più atteso da chi legge in virtù del fatto che finalmente può porre fine alle mille supposizioni e spiegazioni dei fatti elaborate dalle sue cellule grigie.

Per quanto riguarda il punto di vista di un modesto scrittore quale io sono, anche chi sta dalla parte della penna ama in modo particolare il momento in questione, l’ora di scoprire le carte e di imprimere nel volto del lettore lo stupore. Certamente “meravigliare” non è sempre possibile, ma spero vivamente di riuscirci con la soluzione di IL DIPINTO.

...Ciò che Maida aveva detto era pura verità; non c’era altra spiegazione, tra di noi si nascondeva un terribile assassino di mentalità perversa che era riuscito a trasformare quanto c’è di irreale in un dipinto in tragica realtà.

Fissavo gli sguardi di ognuno, addormentati dalla sbalorditiva quanto coinvolgente e assurda bellezza del dipinto. Si! quella tela non aveva smesso di essere protagonista, da quando avevam messo piede in quel casale ad ora, occasione in cui quanto c’era di utopistico era divenuto concreto. O forse no! tutto quello che era accaduto sarebbe solo stato un innocente scherzo dell’immaginazione. Per quanto io mi potessi sforzare, conoscendo ormai da anni i miei amici, non riuscivo a figurare nella mente che l’artefice di tutto quello che io continuavo a chiamare sogno, fosse uno di loro.

“Ed ora cosa facciamo?”, disse Dylan; era uno dei pochi che riusciva a richiamare l’attenzione di tutti noi. Realizzare, capire, spiegare, era quanto di più difficile si potesse pensare di fare, anche se era ciò che tutti ci auguravamo: far concludere questa orribile vicenda nel migliore dei modi ma soprattutto il più presto possibile, senza dar modo all’atroce assassino di divertirsi ancora a guardare le facce sconcertate di ognuno di noi.

Il temporale era finito; guardai fuori dalla finestra e vidi l’incantevole quiete che si presenta dopo ogni burrasca. Il tempo rappresentava in qualche modo la situazione che si era venuta a creare dopo il delitto; un silenzio ed una pace indescrivibili dei quali si ha una concezione solamente vivendoli in prima persona.

“Bisogna assolutamente fare qualcosa! Ormai non piove più e non possiamo restare con le mani conserte; carichiamo il cadavere sulla macchina e avvertiamo la polizia”.

La proposta di Eric era quella più plausibile, non potevamo far trascorrere l’intera nottata, ciò poteva significare fare il gioco dell’assassino.

Lasciammo il casale in assoluto silenzio, uscii per ultimo e prima di tirarmi la porta dietro osservai di nuovo la stanza; ero ancora incredulo, non volevo svegliarmi da quel sogno se ero ormai cosciente del vero...

UN MESE PIU’ TARDI....

In una calda serata, una macchina intraprese la stradina che conduceva al vecchio casale. Arrivato dinanzi ad esso fermò l’automobile e spense i luminosi fari antinebbia. Un uomo scese dal veicolo e mentre accendeva la sigaretta fissava con sguardo particolare il grosso casermone. Entrò all’interno e si recò direttamente verso il portacandele posto sul mobile vicino alla finestra. Fece luce e portò immediatamente i suoi occhi verso il suo capolavoro appeso alla parete di quella grossa camera. Con un lieve sorriso stampato sulle labbra, si accinse a tirar fuori del materiale dalla valigetta che aveva portato con sè. Con la sicurezza di chi ha pitturato sin da bambino, iniziò a dosare una serie di colori in una vaschetta e con un pennello finissimo si apprestò a fare ciò che ogni artista fa al compimento del suo capolavoro: firmarlo.. col nome di Desmond Faulks.

Stefano Polidori

(Foto di L.De Vita)