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… all’isola di Ponza si è fermata ….

La Spigolatrice di Sapri ambasciatrice dell’isola in Italia
venerdì 20 maggio 2011 di Luciano De Vita

Argomenti: Storia
Argomenti: Ricordi


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Ecco dove sono inciampato in quest’anno del 150° anniversario dell’unità d’Italia nella mia ultima visita a Ponza.

Ospite nella accoglientissima cornice del Sunset Village a Le Forna, dove si godono degli splendidi scorci sulla baia di cala Feola e una vista da favola sull’isola di Palmarola, particolarmente al tramonto, ho trovato un libricino sull’anniversario dello sbarco a Ponza 27 giugno 1857 – 27 giugno 2007 di Carlo Pisacane, edito, a quel che si capisce, dal Comitato per le celebrazioni del 150° e dalle autorità locali, comunali, provinciali e regionali. Una sessantina di paginette, che credo sia difficile reperire, interessanti e piene di curiosità storiche con le quali ho avuto l’occasione di rinfrescarmi la memoria su alcuni particolari della storia del nostro risorgimento.

Dalla sintetica cronologia del napoletano Carlo Pisacane (1818), ho appreso che il giovane tenente borbonico, diplomato alla scuola militare Nunziatella, nel 1847 insofferente fuggì dal Regno di Napoli e a Parigi e Londra fu in contatto con gruppi di esuli delle rivoluzioni dei primi anni ’20 e ’30. Si arruolò poi nella Legione Straniera e nel 1848 a Milano con Carlo Cattaneo combatté contro gli Austriaci e poi con l’esercito piemontese nella prima guerra d’indipendenza persa da Carlo Alberto. Nel 1849 è a Roma con Mazzini uno dei fondatori della Repubblica Romana, che tenacemente difese a capo dell’esercito popolare dall’assalto delle truppe francesi che però restaurarono i papalini nel luglio.

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Cala Feola

Esule in Svizzera a Lugano la sua posizione ideologica fu influenzata dapprima dalle idee del socialismo utopistico di Ferrari e Cattaneo, si avvicinò poi alle tesi anarchiche di Bakunin, che influenzarono molti altri patrioti. Per i suoi scritti ebbe vari diverbi con Mazzini, in quanto maturò nei suoi “Saggi storici-politici-militari sull’Italia” l’idea di un piano insurrezionale nel meridione per liberarlo dalla oppressione della monarchia borbonica, coinvolgendo le masse dei contadini.

Probabilmente queste idee, maturate nella solitudine dell’esilio, completamente fuori da ogni contatto con la realtà sociale e politica, lo portarono a progettare la famosa spedizione di Sapri del 1857, dove come sappiamo trovò un impatto con la realtà contadina assolutamente opposta, che lo travolse e dopo il massacro lo portò al suicidio per non cadere prigioniero.

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Carlo Pisacane

Comunque è molto interessante e commovente leggere nel documento, scritto dai 20 mentre erano imbarcati sul bastimento verso l’avventura, l’entusiasmo e la fede per quella che sentivano come l’inizio della rivoluzione italiana, nonché la coscienza che sarebbero potuti morire da forti se il paese non avesse risposto al loro appello.

Premonizione o coscienza della scarsa preparazione logistica?
Infatti alla partenza a bordo erano solo 20 e la fornitura di armi prevista era già mancata.

Partiti da Genova il 25 giugno 1957 si impadroniscono e dirottano il piroscafo Cagliari diretto a Tunisi verso Ponza dove arrivano il 26 sventolando i tricolori. Qui liberarono circa 300 detenuti, solo alcune dei quali erano politici, che il Pisacane organizzò in tre compagnie e armò con le poche armi sottratte al presidio militare borbonico dell’isola. Il 28 sera arrivano finalmente nei pressi di Sapri con grandi sbandieramenti e gridi “Viva l’Italia” sperando di trovare lì un paio di migliaia di patrioti armati, promessi dal Comitato Rivoluzionario Napoletano, che però non c’erano.

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Sapri monumento a Carlo Pisacane

Pisacane a Sapri il 30 giugno proclamò che era tempo di porre fine alla odiata tirannide di Ferdinando II e intrepido proseguì dirigendosi verso Auletta e Potenza dove avrebbe dovuto trovare altri patrioti armati, con cui spingersi alla conquista di Napoli.
Arrivato a Padula, ospitato da Don Federico Romano, un signorotto del luogo simpatizzante della causa, non si lasciò convincere a desistere dall’impresa così poco realistica e si avviò verso il suo destino.

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Padula la Certosa

Vari episodi funestarono nel frattempo “l’armata brancaleone”, e poi arrivarono due battaglioni di gendarmi borbonici Cacciatori che nel combattimento all’interno del paese fecero una cinquantina di morti e catturarono 150 “patrioti”. Pisacane e i superstiti riuscirono a scappare a Sanza dove il 2 luglio il parroco suonò le campane per avvertire la popolazione dell’assalto di questi briganti. E qui ci fù il massacro da parte dei contadini con roncole e attrezzi, dove trovò la morte lo stesso Pisacane.

Interessare notare che il paio di centinaia di scampati che furono catturati, furono processati a Salerno per lesa Maestà, 7 condannati a morte, una ottantina all’ergastolo o trent’anni, gli altri a pene minori. Ai 7 condannati a morte il “crudele Re Franeceschiello” commutò la pena all’ergastolo. Furono poi liberati da Garibaldi tra cui Giovanni Nicotera, il secondo di Pisacane, che si avviò poi alla carriera politica.

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Giovanni Nicotera

Questi in sintesi le imprese, assolutamente scombinate da un punto di vista militare, in cui però si può riconoscere un valore politico e soprattutto morale, per la risonanza che ebbe nell’opinione pubblica italiana per aver richiamato l’attenzione sulla questione meridionale.

Il testamento del Pisacane datato 24 giugno 1857 fu pubblicato prima all’estero alla fine di luglio e ripreso in agosto dal giornale genovese “L’Italia del popolo”.
Il commento evidenziava come questi patrioti di formazione mazziniana aborrissero la monarchia anche nella forma costituzionale di Casa Savoia e il loro unico scopo fosse il congiurare.

In realtà nel testamento, Pisacane conferma le sue idee socialiste e anti-monarchiche che sintetizza nelle parole: "libertà di associazione". Sostiene che il progresso tecnologico economico e industriale, nonché l’aumento della produzione concentrerà i profitti in poche mani, pertanto il popolo sempre più in miseria sarà spinto a cambiare l’ordine sociale con una terribile rivoluzione. Non basta propagandare le idee o illudersi di istruire il popolo, solo le cospirazioni, i complotti, i tentativi di insurrezione sono strumenti efficaci per diffondere l’idea che l’Italia deve essere unita e socialista.

Da notare che Il Capitale di Karl Marx è stato pubblicato parzialmente solo nel 1867, dieci anni dopo, ma evidentemente le idee circolavano.
Non essendo io uno storico, ma solo un curioso, mi sono fatto l’idea che il Pisacane oggi verrebbe considerato un pericoloso ideologo comunista e un terrorista.

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Stele commemorativa a Sanza

Nel libricino è anche riportato un grazioso dialogo che deve essere stato recitato nel 2007 (ideato da L. Rossi e scritto da R. Galli), in cui ipoteticamente si incontrano, nell’anno 1878 in un luogo imprecisato extraterreno post mortem, un anziano professore (Mariano Ayala) del Collegio Militare della Nunziatella ed un suo vecchio allievo (il Pisacane).

Da qui trapelano altre curiosità sulla vita del Pisacane. Con un discorrere leggero il professore e mentore dell’allievo ricorda dapprima le disavventure amorose del giovane ufficiale dislocato nella sperduta Civitella del Tronto e poi della sua fuga da Napoli con Enrichetta, la moglie di suo cugino, che è stata poi sua compagna in esilio. Quindi il professore critica le imprese dell’allievo, la sconfitta del ’49 a Roma e poi “… sapevi che la guerra è una scienza … E vai a Sapri co nu pugno ‘e uaglioni..”, al che Pisacane si difende dichiarando che ha seguito il suo destino ed a dato un esempio di cui qualcuno, o almeno uno si ricorderà.

E noi adesso qui ricordiamo la celebre poesia di Luigi Mercantini del 1857, che ci risuona nella mente dai tempi della scuola.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: – dove vai, bel capitano? -
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. -
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore! -

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fin che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!