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Esportare la libertà (Mondatori, 2007)

SE E COME SI PUÒ -ESPORTARE- LA LIBERTA’

Dibattito storiografico
giovedì 19 luglio 2007 di Carlo Vallauri

Argomenti: Storia
Argomenti: Recensioni Libri
Argomenti: Luciano Canfora


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Storico e filologo dell’antichità greca e romana, Luciano Canfora ha altrettanta approfondita conoscenza degli eventi contemporanei. Così si spiega come nel recente volume Esportare la libertà (Mondatori, 2007) egli abbia affrontato con pienezza di argomentazioni una tesi che - valutata per Atene e Sparta - si rivela altrettanto valida nei tempi nostri. Come Sparta sostenne di combattere per la libertà dei greci, così i francesi, dopo la rivoluzione dell’89, hanno portato le armi in altri paesi d’Europa in nome della libertà. E - aggiungiamo - i giacobini italiani per primi si accorsero di quanto fossero fallaci quelle promesse.

Venendo ai problemi sorti al termine della seconda guerra mondiale, Canfora richiama il saggio nel quale Sartre precisava come l’URSS avesse oppresso i paesi liberati dal nazismo, e osserva poi che nel ’56 gli USA - dopo aver propugnato la libertà per quella parte d’Europa - nulla abbiano fatto in favore degli ungheresi insorti contro Mosca. Il successivo esempio illustrato è quello dell’Afganistan, un paese costretto a rinunciare ad una politica di indipendenza a seguito del colpo di stato militare che - in opposizione alla politica americana nel Pakistan - permise a Mosca di installare a Kabul un governo “amico”. Eravamo a fine degli anni settanta, quanto Khomeini aveva lanciato il suo appello ai popoli islamici nel momento in cui saliva al potere in Iran. Anche se la successiva operazione per “liberare” l’Afganistan dai sovietici sarà altrettanto piena di ambiguità.

Particolarmente interessante la sintetica ricostruzione degli eventi in Cambogia, presentati nella loro realtà, chiamando in causa cioè anche le responsabilità USA nell’installazione al potere dei khmer rossi. Si giunge alle più recenti vicende dell’Afganistan e dell’Iraq, paesi nei quali gli USA progettano e realizzano operazioni di conquista attraverso le mentite spoglie di guerra contro il terrorismo internazionale o per preservare la pace dalla (inesistente) minaccia nucleare di Saddam. La dimostrazione della falsità delle ragioni addotte per procedere alle due campagne militari è nei fatti stessi: il capitolo “nel nome della libertà verso la barbarie” ne dà una evidente conferma, richiamando peraltro le responsabilità sul sostegno USA al governo massacratorio di Pinochet in Cile, ed espliciti richiami alle responsabilità personali di Kissinger in quella tormentata vicenda.

La lettura del libro agevola la comprensione degli intrigati nodi della politica internazionale negli ultimi 40 anni, ed anche chi non condivide del tutto le nette affermazioni dell’autore dovrà riconoscere come sia illusoria la credenza in un “mito che ha fallito” - come recita il sottotitolo - cioè la possibilità di esportare la libertà. Ciò non esclude che proprio perché la libertà va sempre conquistata con sacrificio diretto d’ogni popolo, dall’esterno possono giungere fattori di sostegno in nome di valori comuni e spinte alla rivendicazione dei propri diritti, pur quando tutto sembra andare in senso contrario.

 

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