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...COSI’, DECISI DI SCRIVERE UN DIARIO!


venerdì 2 dicembre 2005



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INTRODUZIONE ALLO SCRITTO

Vorrei far comprendere, attraverso questa breve introduzione, a tutti coloro che un giorno leggeranno codeste pagine, quali sono stati i motivi che mi hanno spinto a scrivere un diario. Per essere sinceri non v’è un unica e vera ragione, bensì un insieme di fattori, situazioni particolari, strani sentimenti e desideri che si sono cullati in me per tutta la mia adolescenza. Avvenimenti significativi della mia vita, o forse la semplice ed inesorabile leggerezza dell’essere, che io definisco anche come "voglia di scrivere". Ma cosa genera questo desiderio per la poesia? Ho sempre creduto che nella mente di ognuno di noi vi sia un lato nascosto in cui regna incontrastata la fantasia. Il piacere di illudere, di sconvolgere chi legge, di creare diletto, di fantasticare staccandosi dalla realtà del mondo sono peculiarità che si sviluppano osservando la quotidianità di tutti i giorni, facendo crescere in noi questo sesto senso. Questo è, in poche parole, ciò che è accaduto a me.

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Per il più delle volte, la persona che matura in sé la decisione di scrivere un “quaderno dei segreti”, è un soggetto introverso che ha una visione pessimistica del mondo, un individuo che riesce a fatica ad inserirsi nella società, che non viene compreso da essa e perciò si abbandona al suo essere, ai suoi pensieri riuscendo a dialogare come nessun’altro con un foglio ed una penna. Questo è a mio avviso, quel tocco di sensibilità in più che possiede chi diverge dal mondo comune, nei confronti di colui che del mondo ha una favorevole opinione. Spero vivamente che questa breve introduzione abbia, se non altro, chiarito la personalità di chi scrive. Peter Cavendish

22 Gennaio 1995. Oggi e il primo giorno che faccio scorrere la mia biro su questo diario. L’idea di scrivere ciò che mi accade ogni giorno, la ho maturata alcuni mesi fa, ma come si dice spesso tra pensare una cosa e farla, ci corre dimezzo una bella differenza. Ma permettetemi di presentarmi, il mio nome è Peter Cavendish ho venti due anni, studio lettere moderne all’università più famosa di Cambridge.. Ho vissuto i primi quindici anni della mia vita a Londra, poi per ragioni di lavoro legate a mio padre, la mia famiglia si è trasferita a Cambridge. Viviamo in discrete condizioni economiche, mio padre è dirigente di un importante impresa nella città in cui abitiamo. Ho un fratello di due anni più grande con il quale non vado molto d’accordo. Si chiama Steve, anche lui è studente. Come avrete certamente capito, il mio modo di scrivere un diario è del tutto particolare, non mi piace rivolgere la parola all’ oggetto ma a tutti coloro che, in un prossimo futuro, leggeranno ciò che sto scrivendo. Purtroppo non ho un buon rapporto con la gente che mi circonda, a cominciare dai miei compagni dell’università: meno li frequento, meglio mi sento. Più passa il tempo e più mi rendo conto che questa strana situazione che mi trovo a vivere, deve attribuirsi al mio brutto carattere; sarei molto più felice se questo stato di "asociale", fosse solamente legato al fatto che il mondo non mi capisce perché è troppo preso a cullarsi intensamente nel quotidiano. Riflettendo su queste cose trascorro il mio tempo libero, piuttosto che uscendo a divertirmi come la maggior parte dei miei coetanei.

23 GENNAIO 1995

Oggi il tempo fuori è molto brutto; sono le cinque del pomeriggio e la mia famiglia, come di consueto, è riunita in salotto per il tè.. Vi starete certamente chiedendo come mai io non sono in loro compagnia; beh! vi rispondo semplicemente dicendo che a parer mio, quella del tè è una tradizione stupida e che, ad ogni modo, preferisco star solo in camera mia a frugare tra i miei pensieri. In questo momento, rievocavo nella mia mente quel che diceva Freud a proposito del carattere e della personalità di una persona. Egli sosteneva che per la formazione di questi due elementi essenziali di ogni individuò, sono di fondamentale entità i primi tre mesi e tre anni di vita. Personalmente devo ammettere, che la mia infanzia non è stata una delle più felici e tranquille, stando a ciò che sostiene mia madre. Già da fanciullo avevo un carattere chiuso, non amavo giocare insieme agli altri bambini, avevo diversi interessi quasi consideravo stupidi i giocattoli. Di certo, i miei genitori non hanno influito positivamente sulla mia crescita, non sono mai andati d’accordo e ciò che è peggio, hanno sempre pensato a se stessi, soprattutto mio padre, non capendo mai quale fosse il vero valore di una famiglia. Sono sempre più convinto che chi vive questo tipo di situazioni, acquista un tocco in più di sensibilità degli altri; questo vivere distaccati dalla società porta l’individuo a sviluppare prevalentemente l’immaginazione, le sue illusioni, ed è tutto ciò che credo caratterizzi gran parte degli scrittori..

24 GENNAIO 1995.

Fino a pochi minuti fa, ero seduto in soggiorno quando ad un tratto è tornato mio padre dal lavoro. E’ entrato, si è tolto il soprabito, il cappello, ha riposto l’ombrello ed è venuto a sedersi in salotto. Ci siamo appena scambiati un saluto, dopo di che lui ha acceso il televisore, tirato un sospiro di sollievo ed io me ne sono venuto nella mia stanza. Vi starete certamente chiedendo per quale motivo ho voluto descrivere questa normale situazione? Vedete! Il punto è da ricercarsi proprio nel fatto che è “normale”. La cosa che più odio dell’uomo medio è l’atteggiamento che assume quando torna a casa dopo una dura giornata di lavoro. In questa circostanza, hanno tutti lo stesso comportamento con indosso la stessa maschera. Arrivano a casa in fretta e furia e si tolgono tutto ciò che è superfluo, il cammino dall’ingresso al soggiorno è come se fosse una marcia trionfale verso la pace dei sensi. La televisione! Succubi di un telecomando, avere quello strumento tra le mani significa essere l’uomo più felice sulla faccia della terra. Quel che è successo oggi, succede tutti i santi giorni, tutto è dannatamente ripetitivo ma ora ho un motivo in più di prima per non essere di cattivo umore, scrivere a voi eventuali lettori i miei stati d’animo giornalieri.

25 GENNAIO 1995

Sapete spiegarmi perché, sebbene io provi ad impegnarmi, non riesco a comunicare o a fare gruppo con i miei coetanei? L’esempio si è presentato quest’oggi, come del resto ogni qual volta vado alle lezioni all’università. I loro discorsi, gli interessi che hanno, mi sembrano del tutto banali e privi di sensatezza ma forse è proprio qui che nasce il dubbio più grande della mia vita. Vedete! se almeno io fossi convinto che il mio modo di pensare diverso dal loro, i miei ideali fossero quelli giusti, non trascorrerei tutti i pomeriggi chiuso in casa a riflettere e a crearmi qualche volta sensi di colpa. In fondo, anche senza volerlo, mi rendo conto che per un giovane il rapporto con i suoi coetanei è importante e forse nei confronti dei miei compagni di università, c’è una sorta di amore e odio che mi blocca. La gelosia e l’invidia provengono dal mio desiderio di attrarre la loro attenzione, la loro disponibilità nei miei confronti. A questo proposito, soffro molto nel vedere mio fratello Steve, sempre bello, con molti amici, ragazze che gli cadono ai piedi, in un certo senso mi sono sempre sentito inferiore a lui, sono il brutto anatroccolo della famiglia.

26 GENNAIO 1995

Odio a morte mio padre e mio fratello! Forse un giorno troverò il coraggio di uccidere e allora non patirò più i loro soprusi. Sembrano fatti l’uno per l’altro quei due! Non perdono mai l’occasione di sghignazzare alle mie spalle. Nessuno di loro due si è mai preoccupato di starmi vicino e capire la mia situazione, si credono due invincibili. Per papà io sono solo il cretino della famiglia che non esce mai di casa e non è in grado di corteggiare una ragazza ma è capace solo a parlare ai muri della sua stanza. Questa frase me la sento ripetere ogni giorno quasi fosse una massima, anche questa sera a cena accompagnata, come da copione, dalla risatina di mio fratello e mia madre la quale anche se non lo lascia trasparire come gli altri, ha pur sempre quell’atteggiamento di presa in giro nei miei confronti. Prima in cucina ho preso da un cassetto un coltello...è molto affilato, per la prima volta sto provando la sensazione di impugnare un’ arma mortale; mi sento di fare giustizia contro tutti quelli che non mi hanno mai accettato e sempre deriso. Solo questo diario sarà a conoscenza del crimine che avrò commesso e quando tutto sarà compiuto, brucerò pagina per pagina. Oh Dio! forse sto impazzendo, ma devo trovare il coraggio di farla finita una volta per tutte... Ora mi dirigerò nella stanza di mio padre e lo assassinerò.....

Mio padre è morto! Mio Dio cosa ho combinato? Possibile che lo abbia ucciso veramente io?

NOTA DELL’AUTORE

Ecco, siamo giunti all’epilogo di questa storia. Credo sia l’ obbiettivo di ogni scrittore, quello di creare meraviglia nei confronti di chi legge e, francamente, vi posso dire che mai come questa volta è acceso in me questo desiderio. Come vi sarete resi conto, Questo racconto esce in qualche modo dai canoni puri della "detective story" o, comunque, dal mio stile di scrittura. E’ la prima volta che provo questa nuova esperienza, e devo dire ha suscitato in me un entusiasmo senza precedenti. Forse è normale, nella vita quando si è alle prese con qualcosa di diverso dal consueto, il fascino raddoppia la sua dose. Da parte mia, posso dire che questo fervore nasce dall’attesa di una reazione, quella dei lettori; non sembra ma il loro giudizio è di fondamentale importanza per chi si pone dalla parte della penna. E’ con questo spirito che vi offro l’ennesimo "giallo", anche se quest’ultima denominazione, non mi pare più di tanto appropriata a quanto scorso fin ora. La storia di Peter Cavendish, rappresenta una scommessa con me stesso e, nello stesso tempo, una sfida al lettore.

Posso affermare, con tutta franchezza, che l’idea di scrivere un diario mi è balenata qualche volta nella testa senza darle mai eccessiva importanza. Dunque, ci tengo che il pubblico comprenda il vero risvolto che si cela dietro questa apparente idea. Non mi resta altro da fare che augurarvi una buona riflessione prima di scoprire le carte in tavola. Auspico che dall’altra parte ci sia un lettore attento, interessato, ma soprattutto con la voglia di vincere la sfida che lo scrittore gli ha lanciato. Solo attraverso queste armi si assisterà ad un’avvincente gioco delle parti tra scrittore e pubblico. All’inizio ho scritto che siamo arrivati alla fine della storia... in effetti così è! Consideriamo ciò che segue le ultime pagine del diario.

PREFAZIONE ALL’EPILOGO

Vi confesso che scrivere la soluzione di un giallo, non rappresenta per me la cosa più affascinante di questo mondo. Essa richiede uno sforzo mentale non indifferente. Senza ombra di dubbio, di questo avviso non è il lettore. La lettura del racconto non avrebbe senso se priva della mera spiegazione dei fatti. Definisco la soluzione una parte della storia o, meglio, una verità che l’autore tiene nascosta o camuffa in modo da far seguire al lettore una pista sbagliata. Quindi, il vero corso della vicenda sarà svelato solamente alla fine; con la sola differenza che ogni frase risulterà guarnita di tutta la suspance necessaria affinché il colpo di scena provochi meraviglia e il lettore improvvisato detective per l’occasione, sia soddisfatto di essere stato ingannato.

ULTIME PAGINE DI UN DIARIO MALEDETTO.

Non avrei mai creduto di esser stato in grado di osare tanto. L’ira, il desiderio di vendetta e l’invidia, rendono l’uomo un potenziale criminale. Tutto mi sarei potuto aspettare dalla vita tranne che un giorno sarei stato capace di uccidere mio padre. Magari ho soltanto reso giustizia! Un individuo della sua specie che non ha mai coltivato un sogno nella vita ma che è sempre stato nella sua stanza a lamentarsi di non essere compreso dalla gente e dalla sua famiglia, ha fatto la fine che meritava. In questo momento, provo un piacevole senso di tranquillità, come se ancora non mi rendessi conto di cosa sia accaduto. Probabilmente questo scaturisce dalla coscienza che la fine della vita, ha trascinato via con sé tutte le intramontabili sofferenze legate ad essa. Le continue trepidazioni, i tormenti che mi creavo perché non riuscivo a comunicare con i miei coetanei e con mio padre.. Insomma, cessando di vivere, cessa anche il dolore e di questo io sono assolutamente felice. La morte è compagna beata per chi come me ha avuto dall’esistenza solamente dispiaceri. Nemmeno un attimo ho provato quell’inesorabile sensazione che regala la voglia di vivere, di innamorarsi di una ragazza. Questo diario se per un verso è stato uno sfogo per me, dall’altro, anche se indirettamente, mi ha condotto a compiere il delitto. Domani, 27 Gennaio 1995, oltre alla salma di mio padre troveranno anche quella mia e sopra la scrivania, queste ultime pagine di diario chiarificatrici del mistero. P.S. Vicino alle carte, ci sarà questa pistola con la quale mi accingo a spararmi un colpo in fronte.

Peter Cavendish

15 ANNI DOPO...

Al sovrintendente di Scottland Yard James Porter giunse una busta chiusa con su scritto il suo nome e l’indirizzo del distretto di polizia. La aprì con molta veemenza come era nelle sue caratteristiche e incominciò a leggere: da parte di Peter Cavendish. Ho sempre ritenuto indispensabile per l’esistenza di una persona l’intelligenza e la fantasia. Queste due qualità concorrono a formare l’ineguagliabile peculiarità che è la genialità, caratteristica che appartiene sicuramente a me. Certo! Usare tale pretesto per uccidere il proprio padre non è che sia la fine del mondo caro Porter, ma se nel compiere l’azione in questione, si usa una originalità senza precedenti, tutto cambia. In effetti, genio è considerata quella persona che riesce a trasformare qualcosa di semplice in un capolavoro. Questo è quanto sono riuscito a fare io. Nella rappresentazione degli eventi, l’assassinio di mio padre non sembra un capolavoro ma attenzione! Sulla falsa riga di uno scrittore di gialli che tiene nascosta la parte di verità che poi rivelerà all’ultimo come motivo principale al fine di sconvolgere il lettore, così ho fatto anch’io.... O meglio, così, decisi di scrivere un diario ma non il mio...bensì quello di mio fratello Peter Cavendish.

Firmato: Steve Cavendish.

P.S.

P.S. E’ inutile che mi diate la caccia poiché dopo aver ucciso mio fratello con una pallottola in fronte, inscenando il suo suicidio per rimorso, sono andato molto lontano a sperperare tutto il patrimonio della famiglia.