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INTERVISTA A LUCREZIA LOMBARDO

Giornalista e scrittrice
martedì 3 maggio 2022 di Andrea Comincini

Argomenti: Interviste


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Lucrezia Lombardo, co-direttrice della galleria d’arte contemporanea “Ambigua” di Arezzo, giornalista e scrittrice, ha appena pubblicato “Due saggi dirompenti”, per Divergenze (www.divergenze.eu).

Due riflessioni, come si evince dal titolo, che vogliono scuotere il lettore contemporaneo, spesso circondato da letture accomodanti, o radicali sono in superficie. La sua è un’opera sviluppata attraverso una scrittura estremamente limpida e risoluta, tanto quanto le idee espresse, finalizzata a esortare l’(e)lettore a interrogarsi sulle strutture culturali che ci formano costantemente. Abbiamo intervistato l’autrice per farle alcune domande.

Lucrezia, la tua analisi si sofferma spesso sul tema della paura nella società contemporanea, sia a scapito del singolo che della collettività. Puoi spiegarci perché, e di che paura si tratti?

“La paura è da sempre uno degli elementi principali nella riflessione filosofico-politica, tale sentimento ha tuttavia assunto anche un ruolo positivo, basti pensare ad Hobbes e all’idea per cui è grazie alla paura se gli uomini decidono di accordarsi e uscire dallo stato di natura, sottoscrivendo un patto che dà origine alla società civile. Nel caso di Hobbes, cioè, la paura di perdere la vita, diviene il motore che consente alla società di costituirsi, nel mio saggio, invece, è ad un altro tipo di paura che si fa riferimento. Quest’ultima costituisce infatti “un sentimento” - permeante in modo pervasivo la contemporaneità - che viene intenzionalmente prodotto dal potere-dominio. La paura - indotta da crisi create ad hoc e reiterata grazie all’azione dei mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie, intenzionalmente impiegati per frantumare la psiche degli individui ed i loro legami diviene adesso la forma mentis dominante, che ha lo scopo d’isolare i soggetti e sfiduciarli, in modo tale che, invece di costituire una rete solidale e resistente, siano messi l’uno contro l’altro. La precarizzazione psico-cognitiva indotta attraverso la paura, costituisce oggi un meccanismo disciplinare che ha per obiettivo quello di piegare il soggetto, rendendolo docile ed impotente, incapace, cioè, di decifrare la realtà (la confusione è, del resto, consustanziale alla paura) e, dunque, disponibile ad una sudditanza introiettata. La psiche degli individui è divenuta ormai il principale terreno di gioco dei meccanismi di potere biocapitalistici e kratoscientifici, poiché è piegando l’interiorità viva e senziente dei soggetti -la loro coscienza -, che il dominio si attua in maniera totale, di modo che nulla sfugga più al controllo di una sorveglianza che non necessita di coercizione, né di strumenti esterni, e che viene attuata direttamente dagli individui sui loro stessi corpi e sulle proprie menti.”

La lezione di Foucault è ancora viva. La “cosalizzazione” del soggetto si declina in vari modi, alcuni inquietanti. Puoi illustrarci le forme di dominio del biopolitico che più ti sembrano influenzare la vita sociale delle nostre città?

“Per rispondere a questa domanda occorre partire dall’analisi della quotidianità, poiché mi chiedi d’illustrare le forme di dominio del biopolitico che influenzano la vita sociale delle nostre città. La domanda è infatti più che pertinente, poiché il dominio biocapitalistico coinvolge tutti e si dispiega proprio a partire dalla micro-realtà in cui ciascuno di noi è calato. Anzitutto, il dominio del biopolitico si serve di barriere, dislivelli, disuguaglianze e, in tal senso, uno degli elementi visibili di tale meccanismo nella vita delle nostre città è costituito dai quartieri-ghetto, in cui sono confinati i cittadini di “serie b”, i non integrati, i marginalizzati, che non coincidono per forza con i migranti, bensì con il gruppo di coloro che non riescono a stare al passo con il sistema produttivo e che vivono quindi una condizione di disagio economico e socio-culturale. Un altro esempio concreto, che mette in luce le forme odierne di dominio del biopolitico, è costituito dalla distruzione del sistema scolastico e, dunque, dalla volontà d’annientamento crescente del diritto allo studio, un diritto che prevedeva, per tutti, un’istruzione pubblica di qualità. A differenza di ciò che afferma - ormai solo formalmente - la nostra Costituzione, l’istruzione di qualità è oggi un retaggio e le scuole sono a loro volta divise in istituti di seconda mano (tecnici, professionali etc.), in cui vengono ghettizzati i ragazzi più fragili (per ragioni, perlopiù, socio-economiche, o a causa di disagi familiari e disabilità) e istituti d’eccellenza in cui vige la logica della “selezione naturale”, per cui vanno avanti solo coloro che riescono a stare al passo con i programmi e che coincidono, spesso, con gli studenti che hanno alle spalle famiglie che possano permettersi di pagare lezioni pomeridiane private, o che possano seguire i loro figli nello studio. Un altro esempio di dominio del biocapitale è dato dalla precarizzazione lavorativa, un fenomeno che attanaglia decine di giovani e meno giovani, costretti a vendere la loro forza-lavoro, fisica o cognitiva, per poche centinaia di euro, consegnandosi così ad una vita di stenti, che rende impotenti e sfiduciati nel domani; ma potrei fare ancora altre decine di esempi, tuttavia, credo che i casi analizzati siano sufficienti a comprender la logica del biocapitale e della kratoscienza odierni, una logica che intende delegittimare la dignità umana, per ridurre il soggetto a merce, a insieme di facoltà da sfruttare.”
Lo stato ha per molto tempo fondato il suo potere e la propria autorità “contro” qualcun altro. Anche oggi il malessere sociale viene spesso imputato “all’immigrato”, al “diverso”, a quanti mettono in crisi la sicurezza e la stabilità possibile ma non realizzata per colpa di agenti esterni. La promozione mediatica dell’insicurezza, al giorno d’oggi, ha tuttavia assunto fattezze abnormi. Con la pandemia e la guerra in corso la società sembra orientata a vivere in una crisi continua, che necessita di interventi eccezionali perenni e di obbedienza indiscussa.

Come stanno veramente le cose, secondo la tua analisi? Si profila un mondo orwelliano?

“Le crisi - è ormai evidente - sono elementi strumentali e, oserei dire, strutturali nel sistema biopolitico odierno, che di tale retorica abbisogna. Tutto questo non costituisce però una novità: da sempre, le guerre e le calamità hanno costituito un’occasione propizia per ridelineare le gerarchie, per rafforzare le egemonie, per ridisegnare gli equilibri di potere. Ciò che oggi colpisce è, tuttavia, l’uso incessante “dell’argomento crisi”, o meglio, “dell’argomento emergenza” che, venendo normalizzato, si trasforma in eccezione. Lo stato d’eccezione è infatti quella condizione extra legem che consente di modificare, in modo radicale e senza ritorno, la vita di uno Stato, andando a incidere sui presupposti stessi della collettività. Ciò che lo stato d’eccezione mette in luce, è quindi una volontà che intende modificare radicalmente la democrazia - sia come concetto, che come prassi -, per trasformarla in qualcos’altro. Poiché le rivoluzioni - un tempo attuate dal basso, mediante l’azione coesa del popolo e di una élite di quadri - hanno perso la loro portata dirompente, il potere costituente, che era proprio delle rivoluzioni, è passato adesso in mano al biocapitale, che si auto-fortifica grazie alle emergenze, dando vita a stati d’eccezione che permettono un accentramento crescente delle regole del gioco in poche mani. I cittadini, impotenti e terrorizzati dalle crisi incessanti, si consegnano, così, tra le mani di un decisore politico transnazionale, che agisce “per il bene collettivo”. Quest’ultimo, tuttavia, è un bene che, in nome del gruppo, sacrifica completamente la libertà di scelta e di pensiero individuali. Ciò che vorrei sottolineare, è che non vi è alcun bene collettivo, alcun interesse generale, se per essi è richiesto il sacrifico degli individui in carne ed ossa. Siamo quindi, già da tempo, sulla via di un mondo orwelliano, che i totalitarismi novecenteschi, specie il Nazionalsocialismo, tentarono di attuare. Il presupposto, che accomuna tutti i sistemi di potere incentrati sulla sorveglianza, è infatti il controllo sugli individui e la neutralizzazione della loro spinta sovversiva. Neutralizzazione che si attua, anzitutto, spegnendo la capacità di pensare autonomamente e, dunque, di agire.”

Una rivoluzione sociale deve partire anche dall’interiorità, e da paradigmi diversi per descriverla. Il tuo secondo saggio, sulla coscienza, mi pare quindi la prosecuzione logica del lavoro precedente. Reclama infatti un radicale cambio di paradigma a proposito della genesi coscienziale. Cos’è dunque la coscienza?

“La domanda è complessa, ma cercherò d’indicare almeno una possibile risposta. Anzitutto, il secondo saggio sulla coscienza si lega al primo - sebbene quest’ultimo sia di matrice prettamente politica - proprio perché è dall’individuo, dall’interiorità cosciente di costui, che occorre ripartire, per recuperare quella libertà di pensiero ed azione che il sistema kratoscientifico sta divorando. La coscienza, in questo senso, si profila come alternativa al dominio biocapitalistico, poiché costituisce, socraticamente, il Daimon individuale, lo spazio interiore in cui la libertà e la capacità di giudizio sono custodite dal nostro Io interiore, che non può fare a meno di quell’autenticità che ne è l’essenza. Tuttavia, nel saggio, ho definito la coscienza come processo, ovvero come “realtà” specificamente soggettiva, che si origina a partire dalla spinta - parimenti soggettiva e qualitativa - attivata da a priori vitalistici innati nella materia, fin nelle sue parti più elementari. Il concetto stesso di “materia” può essere fuorviante, ad ogni modo, l’idea centrale prevede che la vita, intesa come spinta originaria aggregante e di apertura all’alterità, sia il motore che consente la formazione biologica delle corporeità e la strutturazione della materia, e non viceversa. Gli a priori vitalistici, che consentono poi il processo di sintesi su cui si costituisce la coscienza biologica (la coscienza, cioè, prodotto del cervello e delle sue reazioni neurochimiche), hanno infatti una struttura intenzionale e motivante, che li porta a partorire una rete, nella quale ciascun elemento conserva un’ineliminabile specificità singolare.”

Siamo oltre il dualismo e il riduzionismo.

“Siamo oltre le due prospettive, proprio perché nessuna di esse è riuscita a cogliere in profondità la questione dell’origine della coscienza, fornendo solo approcci parziali al problema. Diciamo che le due prospettive da te citate, pongono in modo errato la questione. Per comprendere, occorre dunque riformulare la domanda e chiedersi come abbia origine l’aspetto qualitativo, senziente e vivo della soggettività. In tal senso, il riduzionismo, riducendo tutto alla biologia ed alle sue reazioni, non riesce a spiegare i qualia, gli stati mentali qualitativi e soggettivi che differenziano ciascuno di noi, mentre il dualismo non riesce a cogliere l’importanza del corpo - e del movimento di esso in relazione all’ambiente - nella formazione della coscienza secondaria (quel livello di coscienza che, appunto, necessita di un substrato materiale). Oltre queste due prospettive si profila, così, l’idea che la materia si aggreghi, e funga da substrato per la coscienza secondaria (quella soggetta ad evoluzione e legata al cervello), solo in conseguenza della spinta viva e soggettiva degli a priori presenti in essa, sin nelle sue più piccole particelle. Vi è pertanto un tessuto vivo e senziente, che costituisce tutto il mondo.”

La materia, se ho capito bene, sarebbe compresa meglio se pensata come energia viva. I rimandi sono molteplici: da Michel Henry a Robert Lanza e il suo biocentrismo, la tua prospettiva è estremamente affascinante. Il corpo non può essere considerato come prodotto materiale.

“Esattamente, come ritiene la fenomenologia materiale, il corpo non è mero prodotto, ma individualità viva, carne connotata qualitativamente e, allo stesso modo, lo è la coscienza, poiché, sebbene a livello secondario essa si leghi al corpo, a livello originario è spinta vitale soggettiva, qualitativa, intenzionale, elemento motivante presente aprioristicamente in ogni singola particella del tutto. Non amo il termine “energia”, oggi abusato, ma, in un certo senso, possiamo concepire la coscienza come la forza motrice della materia, come la parte viva presente in essa chiasmaticamente, al pari della forma aristotelica. La vita - intesa come processo aggregante di apertura all’alterità, come legame originario con l’altro da sé - è l’essenza della materia e ne è l’a priori motivante. In quest’ottica, il concetto di “rete” sostituisce quello di “individuo” ed il concetto di “processo” sostituisce quello di “sostanza”. ”

Il grande nemico di oggi è il nichilismo. Quale prospettiva offre la tua riflessione teorica a proposito?

“Il nichilismo ha portato a tre grandi omicidi: l’uccisione della trascendenza, quella della distinzione tra bene e male, e la morte della verità, intesa come oggettività e, dunque, come terreno di senso comune, come base delle plurali interpretazioni. Uccidendo la trascendenza, il nichilismo non solo ha ucciso Dio, ma ha anche annullato l’altro, tanto che, oggi, la vita del prossimo viene mercificata e privata di valore (si pensi al rischio concreto che stiamo correndo di una guerra mondiale nucleare e totale). La fine della distinzione tra bene e male, conseguente alla morte della verità intesa come oggettività di senso condivisa (un significato che oltrepassa, quindi, il concetto scientifico di “dimostrazione verificata”), ha portato alla trasvalutazione dei valori, al relativismo radicale, all’utilitarismo sfrenato ed all’uso strumentale dell’altro, rendendo così impossibile un autentico dialogo tra le differenze e consegnandoci in mano ai punti di vista, alle interpretazioni, che, proprio in virtù della loro infondatezza, pretendono d’imporsi l’una sull’altra, dando vita ai fanatismi politici e religiosi, ai neo-nazionalismi, alle neo-ideologie di morte. _ La mia prospettiva vuol essere un invito a uscire dai confini egoistici ed edonistici edificati dal nichilismo, affinché l’altro, coi suoi bisogni, torni ad affacciarsi nella nostra vita, affinché noi stessi apprendiamo nuovamente a guardarci dentro, a dialogare con l’interiorità che giace in noi e che ci permette di riconoscere un legame di compassione con tutto l’esistente. Le soluzioni al nichilismo sono quindi l’attenzione all’altro; la riscoperta del pensiero come facoltà specificatamente umana e su cui la libertà d’azione poggia; l’ascolto, invece della prevaricazione, e il fare rete, in modo da dare vita ad una relazione virtuosa, che sostituisca la mercificazione dell’essere umano con la cura, specie dei più fragili.”

Il tuo lavoro è impreziosito da due postfazioni molto interessanti.

Complessivamente avverto la necessità tua e degli studiosi che hanno offerto un contributo al tuo lavoro di trovare “un’arte del rimedio praticabile”.

“Proprio così, il libro è nato dal bisogno impellente di riflettere sulla condizione presente e dalla necessità di analizzare, con chiarezza, la deriva del nostro tempo, sempre più cinico e disattento ai bisogni degli individui in carne ed ossa. Una volta descritti i meccanismi di morte che pretenderebbero di cancellare la felicità su questa terra e le prerogative specificatamente umane, il saggio, ed i contributi dei curatori, hanno voluto aprire la strada alla speranza, indicando prospettive nuove, che diano vita a valori-altri rispetto al denaro, alla produzione, all’avere, al fare, all’apparire, al dominare. Questi nuovi valori hanno in comune un bisogno: rendere l’uomo nuovamente capace di guardare dentro se stesso e, una volta recuperata la coscienza di sé come essere irripetibile, libero e responsabile, renderlo capace di amare con gratitudine la vita, gioendo persino di quella fragilità - oggi tabù - che richiede cura e dedizione, poiché da essa soltanto scaturisce la capacità di creare legami autentici con ciò che ci circonda e con la nostra medesima interiorità.”

Grazie. Nel logo: LUCREZIA LOMBARDO