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IL CARRO DI ERETUM

PROTAGONISTA DELLA MOSTRA STRADA FACENDO A RIETI
mercoledì 28 luglio 2021 di Nica Fiori

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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l La presentazione a Roma, nella sede della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, del catalogo della mostra “Strada facendo. Il lungo viaggio del Carro di Eretum”, a cura di Alessandro Betori e Francesca Licordari (Il Formichiere editore), è stata l’occasione per dare il giusto risalto alla mostra che si tiene a Rieti, fino al 10 ottobre 2021, nel Palazzo Dosi Delfini, messo a disposizione dalla fondazione Varrone che ha fortemente sostenuto il progetto del ritorno del carro nella sua terra di origine, la Sabina.

L’esposizione, curata dagli archeologi della Soprintendenza Betori e Licordari e dalla soprintendente Paola Refice, con il suggestivo allestimento di Daniele Carfagna, permette di ammirare i reperti provenienti da una tomba della necropoli di Colle del Forno, presso la città sabina di Eretum, che sorgeva nella Valle del Tevere.

I reperti sono stati restituiti all’Italia dalla Danimarca nel 2016, dopo lunghe e rocambolesche vicende, grazie all’intervento dei carabinieri del nucleo TPC (Tutela Patrimonio Culturale). Erano stati trafugati nel 1970 dalla tomba XI della necropoli di Colle del Forno nel corso di una scoperta casuale e portati all’estero (nel porto franco di Ginevra) dal noto trafficante Giacomo Medici. I materiali bronzei del cosiddetto “Carro di Eretum”, di raffinatissima fattura, furono acquistati tramite un intermediario dalla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen per una cifra altissima; per questo motivo il museo danese, quando l’Italia richiese i reperti, dimostrando che erano stati portati all’estero illegalmente, non voleva restituirli e ci sono voluti anni e anni di trattative. I reperti furono esposti nel museo di Copenaghen a partire dal 2006, in occasione del nuovo allestimento della collezione etrusca “The ancient Mediterranean”, cui collaborarono archeologi italiani del CNR. Lo stesso CNR aveva scavato nella necropoli di Colle del Forno e nella tomba XI aveva trovato nel 1972 i segni del precedente scavo clandestino e i resti di altri manufatti, che sono stati sistemati nel museo di Fara in Sabina, corrispondente all’antica Cures.

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Carro da guerra (currus)

La ricostruzione del Carro di Eretum proposta a Copenaghen non era completamente valida, in quanto teneva conto solo del carro da passeggio (calesse), mentre in realtà i carri erano due: un calesse e un carro da guerra, che viene indicato col termine latino “currus”. Il progetto espositivo della mostra di Rieti propone una nuova lettura dell’intera Tomba XI ricomponendo per la prima volta i pezzi restituiti dalla Ny Carlsberg Glyptotek , nel frattempo restaurati nel Museo Nazionale Romano, con i materiali conservati nel museo di Fara in Sabina. Il percorso espositivo, articolato in tre sale, permette di scoprire uno spaccato significativo della civiltà sabina attraverso i corredi funerari di una stirpe principesca.

Nella tomba XI, a un primo corredo appartenente a una donna (con cerchi bronzei relativi all’abbigliamento, un vassoio-incensiere di area sabina e un oggetto di area aquilana), si aggiunge nell’ultimo quarto del VII secolo a.C. quello di un personaggio di alto rango, comprendente preziosi oggetti di rara bellezza, tra cui un pendente ellittico di argento a cartiglio mobile con castone in ambra arricchito da un cerchio traforato in oro, vasi in ceramica e in bronzo e i due carri, attribuibili ad artigiani ceretani, ovvero della città etrusca di Caere (Cerveteri). Nell’ultima sala, infine, sono esposti manufatti di epoca successiva, perché la tomba continuò a essere usata fino al V secolo a.C. Tra gli oggetti esposti ci colpiscono un graffione in bronzo e lance e giavellotti in ferro.

Un pannello illustra i carri nella tradizione etrusco-italica e una silhouette fa capire la loro forma. Il cosiddetto “Carro di Eretum” era una sorta di calesse a due cavalli, con l’abitacolo che prevedeva la seduta del conducente. Nel carro da guerra, invece, il conducente stava in piedi. Di quest’ultimo per la prima volta si possono vedere la ruota in ferro quasi integra e i coprimozzi montati insieme.

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Lamine quadrangolaricon al centro Tifone

Ma sono soprattutto le lamine bronzee del calesse che, a distanza di più di 26 secoli dalla loro realizzazione, ci incantano per la decorazione con animali veri e fantastici, uomini ed esseri ibridi, a volte associati a elementi vegetali: dovevano ornare l’abitacolo impiantato al centro di un pianale più lungo, bilanciato sull’asse delle ruote, ed erano applicate in origine su una lastra di cuoio inchiodata ai montanti in legno salenti dal telaio. La tecnica utilizzata, descritta nel catalogo dalla restauratrice Chiara Arrighi, è quella dello sbalzo, che prevedeva “una lastra sottile di metallo morbido – in questo caso una lega di rame – lavorata dal retro con martelli e scalpelli di varie forme e dimensioni in modo da ottenere delle bombature che dal davanti appaiono in rilievo”. Ovviamente il tutto veniva poi rifinito sul fronte a cesello, permettendo di definire i dettagli più naturalistici.

Interessantissima è l’iconografia delle figure, descritta nel catalogo da Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano. Le decorazioni sono riconducibili a più mani, nonostante l’omogeneità stilistica dell’insieme, e sono distribuite nei diversi supporti del calesse entro un centinaio di riquadri; nella maggior parte dei casi si tratta di un’unica figura, in altri casi si tratta di fregi con scene di caccia. I decoratori hanno attinto per lo più a un repertorio di matrice orientalizzante: si riconoscono animali domestici e animali selvaggi, predatori e prede. Alcuni di questi animali sono presenti anche in una versione alata, che è frequente nel repertorio orientalizzante per quanto riguarda i cavalli e i leoni, mentre è molto più rara nel caso degli arieti e dei caproni.

Gli esseri ibridi sono per lo più dei felini alati, la cui testa di leone o di pantera è stata sostituita da un’altra. Un essere umano ibrido, che viene definito Tifone (mostruoso figlio di Gea o di Era), ci colpisce particolarmente per il volto barbuto, la capigliatura dalla quale spuntano dei serpenti, le ali e la parte finale del corpo serpentiforme.

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Le bardature equine del calesse di Eretum

Sulle lamine bronzee sono frequenti anche le raffigurazioni di sfingi in diverse varianti. In generale sono senza barba, ma ve ne sono rappresentate anche di barbute. In alcuni casi portano tra le zampe anteriori una specie di grembiule, secondo uno schema derivante direttamente da modelli orientali assiri e nord siriani.

Un oggetto non pertinente alla Tomba XI ma esposto in mostra è un’anfora etrusco-corinzia attribuita al Pittore della Sfinge Barbuta, che nel decoro ricorda gli esseri mostruosi barbuti delle lamine bronzee, motivo frequente nel VII-VI secolo a.C. in ambito etrusco-italico. Pare che l’anfora fosse stata data come omaggio alla NY Carlsberg Glyptotek per via dell’elevatissimo prezzo di acquisto delle lamine di bronzo e quindi è stata anch’essa restituita all’Italia, ma non si conosce l’esatta provenienza.

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Sfinge barbuta con grembiule e fiore di loto

Secondo un rituale eroico, insolito in quest’area della Sabina, il principe di Eretum venne incinerato e i suoi resti raccolti in una cassetta rivestita di lamine di bronzo decorato a sbalzo, di fattura simile a quelle delle lamine del calesse, delle due bardature del capo dei cavalli e dei pettorali dei cavalli. Al corredo dello stesso principe appartenevano anche una spada in ferro, una punta di giavellotto e un elmo di bronzo, che, rifiutato dal museo danese, era stato venduto a Magonza (in Germania).

“Strada facendo. Il lungo viaggio del carro di Eretum” Palazzo Dosi Delfini Piazza Vittorio Emanule II, 17 – Rieti La mostra è aperta tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle 17 alle 20, fino al 10 ottobre 2021. L’ingresso è gratuito e ai visitatori viene dato gratuitamente il catalogo