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Rubrica: EVENTI


VERMEER A PALAZZO BARBERINI


mercoledì 14 giugno 2006 di Emanuela Ludovica Mariani

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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“L’arte è la volontà di volare attorno alla verità, intercettandola da un vuoto oscuro senza poi lasciarsi bruciare” - F. Kafka -

La magnificenza di Palazzo Barberini ospita finalmente, dopo circa sessant’anni di travaglio laborioso, la Galleria Nazionale d’Arte Antica dove una summa variegata e preziosa di capolavori del XVI e XVII secolo rapisce sguardi ed arreda spazi. Il battesimo di questa nascita faticosa è avvenuto, nello scorso aprile, col prestito, da parte dell’Olanda, di “Una lettera d’amore”, luminoso ed intimo dipinto del fiammingo Jan Veermer. Della sua formazione pittorica nulla è rimasto ai posteri. Nebbie fitte avvolgono sue eventuali contaminazioni o suggestioni artistiche. Nel 1600, fu, però, uno dei primissimi pittori a rivoluzionare il concetto della luce. In generale, nella pittura fiamminga, ed in particolare in Veermer, l’analisi della luce avviene grazie ad un espediente ben preciso: la pittura d’interni. Nei suoi quadri, la scena rappresentata vive sempre in uno spazio chiuso ben delimitato: ciò fa sì che la luce non sia diffusa ma provenga, necessariamente, da una o più finestre, creando due zone ben distinte dove da una parte nasce la luce e dall’altra nasce l’ombra. C’è, quindi, una diagonale fittizia che conduce il nostro sguardo là dove vuole l’artista (magari una cuffietta od un orecchino) innescando una meditata costruzione degli spazi. E, nello spazio pittorico che osserviamo c’è, intimamente connesso, un nascosto che si va svelando, quello che i filosofi chiamerebbero referenza seconda.

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panorama di Delft

Perché, ogni opera, ogni quadro, anche ogni semplice agire si relaziona ad un circolo ermeneutico fatto di verità / alterità con un’infinità di interpretazioni e giochi di assenza / presenza (ad esempio nell’opera di Veermer esposta a Palazzo Barberini, la lettera è il luogo dell’assenza diretta ad un interlocutore non presente). La referenza seconda serve, infatti, a scostare i pannelli irti della superficie per un viaggio che vada oltre. In una lettura filosofica di un quadro possono, quindi, ben coesistere due piani percettivi : il conoscibile e l’inconoscibile. Tra il filosofo Leibniz ed il pittore Veermer pare esserci un forte legame. Leibniz, assertore delle piccole percezioni inconsapevoli, afferma che il mondo è una continua proiezione di rappresentazioni di un quid che tutti gli uomini, da sempre, hanno dentro e strettamente legato alla loro interiorità. C’è una conoscenza oscura ed una chiara. La conoscenza chiara ma confusa può essere il disegno del pittore; mentre una conoscenza chiara e distinta viene dalle mappe. Veermer piega la pittura e le cose a quello che lui vede (un po’ come Paolo Uccello), sentendo la pittura come qualcosa di autosufficiente: egli dipinge con tocchi di luce e d’ombra in frammenti d’infinito. Tutto è in tutto. E l’azzurro ed il giallo, colori assolutamente ricorrenti in tutte le sue opere, sono la concezione più alta di quello che Veermer concepisce come “la pittura”. Più i suoi quadri sono dettagliati e reali, anche grazie all’uso dei colori ad olio e delle velature, più la rappresentazione è esasperata fino al limite delle possibilità tecniche risultando, alla fine, stranamente astratta.

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Alcuni quadri famosi di J. Vermeer

L’esperienza visiva ed emotiva che Veermer è in grado di suscitare merita davvero un passaggio a Palazzo Barberini dove, seppur l’opera esposta sia di ridotte dimensioni, lo spirito e la memoria porteranno via un regalo raro ed appagante.