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Rubrica: CULTURA


Il gatto e il diavolo (Edizioni ETS 2015).

Da Shakespeare a Joyce

Franco Marucci: dalla monumentale opera sulla storia della letteratura inglese a una favola di J. Joyce
venerdì 1 aprile 2016 di Andrea Comincini

Argomenti: Letteratura e filosofia


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Il Prof. Franco Marucci, Ordinario diLetteratura inglese fino al 2010 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato direttore del Dipartimento di Letterature e Civiltà Anglo-germaniche dal 1994 al 1996, e direttore della Laurea Specialistica LEAP dal 2000 al 2003.

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Storia Letteratura inglese

E’ graziealla suaintensa passione che va ben oltre i doveri della docenza se oggi è possibile leggere una delle più importanti “Storia della letteratura inglese”(vedi anche precedente articolo): opera monumentale, in più volumi, da tenere sempre a portata di mano non solo per gli specialisti, ma per chiunquevoglia privarsi di una conoscenza superficiale o troppo generica sull’argomento.

Nel secondo tomo emerge quasi come una monografia l’imperante figura di Shakespeare: nell’indice si evince la ripartizione degli argomenti – dalle commedie ai drammi, dai poemetti alle tragedie, fino ai romances e gli apocrifi.

Un volume estremamente prezioso quindi, capace di approfondire non soltanto gli scritti del Bardo, ma anche il mondo che gli ruota intorno. Vengono analizzate senza cedere alla prolissità questioni filologiche e ectodiche(seminari filologici), le fonti e parti della storia redazionale in uno stile snello, attento a incoraggiare e non sconfortare chiunque voglia studiare l’Inglese senza avere necessariamente le competenze di un accademico.

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Franco Marucci

Opera monumentale, si è detto, a cui Marucci ha recentemente affiancato la cura di un testo estremamente breve, di altro genere ma altrettanto degno di segnalazione. Si tratta di un raro racconto di James Joyce, dal titoloIl gatto e il diavolo.

Una fiaba illustrata, “mefistofelica”, dove nonno Jimmy racconta al nipote la storia di un gatto appunto, e della scommessa proposta dal diavolo alla città di Beaugency, sulla Loira. Come si legge nel retro di copertina, “il diavolo parla per lo più una sua lingua chiamata borbogliodipancia, che inventa lui stesso mentre cammina, ma quando è molto arrabbiato è in grado di parlare molto bene un pessimo francese, benchè qualcuno, avendolo sentito, affermi che abbia uno spiccato accento dublinese”.

Il riferimento ironico è fin troppo evidente. Nonostante la diversità d’epoca e di stili, si intuisce la passione che lega l’autore a due giganti della letteratura così differenti – ma uniti nella grandezza: è il senso fantastico di raccontare la vita, le sue vicende, e le scritture capaci di rivelare quel misterioso collages di mondi, oltremodo difficile da definire, ma chiamato comunemente “essere umano”.