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SANTA MARIA ANTIQUA in mostra al Foro Romano

Riapre al pubblico dopo un restauro trentennale la chiesa, ricca di affreschi altomedievali, scoperta nel 1900 alle pendici del Palatino
venerdì 1 aprile 2016 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Architettura, Archeologia


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“Un angolo del Foro rimasto per troppi anni negletto”: così ha esordito il Soprintendente archeologico Francesco Prosperetti presentando alla stampa “Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio”, una mostra unica perché la chiesa, situata alle pendici del Palatino, narra se stessa attraverso le testimonianze del suo passato, in particolare gli affreschi restaurati, che costituiscono con i loro diversi momenti e stratificazioni un vero palinsesto pittorico dell’alto medioevo.

I turisti che si recheranno nel Foro Romano avranno modo di scoprire così il periodo cristiano del sito, grazie a questa chiesa che riapre al pubblico dopo un lungo intervento di restauro architettonico e pittorico durato 30 anni. Santa Maria Antiqua venne scoperta nel 1900 da Giacomo Boni, che ha dedicato parte della sua vita a questo luogo, dopo che un terremoto ne aveva cancellato per più di 1000 anni le tracce, ma non la memoria. Boni, convinto di trovare qualcosa d’importante, decise di demolire la chiesa secentesca di Santa Maria Liberatrice, che sorgeva lì, per mettere in luce le strutture sottostanti, non senza le polemiche che accompagnarono questa decisione. Ricordiamo a questo proposito che per la demolizione della chiesa fu corrisposto un indennizzo al Vaticano e che in sua vece si costruì l’omonima chiesa di Testaccio.

L’esito degli scavi superò in realtà tutte le aspettative. Sotto la chiesa demolita venne alla luce l’Oratorio dei Quaranta Martiri di Sebaste, che anticamente costituiva l’Aula di accesso dal Foro alla Rampa Imperiale e, proseguendo con gli scavi, furono scoperte le pareti affrescate di una chiesa che nella cosiddetta Cappella di Teodato conservava l’iscrizione “Sanctae Dei Genitricis senperque Birgo Maria qui appellatur antiqua”. La chiesa aveva dunque un nome.

L’itinerario espositivo comprende la visita dell’Oratorio, pure affrescato, e della maestosa Rampa di età domizianea, dove sono esposti reperti relativi agli scavi di Giacomo Boni, ma i tesori maggiori sono all’interno della basilica cristiana, che per il periodo della mostra accoglie la sua antica icona della Vergine. Icona che è ritornata, quindi, nella sua sede originaria, dopo che venne spostata nella vicina basilica di Santa Maria Nova (ora Santa Francesca Romana), che aveva preso il titulus di Santa Maria, dopo l’abbandono dell’Antiqua a seguito del terremoto dell’847.

Si tratta di un’immagine della Madonna col Bambino del VI secolo, sopravvissuta all’iconoclastia, e considerata la più antica di Roma nel suo genere (ricordiamo, però, che nelle catacombe di Priscilla esiste un affresco con la Madonna ben più antico, databile ad età severiana). È stata realizzata a encausto su tela, e in un secondo momento applicata su tavola. In realtà solo i volti della Vergine e del Bambino sono autentici, recuperati da Pico Cellini nel 1950 al di sotto di uno strato pittorico di una tavola con la stessa iconografia (chiamata Madonna del Conforto), datata alla fine del terzo decennio del Duecento e conservata nell’abside della stessa chiesa di S. Francesca Romana. Dato l’aspetto frammentario, non si può dire che sia formalmente perfetta, ma lo sguardo ipnotico della Madonna ci colpisce profondamente, così come suggestionava i fedeli quando veniva trasportata in processione, in particolare nel caso dell’epidemia di peste del 590 al tempo di San Gregorio Magno.

Oltre a questo prestito eccezionale, la mostra accoglie sculture, mosaici e un pezzo di affresco staccato da mettere in relazione con gli strati pittorici delle pareti affrescate. Sono pure in mostra cinque sarcofagi, rinvenuti da Boni sotto il pavimento della chiesa, che evidentemente copriva un’area cimiteriale. Quello a vasca, detto di S. Maria Antiqua, è particolarmente importante perché è uno dei primi ad accogliere scene cristiane (Orante, Battesimo di Gesù e storie di Giona): risale alla seconda metà del III secolo ed è stato realizzato da un’officina di marmorari romani. All’ingresso sono esposti ritratti marmorei dei regnanti all’epoca della fondazione della chiesa, in particolare l’imperatrice Ariadne e Amalasunta (figlia di Teodorico). La fondazione avviene nel VI secolo in una propaggine all’interno del palazzo imperiale, con la trasformazione del quadriporticum in una basilica a tre navate. Risale a questo primo periodo, nella parete del cosiddetto “palinsesto” (un ampio lacerto a destra dell’abside), l’affresco di Maria Regina: ovvero una Madonna in trono adorata da un Angelo.

Le pitture di Santa Maria Antiqua vanno dal VI secolo fino alla seconda metà dell’VIII secolo. Cinque sono i papi che si identificano nei suoi cicli pittorici, il primo dei quali è Martino I (649-653), cui si devono decorazioni del presbiterio e di molte aree della navata centrale. Il legame con Bisanzio, cui allude il titolo della mostra, è dovuto soprattutto a Giovanni VII (705-707), un papa greco, che sposta la sede dell’Episcopio dal Laterano al Palatino (collegato a S. Maria Antiqua dalla rampa imperiale) e muore in questa sede. Sono in mostra quattro dei mosaici superstiti che decoravano l’oratorio di Giovanni VII nell’antica basilica di S. Pietro (particolarmente suggestivo quello che resta dell’Adorazione dei Magi). Risalgono a questo pontificato le pitture del presbiterio, della Cappella dei Santi Medici (Cosma e Damiano), che si trova a destra del presbiterio, e le scene dell’Antico Testamento sui sedili del basso coro.

Fu invece papa Zaccaria (741-752) a stabilire i primi contatti con la corte dei Franchi, preludio al distacco dall’impero bizantino. Questo papa è raffigurato nella cappella a sinistra del presbiterio, dedicata ai Santi Quirico e Giulitta, accanto al donatore Teodoto, un alto dignitario della corte papale, identificato da un’iscrizione ed effigiato con il nimbo quadrato dei viventi nell’atto di offrire il modellino della cappella. Al centro della stessa cappella è Cristo in Croce tra la Vergine e San Giovanni, mentre sulle pareti sono dipinti gli atroci martirii del piccolo Quirico e di sua madre Giulitta avvenuti a Tarso sotto Diocleziano.

A Paolo I (757-767) risalgono l’ultima decorazione dell’abside e i cicli che decorano le navate laterali (mirabile la sequenza di Padri della Chiesa nella parete di sinistra) e ad Adriano I (772-795) l’ultimo intervento pittorico nell’atrio della chiesa, prima dell’abbandono dell’edificio.

Un percorso multimediale consente, partendo dalle pitture frammentarie della chiesa, di ricomporre virtualmente le diverse trasformazioni che si sono succedute nei secoli, dalla fase imperiale in poi. Si ha la sensazione di entrare nel vivo della storia e di capire quella stratigrafia che sta alla base del fascino di Roma, una città dove il cristianesimo si è inserito su un substrato di tradizioni e di edifici pagani, trasformandoli per i propri scopi. Non per niente Roma è la città eterna per antonomasia, perché via via che un cataclisma, una crisi o una guerra la riduceva alla decadenza o all’immobilismo, è riuscita a rinascere dalle proprie ceneri con una nuova immagine.

“Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio”
Roma, Foro Romano
Dal 17 marzo all’11 settembre 2016
Orari: dalle 8,30 alle 19,15 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietto: 12 euro, ridotto 7,50 euro
Il biglietto consente l’accesso al Foro Romano, Palatino e Colosseo ed è valido due giorni

Info: tel. 06 39967700; www.coopculture.it