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Alla ricerca di un grande maestro napoletano

Due spettacolari battaglie del museo Tosio Martinengo - Brescia
mercoledì 10 novembre 2010 di Achille della Ragione

Argomenti: Arte, artisti


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La mia mail è sempre piena di collezionisti ed antiquari che chiedono pareri su quadri da acquistare o da vendere; in genere si tratta di opere minori o di vere e proprie croste, ma l’altro giorno rimasi colpito dall’altissima qualità di due Battaglie bibliche (fig. 1 – 2 - 3) dall’afrore certamente napoletano, che mi venivano proposte da uno studioso milanese per conto del museo Tosio Martinengo di Brescia, al quale una facoltosa famiglia del luogo le aveva regalate, possedendole da sempre.

Mi sembravano l’opera di un grande maestro napoletano ancora da identificare, perché i caratteri distintivi delle due tele non collimavano con nessuno degli specialisti conosciuti, come nel caso della Battaglia (fig. 4) conservata nel museo di Capodimonte, che Causa assegnava a Salvator Rosa e che il progredire degli studi ha collocato nel limbo degli ignoti, anche se in questo caso si tratta di un anonimo destinato alla celebrità, quando verrà identificato con certezza. Durante la mostra Salvator Rosa tra mito e magia, tenutasi a Napoli nel 2008, la Battaglia di cui abbiamo parlato fu esposta assieme al suo pendant, con un’attribuzione fantasiosa quanto coraggiosa: Luca Giordano. Probabilmente chi avanzò questa ipotesi era ancora suggestionato dalla comparsa recente sul mercato di una straordinaria Battaglia (fig. 5) giovanile del Giordano, firmata e datata, eseguita ad appena 17 anni. Naturalmente finita l’esposizione i due dipinti sono tornati nell’anonimato.

Ritorniamo ai due dipinti in esame, cercando di collocarli cronologicamente. Sono certamente tardi, molto più avanzati rispetto alla produzione del Falcone, di Salvator Rosa e dello stesso Andrea De Lione, attivo fino al 1685.

Viene come prima cosa in mente l’Antica battaglia romana con colonne sulla destra (fig. 6) del Prado a Madrid, a lungo ritenuta del Falcone dai suoi più accreditati specialisti, dal Saxl fino al Perez Sanchez, che più volte ne ha pubblicata la foto. Oggi che dell’Oracolo abbiamo una conoscenza più approfondita l’attribuzione è palesemente incongrua, perché salta subito all’occhio la sua collocazione tra la fine del secolo d’oro e l’inizio del successivo. Spinosa pensa a Francesco Solimena, del quale è nota un’importante Vittoria di Dario su Alessandro, mentre Sestieri, autore di una monumentale opera sul tema della battaglia, bussola indispensabile per tutti gli studiosi, pur condividendo l’ipotesi, sottolinea l’ispirazione in chiave tardo barocca incentrata più che su Aniello, su Salvator Rosa (pensa forse alla lezione che promana potente dalla celebre Battaglia eroica (fig. 7) esposta al Louvre nella stessa sala della Gioconda).

Da questa importante Battaglia bisogna partire per cercare il misterioso autore delle due conservate nel museo di Brescia e grande è stata la mia meraviglia quando, cercandone l’immagine nel libro di Sestieri, ho scoperto che, anche se in bianco e nero, le due tele in esame erano lì pubblicate attribuite dallo studioso all’ambito di Francesco De Mura.

Un’ipotesi che condivido pienamente, anche se non conosciamo alcun documento di pagamento riferito all’allievo di Solimena in cui si parla di battaglie. In tal caso la collocazione temporale va situata, a mio parere, tra il secondo ed il terzo decennio del secolo XVIII, a dimostrazione del successo che il genere continuò a riscontrare tra i collezionisti anche nel Settecento, una specialità che incontrò larga affermazione nel Seicento, quando la nobiltà amava molto adornare le pareti dei propri saloni con delle battaglie raffiguranti singoli atti di eroismo o complessi combattimenti che esaltavano il patriottismo e l’abilità bellica, virtù nelle quali gli stessi nobili amavano identificarsi.

Anche la Chiesa fu in prima fila nelle committenze, incaricando gli artisti di raffigurare gli spettacolari trionfi della cristianità sugli infedeli, come la memorabile battaglia navale di Lepanto del 1571, che segnò una svolta storica con la grande vittoria sui Turchi, divenendo ripetuto motivo iconografico pregno di valenza devozionale, replicato più volte per interessamento dell’ordine domenicano, devotissimo alla Madonna del Rosario, la quale seguiva le vicende terrene benevolmente dall’alto dei cieli.

Altri temi cari alla Chiesa nell’ambito del genere furono ricavati dall’Antico e dal Nuovo Testamento, quali La vittoria di Costantino a ponte Milvio ed il San Giacomo alla battaglia di Clodio, argomenti trattati magistralmente da Aniello Falcone che fu il più preclaro interprete della specialità, “Oracolo” riconosciuto ed apprezzato, sul quale ha scritto pagine insuperate il Saxl nella sua opera Battle scene without a hero, una acuta ricerca che non ha trovato l’eguale nell’analisi di altri grandi battaglisti del Seicento quali Salvator Rosa e Jacques Courtois, detto il Borgognone.

A Napoli fu molto diffuso il sottile piacere della contemplazione della battaglia presso masochistici voyeurs, che prediligevano circondarsi non di procaci nudi femminili dalle forme aggraziate ed accattivanti o di tranquilli paesaggi, né di severi ritratti o di languide nature morte, bensì di gente che si azzuffava a piedi o a cavallo, usando spade sguainate ed appuntiti pugnali, dando a destra e a manca terribili fendenti in ariosi e fumosi, sereni o temporaleschi, pianeggianti o collinari scenari, ideali comunque per tali bisogne.

Nel Seicento le guerre erano purtroppo molto frequenti ed i pittori spesso le potevano osservare da vicino, vedendo sfilare soldati di molti paesi con le loro uniformi e spesso lo stesso svolgersi degli scontri.

Le battaglie dei pittori napoletani sono esaltate spesso da un cromatismo virile con una pennellata vivida e marcata, con dei rossi e degli azzurri molto forti, che danno la sensazione che si sia voluto ricalcare l’asprezza dei combattimenti e l’animosità dei contendenti.

Sul dogma falconiano della battaglia senza eroi è impostata la maggior parte dei quadri eseguiti dagli specialisti napoletani, con l’attacco che si svolge in primo piano con cavalieri dagli elmi piumati in sella a rampanti destrieri e sullo sfondo il susseguirsi di una miriade di episodi minori, il tutto con una partecipazione corale all’evento, senza che in nessuna parte del dipinto ci sia una scena prevalente.

I combattimenti vengono rappresentati con grande accanimento, con le urla di dolore e di rabbia dei contendenti che sembrano travalicare dalla superficie della tela, per farci sentire i gemiti dei feriti e dei moribondi.

Mischie furiose con l’odio che sgorga dai volti corrucciati, cavalieri che si inseguono, bardati guerrieri in groppa a focosi destrieri, morti e feriti, bestemmie e gemiti e spesso anche le nuvole grigio scure e cariche di pioggia che annunciano tempesta e sembrano partecipi dell’aria funesta che ovunque si respira.

Scenari più pacati ci vengono proposti da pittori non specialisti che si cimentarono sporadicamente nella battaglia, come il sommo Luca Giordano, il De Matteis, del quale rendiamo nota un’opera firmata (fig. 8) e di Giacomo del Po di cui proponiamo un magistrale bozzetto (fig. 9).

Ed è in questo panorama che vanno inquadrate le due Battagli bibliche del museo Tosio Martinengo, finalmente pronte ad essere ammirate da un pubblico più vasto ed al giudizio della critica, dopo secoli di permanenza nell’intimità di una collezione privata.