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Leptis Magna

Viaggio in Libia
sabato 6 novembre 2010 di Nica Fiori

Argomenti: Luoghi, viaggi


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Se fino a qualche anno fa era difficile pensare a un viaggio in Libia, adesso il paese si sta aprendo al resto del mondo, con un turismo per fortuna ancora limitato a persone attratte dalla cultura, più che da un soggiorno vacanziero mondano. Numerosi sono i siti archeologici che, dopo essere stati sepolti dalla sabbia, sono stati riportati alla luce e si offrono ai visitatori incantati davanti a un mare incontaminato. Leptis Magna, in particolare, vale da sola un viaggio in Libia.

Situata a circa 120 km da Tripoli, è raggiungibile in un’ora e mezza dalla capitale, prestandosi bene a una visita in giornata, ma alla fine di questa visita la sensazione è che ci sia molto di più da vedere e capire e forte è il desiderio di approfondire la sua conoscenza. Io stessa, appena tornata dal mio primo viaggio in Libia, sto già programmando di ritornarci in primavera.

Prima punica e poi romana, Leptis, o Lepcis, venne chiamata Magna per distinguerla da un’altra Leptis, che sorgeva nell’attuale Tunisia. La sua fama è legata molto al fatto di esser stata la città natale dell’imperatore Settimio Severo (193-211), che ovviamente la abbellì di edifici splendidi, tra cui il celebre arco quadrifronte, considerato il più bello delle province romane, ma già prima era una città ricca e fiorente.

La principale fonte di guadagno era data dal commercio che si svolgeva attraverso il deserto, lungo le piste che per primi avevano aperto i Fenici.
A Leptis giungeva la via più breve che metteva in comunicazione con la costa la grande oasi dei Garamanti (l’odierno Fezzan), centro del commercio dell’avorio (l’elefante sembra essere scomparso dall’Africa Settentrionale verso il III sec. d.C.).

Alle preziose zanne d’elefante si aggiungevano, sempre provenienti dall’interno, leoni di Numidia, malachite, pelli, schiavi e, dalla costa, secondo Plinio, una particolare qualità di garum e dei pesci amari; dal porto di Leptis le compagnie di navicularii esportavano queste merci a Roma e nel resto dell’impero. L’altra fonte di ricchezza era l’agricoltura.

I Fenici prima, i Romani poi, seppero trasformare con cure assidue e diligenti i vasti territori predesertici in frutteti e oliveti; notevole era la produzione di olio come pure di frumento, minore quella della vite.I ricchi signori lepcitani facevano a gara nello spendere alcuni dei milioni di sesterzi incassati come redditi dei commerci per abbellire la loro città di monumenti affascinanti e grandiosi.
Il rinnovamento edilizio che seguì la pace augustea diede anche impulso a una corrente artistica di notevole importanza e nella città si trapiantò un’intera officina di scultori proveniente da Afrodisia (nell’attuale Turchia). L’attività edilizia monumentale fu favorita, inoltre, dal possedere nelle vicinanze buone cave di pietra; il marmo, proveniente soprattutto dalla Grecia, venne adoperato soltanto per le sculture decorative.

Il massimo contributo all’edilizia, durante i primi due secoli dell’Impero, fu dato da privati cittadini; essi, come attestano i loro nomi (che venivano formati manifestando una relazione tra l’individuo che lo portava e la divinità che lo proteggeva; ad es. Annobal = “Baal ha fatto la grazia”), sono tutti chiaramente semiti di stirpe punica o libio-punica, anche se aggiungono al proprio un nome romano e ciò dimostra che non si sentivano estranei alla nuova amministrazione, anzi collaboravano con essa.
Tutto ciò che sappiamo sul loro conto è quel poco che viene attestato dalle iscrizioni, nelle quali appare con una certa frequenza l’appellativo di amator civium e di ornator patriae, che lascia trapelare un sentimento di amore per la bellezza della propria città e il desiderio di procurare un vantaggio ai propri concittadini.

Il teatro fu tra i primi edifici a essere oggetto della munificenza dei privati. Nell’1-2 d.C., sotto Ottaviano Augusto, lo inaugurò Annobal Rufus, che aveva provveduto a costruirlo, come attestato da diverse iscrizioni in latino e in neo-punico, incise su architravi all’entrata tra la scena e la cavea. Più tardi, un altro nobile della città dedicò la porticus post scaenam del teatro stesso (ovvero il porticato che, posto tra il teatro e il mercato, serviva di collegamento fra due quartieri diversamente orientati) con un tempio agli Dei Augusti, che in quel tempo erano Cesare, Augusto, Livia, come segno di lealtà verso la casa imperiale.

Un altro edificio monumentale, come il mercato, fu innalzato da un magistrato locale nel 9-8 a.C. L’iscrizione che lo attesta, lunga ben 13 m, era posta sul lato sud-ovest, ovvero la fronte principale durante la prima fase del mercato, che nel suo aspetto attuale si presenta come un grande rettangolo porticato, nella cui area centrale sorgono due edifici ottagonali, chiamati con termine latino macella, con termine greco tholoi. Mense e banchi di esposizione e di vendita correvano negli intercolumni del portico ottagonale di calcare; interessante è la presenza di una lastra marmorea recante le unità di misura allora in vigore.

Le architetture di epoca severiana sono ovviamente le più ricche. Di straordinario impatto visivo è il foro nuovo della città, il cui porticato è ornato da stupefacenti teste di Medusa, tutte diverse, mentre la basilica conserva rilievi su pilastri con le fatiche di Ercole e altri straordinari decori.
Sull’arco di Settimio Severo è raffigurato l’imperatore con la moglie Giulia Domna e i figli Caracalla e Geta. L’ornato ricchissimo di questi monumenti non ha uguali, tanto che si è parlato di “arte barocca” per designare la scultura di quest’epoca. Sono di età precedente le grandiose Terme di Adriano e il Foro vecchio, risalente al tempo di Augusto. Ben poco rimane del porto, che si è insabbiato già in epoca bizantina. Un po’ fuori è l’anfiteatro, interamente scavato nella collina. Nel complesso è molto ben conservato ed è collegato con il sottostante circo, lungo 450 m e realizzato a pochi passi dal mare.

L’interessante museo annesso agli scavi conserva una straordinaria raccolta di sculture e mosaici. Sono invece in loco gli affreschi e i bellissimi mosaici policromi della Villa Silin, raffiguranti tra le altre cose scene di caccia con pigmei e corse di carri relative al circo cittadino.

P.S.

Foto di Francesca Licordari