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I MARMI SANTARELLI AI MUSEI CAPITOLINI

I COLORI DELL’ANTICO
domenica 17 aprile 2022 di Roberto Benatti

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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La mostra I Colori Dell’Antico. Marmi Santarelli ai Musei Capitolini dal 12 aprile 2022 cerca di porre l’attenzione su un tema fondamentale per la storia di Roma: il marmo antico come simbolo di bellezza ed eternità. L’esposizione avrà una permanenza straordinaria di dieci anni, rendendo questo progetto più simile a un riallestimento museale che a una mostra temporanea vera e propria.

La nascita dei Musei Capitolini risale al 1471, quando Papa Sisto IV donò al popolo romano alcune antiche statue in bronzo (la Lupa, lo Spinario, il Camillo e la testa colossale di Costantino con il globo e la mano) che costituirono il primo nucleo della collezione.

Aperta al pubblico dal 1734, la collezione è cresciuta nel corso dei secoli con donazioni da altri Papi e, dopo il 1870, con materiali provenienti da scavi archeologici dalla città di Roma. Si può affermare che si tratta di una grande collezione formata da più collezioni, alla quale negli ultimi dieci anni si è aggiunta anche la collaborazione con la Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli: prima con l’esposizione decennale di glittica, spaziando nell’arco di cinque millenni, e ora con l’esposizione di frammenti per lo più architettonici di marmi policromi di epoca classica.

In circostanza della mostra sono stati selezionati 82 frammenti specialmente architettonici della Roma imperiale provenienti dalla Fondazione Santarelli, creando così un archivio non solo geologico ma anche geopolitico, architettonico e artistico. Anche in questo caso si tratta di una collezione formata da più raccolte, sistematicamente acquisite nel corso degli anni, includendo all’interno campionari e frammenti di marmi policromi provenienti dalle collezioni di Federico Zeri, Raniero Gnoli, Franco Di Castro, Enrico Fiorentini e importanti aste internazionali. La collezione di frammenti policromi Santarelli è oggi probabilmente la più vasta collezione privata di marmi policromi al mondo.

Se pensiamo a Roma antica pensiamo al marmo. La storia dell’essere umano è accompagnata dal trasferimento delle pietre, e coloro che le amano trovano in esse l’anima segreta della terra. Il termine marmo deriva dal greco marmairon che significa risplendere, i marmi una volta levigati assumono un aspetto lucido, luccicante, le pietre invece per quanto pulite e lisciate, non risplendono mai. L’uso dei marmi a Roma si può far risalire al periodo della tarda Repubblica e del primo impero, soprattutto con Ottaviano Augusto, che trasformò il modo di costruire e di decorare l’esterno e l’interno degli edifici pubblici.

L’uso delle pietre colorate fu visto come un lusso superfluo in qualche modo come una deterioramento dei costumi che fino ad allora risultavano più umili e sobri. Il dominio romano sui popoli conosciuti e conquistati era allora totale e ogni paese sottomesso diede il suo contributo marmoreo a Roma, ma già dal tardo impero questa ricerca per le belle pietre colorate finì.

L’abilità degli architetti romani si sviluppò con un gusto e un’estetica elegante e sofisticata, nel modo di accostare i marmi tra loro, nei pavimenti, nelle tarsie, nei mosaici con colorazioni perfettamente bilanciate, allegre, avvicinate anche in un certo modo da fornire una prospettiva illusoria per l’occhio. L’uso dei marmi nei loro accostamenti furono una valorizzazione dei colori e della luce, una maestria veramente insuperabile che durerà secoli.

Quello che rimane dei marmi colorati di Roma è un lontano ricordo forse per i pochi edifici rimasti in uso come il Pantheon, tutto il resto ci restituisce un pallido bianco e nero. Oppure li possiamo incontrare in qualche chiesa antica che ha riutilizzato il marmo policromo.

La sfarzosità del sistema di propaganda politica dell’impero viene ammirato nei resti e nelle rovine che ammiriamo oggi a Roma, a Leptis Magna, a Palmira o a Efeso in uno scheletro monocromo.

I marmi più pregiati provenivano da siti molto lontani e difficili sia da cavare che da trasportare, ma esteticamente meravigliosi. Ad esempio il porfido rosso ,ne esisteva uno sulle Alpi italiane fra Trento e Bolzano che gli antichi romani conoscevano, però il puntinato fitto rosso del porfido egiziano non aveva rivali. Infatti all’ingresso della mostra ammiriamo una statua di Dioniso con un busto in Porfido.

La scultura raffigura un raro torso femminile in porfido rosso d’Egitto, identificabile come torso di una Nike, con testa maschile del dio Dioniso in marmo bianco lunense del II secolo d.C. Il torso presenta un notevole panneggio in porfido rosso del II secolo d.C. con restauri in rosso antico e rosso antico brecciato. Tra il Cinquecento e il Seicento il torso venne integrato con l’aggiunta delle spalle e delle braccia tagliate in marmo pario e inserita la testa di Dioniso. La scultura rappresenta una lavorazione tipica della Roma barocca quando era diffusa la moda di creare, con il riutilizzo di preziosi marmi antichi, statue composte da sculture frammentarie riadattate e riunite.

Il basamento neoclassico su cui poggia il torso è realizzato in giallo antico, l’erma in alabastro con sottostante giallo antico, mentre la base inferiore è in africano con i piedi ferini in bronzo. L’opera faceva parte dell’importante collezione dei conti Rosebery a Mentmore Towers nel Buckinghamshire.

Nella sala didattica è esposta una selezione di attrezzi per la lavorazione del marmo provenienti dalla raccolta di Enrico e Sandro Fiorentini: ulivella, piccone, mazzetta, trapano a violino, picchiarelli, subbie, oggetti che fino al Novecento hanno animato con il loro tintinnio le botteghe dei marmorari di Roma, oggi quasi del tutto scomparse. In occasione della mostra, la Fondazione Santarelli ha commissionato un documentario scientifico a cura di Adriano Aymonino e Silvia Davoli con immagini suggestive provenienti dai Musei Capitolini, il Parco Archeologico del Colosseo, il Pantheon e la chiesa di Santa Maria Maggiore al fine di illustrare, ai diversi visitatori, la complessa storia di questi materiali e degli usi nel corso dei secoli e nelle arti.

Il materiale cavato veniva trasportato con enormi difficoltà attraverso i deserti che circondano l’area dei Monti porfiritici. Raro e costoso ogni piccolo pezzo di porfido antico veniva usato senza sprechi, e dopo il suo primo utilizzo poteva essere impiegato svariate volte, per via anche della sua durezza, della sua inalterabilità agli agenti atmosferici e al fuoco.

Gli scavi pompeiani dopo il 79 dopo Cristo ci restituiscono nei quasi tre secoli di catalogazione una quantità infinita di marmi preziosi, come anche nella stanza della casa dei cervi a Ercolano ritroviamo un pavimento con una quarantina di tipi diversi di marmi preziosi. Le varietà di marmi che Roma riceveva come tributo dalle province conquistate erano, già all’inizio del II secolo D.C, in numero superiore a cento. Dopo la conquista dell’Egitto, Roma si riempì di graniti e porfidi di ogni tipo, dagli obelischi in granito di Asswan alle vasche di granito del Foro, che oggi si ammirano a Piazza Farnese e che provengono dalle terme di Caracalla, dalle colonne enormi in porfido egizio nel battistero di San Giovanni, alle colonne in granito rosa e granito Claudiano alte più di diciotto metri ancora in situ nel pronao del Pantheon.

Possiamo citare nella storia il monaco Agostino del Riccio intorno al 1570 che scrisse il primo testo moderno Istoria delle pietre nel quale si mettevano in relazione i nomi latini usati da Plinio con quelli in lingua volgare dati dagli scalpellini medioevali ai marmi colorati rinvenuti negli scavi di Roma.

Purtroppo molti marmi finirono nelle cosiddette calcare che fornivano la calce spenta che serviva le costruzioni medievali e ai grandi edifici rinascimentali, ma fu anche la base per tutti gli affreschi.

Lo stile degli scalpellini, noti col nome di Cosmati, da una delle famiglie a cui appartenevano e durò fino a tutto il XV secolo. Si afferma successivamente il nuovo gusto decorativo accanto al marmo, il cotto nelle varie tonalità di giallo e rossiccio.

Tutte le Chiese barocche di Roma, della Campania, Puglia, Sicilia, ma anche a Roma sono ricche di marmi colorati romani, saccheggiati dai palazzi imperiali e riusati in lastrine sempre più sottili per creare tarsie di altari e paliotti, per pavimenti, colonne e acquasantiere. Quella del riuso dei marmi colorati, più che la distruzione di un’arte o di un’architettura del passato, dovremmo interpretarla come l’eredità che ci ha lasciato la grande cultura e civiltà di Roma imperiale.

La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli concede abitualmente opere per mostre in tutto il mondo, ritenendo la fruibilità dell’opera d’arte una forma significativa di promozione culturale e di condivisione, nel rispetto della loro conservazione e integrità. Una bella mostra ricca di storia e di valorizzazione.