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ANTONIO CARULLI: SFIDUCIA E SRAGIONE

Trattato teologico-politico
domenica 29 dicembre 2019 di Andrea Comincini

Argomenti: Recensioni Libri


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Pref. di Marco Fortunato, La scuola di Pitagora editrice, 2018.

Per una interpretazione di Dio e del Contemporaneo.

Nonostante il testamento dell’autore sia chiaro, ovvero speri nell’oblio perché “l’ente che si annulla del tutto schianta Dio definitivamente”, si è costretti in questa sede a tradirne le volontà, in quanto forgiati da quel cristianesimo moribondo che ci induce a stare dalla parte di dio per “sudditanza ontologica” e quindi a cercarne inconsapevolmente ogni favore in grado di agevolare anche il sottoscritto, impaurito com’è dal non approdare all’essere definitivamente. In secondo luogo, e qui ci facciamo seri, poiché finalmente si ha di fronte un filosofo, e non un professore standard di filosofia.

La differenza è cruciale, e netta: già affermatosi con altri saggi (Filosofia delle mestruazioni, Il Melangolo), oggi Antonio Carulli, con Sfiducia e Sragione, trattato teologico politico, conferma di essere uno dei pensatori più interessanti del panorama italiano, lontano da quella filosofia amorfa da tubo catodico che imperversa su ogni canale e ben differente dal barone che gestisce dottorati e cattedre, preoccupato della scoloritura ontologica della sua tintura per capelli.

La riflessione di Carulli è differente e basta registrare la profondità dello stile per capirlo. Non esiste infatti grande filosofo che non sia stato grande scrittore. Alcune pagine del saggio potrebbero apparire addirittura “ciniche”, ma in realtà sembrano piuttosto il tentativo di venire a patti con i “nostri morti”, insolventi e insolubili e quindi sempre presenti, mostrando un lirismo inaspettato che nobilita ancora di più la disamina, perché Erlebnis.

Lungi tuttavia da una deriva sentimentalista, l’autore procede scolpendo nella roccia il proprio pensiero: incidere nella pagina e nelle carni non ha alternativa quando si è di fronte all’Essere il quale, direbbe Sgalambro, è pietra infinita. L’opposto è scrivere banalmente sull’acqua, fare psicologia e sociologia d’accatto, non Filosofia Prima.

Il saggio in questione appartiene dunque a quella tradizione esistenzialistico negativa alla quale cara è la metafisica come destinazione del pensare e a cui si accompagna la negazione della tradizione e l’omicidio dei propri simili: ogni filosofo serio infatti non ha precedenti, ma solo corpi da sotterrare.

Se la filosofia è pensiero dell’attuale – e qui l’incipit del lavoro del barese – altro non si può registrare se non lo stravaccamento sul divano della cultura occidentale, cioè del Cristianesimo. Lungi dall’essere tuttavia un dato negativo, è proprio questa indolenza, che l’autore descrive e percorre in ogni anfratto, a tranquillizzarci davanti alle invasioni presunte. Sebbene ci si possa spaventare di fronte al terrorista, proprio il suo esplodere nasce dall’ingenuità di un fremito inutile che vorrebbe mutare l’esistente. Quale sia il Destino, è presto detto. L’abitudine, tratto essenziale del nostro vivere, e l’assimilazione.

Noi abituati, democratici, siamo destinati a vivacchiare per molto tempo, e così il Sistema. Questa la causa: “attraversiamo il deserto non perché chiamati ma perché seguiamo stancamente le orme lasciate da chi ci ha preceduto”. In fondo, “l’esistenza con l’esistenza si paga, altro che con l’amore” indica proprio il nostro essere avvezzi al conservatorismo e non al gesto plateale e redentore, che non è quindi banale scelta politica, ma istinto di sopravvivenza (Definire Carulli filosofo di destra appare per tali ragioni riduttivo, allo stesso modo per cui lo si bolli come pessimista).

Un pensiero caustico, disturbante e per molti non condivisibile ovviamente, ma di certo un pensiero – finalmente. Sebbene la profondità degli argomenti trattati richieda una lettura diretta – che sollecitiamo a fare – si può e si deve aggiungere almeno un’altra osservazione. Originale e affascinante la terza parte del libro, dedicata alla metafisica, cioè a Dio. Avvertirne la sfida è destino di ognuno, o meglio di chiunque intuisca che ci aspetta qualcosa di peggiore del nulla, e cioè il quasi nulla.

La rimanenza – o meglio: il rimasuglio – è il centro di una nuova relazione ontologica che va ben oltre le fanfaronate parmenidee o heideggeriane. Lungi dall’annientarci, resterà quel mucchietto di ossa, testimone non solo della storicità di dio, ma anche del suo peso (qui la lezione sgalambriana è palese.) “La negatività dell’essere da qui deriva: dal fatto che non possiamo approdare al non essere finalmente”.

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Antonio Carulli

La circolarità della struttura del libro non è casuale: è l’etica a condurci verso le lande della metafisica e non il contrario: partendo dall’uomo, non si può se non arrivare a Dio passando per l’Altro. Carulli è perentorio non per vezzo, ma per necessità: “ogni saggio è sangue sputato nel palmo della mano. Ogni saggio è una cremazione. Deve seguire il destino della carne: testimoniare un disfacimento in atto o già avvenuto”.

Non ci resta che un commiato: “i morti seppelliscano i loro morti: il critico il saggista, il saggista la sua opera”.