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Racconto immaginario
domenica 10 febbraio 2019 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Racconti, Romanzi


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Una notte accadde che non potessi prendere sonno. Allora raggiunsi la spiaggia e rimasi a guardare la risacca, quel tanto ch’era possibile non essendoci luna

In lontananza nel mare intravvidi una sagoma chiara, poi udii accendersi il motore di uno scafo, ed infine lo sentii che si dirigeva a riva, diretto nella mia direzione.

Pensai ch’era meglio me ne andassi. Chiunque fosse, vedendomi proprio lì dove sarebbe approdato, sia pure per una banale coincidenza, si sarebbe comunque allarmato… e se ci fosse stato qualcosa di sporco, contrabbando od altro, avrebbe anche potuto reagire spiacevolmente nei miei confronti. Ma la curiosità mi indusse a restare.

Ed il motoscafo mi approdò quasi difronte, ne saltò giù un tizio che calmo calmo fece un percorso diagonale per raggiungermi. Con naturalezza mi guardò; con molta apprensione lo guardai. Disse alcune parole, in una sorta di slang. Qualcosa compresi, anche se assai vagamente, e lo seguii. Non emanava comunque aggressione o inganno.

C’erano troppe cose comunque che non quadravano in tutta la faccenda, pensavo: ma proprio per questo, l’impressione che valesse la pena di stare al gioco si rafforzava. Salimmo sul motoscafo, e quindi sul panfilo. Bello, devo dire, e grande: coi pochi riflessi disponibili non si vedeva da prua a poppa. E senza luci di posizione: pericoloso, pensai, e prudente a modo suo.

Ci muovemmo silenziosamente. Mi offrirono da bere vino bianco; dissi che ne bevevo solo rosso. Sorridendo, mi fu portato. Sorbii prudentemente solo poche gocce. E prendemmo il largo.

Poco dopo vidi ergersi un’isola rocciosa, con una grande caverna a filo d’acqua. Infilandoci in essa, lessi sulla parte una grossa scritta fosforescente: Inferno.

Non sapevo se ridere o preoccuparmi. Guardai il mio ospitante, perfettamente a proprio agio. Costui, per la cronaca, era elegantissimo e molto bello: era vestito da uomo, ma avrebbe potuto benissimo essere donna. Non risultava assolutamente effeminato, bensì quel che si dice un uomo bello nel senso più raffinato del termine.

Comunque sia, la caverna slargò come una enorme cupola e conteneva spiaggette bellissime, vegetali strani, dossi di ametista, illuminazioni diverse, una miriade di cose stupende. Ma quello che restava più delizioso ed affascinante su tutto era la possibilità di avere a piacimento sia una visione d’insieme, sia lo spettacolo di varie situazioni in dettaglio, potendo peraltro passare più volte da quella a queste, per tornare a quella, oltre che passare da una situazione dettagliata ad altre, per tornare alla precedente e vedere cosa fosse successo nel frattempo…

Non c’erano luoghi chiusi o nascosti in tutta l’estensione, ma l’intero spazio era suddiviso per così dire in ambienti. V’era così ad esempio una falegnameria, e vi si vedeva lavorarci un artigiano ed il garzone. Poco distante v’era una camera da letto, con una coppia che stava beatamente facendo l’amore. Più in là un ufficio, ove si teneva evidentemente un Consiglio d’amministrazione.

E così un reparto industriale, un dormitorio di collegio con tutti i bambini che dormivano, l’interno di una chiesa, l’aula di un tribunale con una causa in corso… ma gli ambienti erano centinaia, completi e funzionanti, tutti però senza pareti. Ogni individuo svolgeva le proprie mansioni, secondo la situazione in cui era collocato e sembrava non curarsi di quanto accadesse negli ambienti confinanti.

Era una specie di puzzle, coi pezzi apparentemente incongruenti fra loro, ma che nell’insieme aveva una propria sottile ed inequivocabile coerenza. Approdammo. E percorremmo alcuni sentieri, che si snodavano fra un ambiente e l’altro. Raggiungemmo così il fondo dell’enorme caverna, dove iniziava una scala scavata nella pietra.

Sulla volta all’entrata, c’era una grossa scritta fosforescente: Paradiso. Mi venne da sorridere e seguii il mio ospitante, che aveva preso a salire la gradinata, e continuava a tacere,

Salimmo parecchio, devo dire, ma comunque sbucammo sopra un costone, all’alto del quale si coglieva una visone globale di una seconda enorme caverna, che a rigore di logica doveva collocarsi nella parte alta della montagna che costituiva l’isola da me intravvista all’arrivo, ma che poteva benissimo essere la stessa di prima, vista da una posizione diversa. Sul momento non seppi stabilire quali delle due situazioni fosse.

Resta il fatto che nella caverna la situazione era esattamente la stessa di prima. Ci deve essere una differenza, pensai. E mi misi a guardare con cura, puntigliosamente, deciso a coglierla. Ci volle un po’, ma poi me ne accorsi. Gli ambienti erano gli stessi, ma inverse le situazioni in corso. Così ad esempio i falegnami stavano riposando, la coppia che prima amoreggiava qui stava litigando, alcuni che avevo visto giocare ora lavoravano, altri che prima si aiutavano qui si picchiavano, altri ancora che litigavano qui amoreggiavano e così via.

D’altro canto tutti questi ribaltamenti non potevano essere accaduti mentre salivamo la gradinata e tutti così perfettamente all’unisono. Guardai il mio ospitante, e sorrisi. Allora fece un cenno che potevamo tornare. Ci avviammo alla gradinata e la discendemmo, ma quando stavamo per risbucare nella caverna che avevo visto per prima… sull’arco di entrata c’era scritto Paradiso.

Finalmente scoppiai a ridere. Per chi non avesse capito, dirò che la prima caverna era indicata come Inferno per un verso, ma come Paradiso per l’altro verso… e così la seconda caverna (o angolazione diversa dalla prima che fosse) era indicata come Paradiso da una parte, ma come Inferno dall’altra: fossero o no due caverne concretamente distinte, comunque in realtà erano la stessa cosa, vista in momenti diversi e complementari. Tornammo al panfilo.

Grazie per lo spettacolo. Molto ingegnoso, e devo dire che mi è piaciuto tantissimo esplicitai al mio ospitante, che finalmente parlò. Grazie a te per esserti divertito” mi rispose. “Sono stufo di gente che prende sul serio quello che fa e quello che accade”. Gli abitanti delle caverne ? chiesi. “Appunto” confermò. Ma l’intera isola è il mondo precisai. “Infatti” ribadì.

Garbatamente volle riaccompagnarmi di persona sino alla spiaggia. All’atto del commiato, dissi: toglimi una curiosità, come ti chiami ? La risposta fu molto chiara e laconica: “Tu”. Dopo di che ci inchinammo e ce ne andammo.

Ma voi che state ancora lì a rimuginare e giudicare, sapreste dire qual è il mio nome ?