INFORMAZIONE
CULTURALE
Dicembre 2018



HOME PAGE

ARCHIVI RIVISTA

Articoli on-line 4662
Articoli visitati
3975498
Connessi 11

INDICE GENERALE
INDICE MENSILE
EDITORIALE
RUBRICHE
PASSATO E PRESENTE
EVENTI
ITINERARI E VIAGGI
PARERI LEGALI
COSTUME E SPETTACOLI
QUADRIFOGLIO
TERZA PAGINA
LETTURE CONSIGLIATE
CULTURA
SCIENZA E DINTORNI
FILATELIA
LIBRI RECENSITI
AUTORI
Argomenti

Monitorare l'attività del sito RSS 2.0
SITI AMICI

a cura di
Silvana Carletti (Dir.Resp.)
Carlo Vallauri
Giovanna D'Arbitrio
Odino Grubessi
Luciano De Vita (Editore)
On line copyright
2005-2018 by LDVRoma

Ultimo aggiornamento
10 dicembre 2018   e  



Sito realizzato con il sistema
di pubblicazione Spip
sotto licenza GPL

A chiare lettere (ed. Ponte Sisto, Roma, 2007)

DOVE GUARDA BETTINI

Nuove elites politiche. Un libro “A chiare lettere” tra citazioni filmiche e passioni civili
domenica 16 marzo 2008 di Carlo Vallauri

Argomenti: Politica
Argomenti: Storia
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Goffredo Bettini


Segnala l'articolo ad un amico

Il volume A chiare lettere di Goffredo Bettini (ed. Ponte Sisto, Roma, 2007) contiene uno scambio di lettere tra l’autore e Pietro Ingrao nonché una serie di scritti e di relazioni risalenti al periodo che va dagli anni ’70 ed ‘80 al 2007, ripercorrendo così un lungo arco dalla fase del crollo del comunismo sovietico sino alla nascita del partito democratico. La lettura può tornare utile per conoscere aspetti significativi circa l’educazione politica giovanile e delle idee successivamente maturate in un dirigente politico che, dopo essere stato esponente dalla generazione di passaggio da Berlinguer a Occhetto, a D’Alema, va assumendo un ruolo maggiore nella politica nazionale. E si trovano nel testo sia interessanti spunti riguardanti la personale formazione di Bettini sia la visione di fondo che ha accompagnato il trauma dell’esaurirsi di quella che è stata una “grande speranza dell’umanità” (secondo l’espressione di papa Woytila). Chi scrive questa recensione appartiene alla generazione intermedia tra quella di Ingrao e quella di Bettini, per età più vicino al primo (per una breve stagione suo docente di storia al liceo) che al secondo. Eppure vi sono elementi di congiunzione da non sottovalutare.

PDF - 219.6 Kb
Testo da scaricare
GIF - 21.8 Kb
Goffredo Bettini

Scrivendo a Ingrao (marzo 2005) l’autore ricorda il film Umberto D. di Vittorio De Sica, con sceneggiatura di Zavattini: la citazione tende a sottolineare l’emozione estetica provata specialmente dalle ultime immagini che rappresentano la disperazione del protagonista per lo scacco subíto quasi al termine della vita a causa della dignità negata e maltrattata e che determinò nell’adolescente Bettini un dolore insopportabile. Quella dignità offesa da un lato diviene per lui simbolo di tutto ciò che l’essere umano deve superare e dall’altro spiega il conseguente impegno civico e politico. Ebbene: a proposito di quel film, al direttore della rivista “Cinema”, Guido Aristarco, pervenne una lettera nella quale si criticava la dichiarazione del Sottosegretario alla Presidenza, con delega per il settore Cinema e spettacolo, il giovane Giulio Andreotti, secondo il quale occorreva smettere di finanziare film che presentavano un’Italia nei suoi aspetti di povertà. La lettera di protesta fu pubblicata da Aristarco nel numero 1 della sua rivista “Cinema Nuovo” . Cito quell’episodio per notare come la semplicità degli autori di quella lettera (il poeta Gaio Fratini, il futuro dirigente romano del PCI e Assessore della Giunta Argan, Gino Arata, e il sottoscritto) tenevano a far rilevare come il film, contrariamente all’opinione di Andreotti, avesse colto nel segno, descrivendo una certa condizione umiliante in cui possono venire a trovarsi gli esseri umani (in riferimento all’Italia di quel tempo) e che presentava quelle immagini per descrivere a qual punto possano giungere forme di degradazione silenziosa.

E se Bettini, tanti anni dopo, ha voluto ricordare quella sua impressione di adolescente è evidentemente per mettere in rilievo come furono conoscenze culturali ed umane di quel tipo a sospingerlo verso un certo modo di concepire i suoi rapporti nella società e quindi verso le sue scelte esistenziali. Parimenti è da sottolineare come lo stesso Bettini, parlando al Palais de Chaillot alla presentazione del film Salò di Pasolini nel 1975, abbia indicato gli aspetti di disperazione espressi in quell’opera dallo scrittore. Una linea “interpretativa” che congiunge all’umiliazione già osservata, subita dal professore di De Sica, la condanna netta di Pasolini contro la violenza. Chi scrive queste note aveva allora occasioni di incontrare il poeta-regista ed ebbe quindi modo di apprendere direttamente da lui il senso profondo che egli attribuiva alla condanna di ogni forma di violenza, non la facile “non violenza” dei semplificatori, bensì la drammatica scelta per la nonviolenza di chi sa bene come nella vita può anche accadere di conoscere la collera e il desiderio di violenza così connaturato in tanti esseri umani. Evocare l’orrore di Salò significava richiamarlo al fine di esorcizzare non solo quelle violenze, ma tutte quelle altre che anche Pasolini e la sua famiglia avevano conosciuto e andavano scavate per liberare la coscienza umana. Non dimentichiamo che un filone di persone attive nel comunismo avvertisse il peso del retaggio della violenza e solo una parte di esse ha ritenuto successivamente di superare quell’esperienza critica compiendo e rivendicando la scelta precisa della non violenza (in una serie di scelte avvenute a livello internazionale), mentre altri hanno cercato di liberarsi da quei ricordi limitandosi a retrodatare le proprie differenti opzioni.

Molto opportuna e condivisibile appare invece la rivendicazione sincera e convinta, da parte di Bettini, del ruolo propositivo e formativo svolto dall’esperienza popolare della base comunista, che oggi viene spesso dimenticata, ma che fu (e l’autore di questa nota ne è stato testimone in seno alla CGIL più ancora che in sede politica, dandone poi atto in testi di storia), un fattore fondamentale nel secondare l’avanzamento sociale, la difesa della repubblica, il superamento di tante contraddizioni. Queste osservazioni riprendono un punto cruciale della crisi personale e psicologica di coloro che avevano vissuto il comunismo, ritenendo – come decine e decine di milioni di persone – che abbracciare quella fede significasse di per sé impegno per il riscatto della dignità umana. Qui l’autore offre la sua personale interpretazione: è sempre meglio del silenzio penoso con il quale altri esponenti politici hanno accompagnato il loro distacco dal comunismo per accettare la logica della democrazia occidentale, alla quale si riferisce evidentemente il carattere “democratico” del nuovo partito, concetto ora fatto proprio e non più considerato meramente “formale”, quando lo si contrapponeva polemicamente ad una non meglio identificata “democrazia sostanziale” (o “popolare”) che si riteneva realizzabile solo attraverso una politica sottoposta ad un dominio totalitario, in contrasto con la ricerca che implica necessariamente la piena libertà, come cercò di spiegare invano ai suoi compatrioti il premio Nobel Sakharov.

E a proposito dei film di Germi, opportunamente ricordati, l’isolamento in cui il regista venne lasciato dalla stampa comunista e dai suoi critici più noti, fornì la prova di quanto il dogmatismo ideologico di quell’epoca nuocesse alla cultura italiana. Oltre a colpire irrimediabilmente identità e personalità di un grande artista, si giunse persino ad irridere e svalutare il suo modo di guardare alla realtà degli italiani non politicamente impegnati (come nel “ferroviere”, espressamente citato da Goffredo), affermando che egli non sapeva comprendere l’intima essenza dei più umili, dei quali invece aveva saputo rendere stati d’animo e sofferenze insieme alla ragione dei loro comportamenti, tanto lucidamente mostrati nelle sue opere.

Veniamo infine al punto di vista di Bettini sulla costruzione del PD espresso in un documento presentato nel luglio 2006 alla festa dell’Unità (ed ora pubblicato nel libro), uno dei pochi testi innovativi in quella fase preparatoria perché cercava di sottrarre la proposta politica avanzata al limite delle affermazioni generiche. Egli preferiva indicare le “carte da giocare” nel sistema politico italiano nel quadro dell’apertura ai nuovi mercati mondiali e per rendere più efficiente l’azione pubblica e l’economia italiana, sì da dare alla nuova creatura lo slancio al ruolo di protagonisti della “rinascita nazionale”. Il percorso successivo del nuovo partito sembra a noi corrispondere solo in parte a quei suggerimenti. Ormai comunque la parola è ai fatti.

Siamo ora di fronte a crisi economiche internazionali che richiedono, per chi fa politica, rapide e nette scelte rispetto alla conflittualità in corso non rinunciando alle linee essenziali della sinistra europea che sono e restano di marca socialista (un attributo politico al quale si richiamava pur sempre lo stesso Berlinguer). Oggi infatti occorre coraggio innanzitutto e ripensare modi e tempi della politica europea (utile in proposito il recente libro di Giuseppe Guarino sugli effetti dell’eurosistema) e inoltre finalmente affrontare il debito pubblico, che ormai da decenni grava ogni giorno sulla vita di tutti noi. Occorre quindi decidere le riduzioni di bilancio sulle spese militari (un argomento pungente ma un’opzione che risparmierebbe alle famiglie italiane – in una fase di aumento e allargamento della povertà – spese e sangue) per avviare quindi un ben differente uso della spesa sociale (il punto più delicato). Tutto il resto appare inutile e ripetitivo di antichi e recenti schemi.

Pensa, Goffredo, a quello che potrebbe dire oggi Pasolini! Altrimenti quale alternativa contrapponiamo alle invasioni barbariche in corso nella vita pubblica, nei media, nel costume nostrano, nel confronto sociale? Dobbiamo lasciare alla destra (come avviene da 15 anni) l’iniziativa di proposte sulle quali camminare?

JPEG - 18.6 Kb
Locandina
Invito presentazione libro

Tutto ciò naturalmente non si poteva trovare in un singolo libro di ricordi personali (senz’altro originali ed interessanti) ma si ha quasi l’impressione che l’A. – nella fase formativa del nuovo partito – abbia preferito esprimersi attraverso una prosa volutamente sobria in uno stile del tutto schivo da ogni pretenziosità investendosi di una sorta di spirito “missionario” che traspare anche da sue recenti dichiarazioni. Così si è però precluso di guardare più lontano, come è lecito attendersi da un talento rimasto a lungo sospeso nell’attesa di un convincente impegno politico, finalmente realizzatosi e che proprio, per le basi personali e culturali di partenza, può offrire un raro punto di riferimento.

Rallegramenti per il libro che mi ha consentito questo amarcord (di cui anzi mi scuso), e auguri per il nuovo lavoro!

P.S.

Registrazione degli interventi alla presentazione del libro "A chiare lettere: carteggio con Pietro Ingrao ed altri scritti", di Goffredo Bettini tenutasi a Bologna, 14 dicembre 2007 - 17:30 Cliccare qui