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IL POZZO NURAGICO DI SANTA CRISTINA

Un santuario ipogeo dove si praticava il culto delle acque
martedì 5 settembre 2017 di Nica Fiori

Argomenti: Luoghi, viaggi
Argomenti: Architettura, Archeologia
Argomenti: Turismo
Argomenti: Italia


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A Paulilatino (Oristano) si trova un sito preistorico con il pozzo nuragico meglio conservato della Sardegna, un santuario ipogeo dove si praticava il culto delle acque, in relazione anche con la Luna.

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Pozzo di Santa Cristina

In Sardegna tra i monumenti fondamentali per capire la civiltà nuragica ci sono i pozzi sacri, risalenti per lo più al periodo nuragico medio (XIII-X secolo a.C.), ovvero del bronzo recente. Se ne contano una trentina, situati soprattutto nella fascia sud-occidentale dell’isola. Uno di essi si trova sotto la chiesetta di San Salvatore nel Sinis, presso Oristano, a testimonianza del fatto che il culto dell’acqua si trasmise di età in età fino ad essere assimilato dal Cristianesimo, assumendo il significato purificatore e salvifico del battesimo.

Nell’isola è attestata una particolare devozione all’acqua fino dall’età neolitica, in quanto si riconosceva in essa il principio maschile fecondatore e generatore di vita.

Scrive a questo proposito Gin Racheli nel suo libro La Sardegna. Un’isola, un mondo: “Per i Nuragici il pozzo sacro era il luogo in cui il dio Toro fecondava la dea Madre … Perciò la struttura architettonica dei pozzi è costituita da una tholos (falsa cupola) di nuraghe che penetra nel terreno emergendone solo in parte, e in un canale verticale che, dalla base della tholos, scende a imbrigliare la sorgente. L’acqua affiorava alla base, alla quale si accedeva dall’esterno mediante una ripida scala coperta …”.

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Cupola a tholos con apertura centrale
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Interno del pozzo nuragico

Il pozzo sacro veniva costruito là dove emergeva una vena d’acqua che presentava particolari caratteristiche individuabili dai sacerdoti. Una volta scelta la sorgente considerata idonea al culto, intorno ad essa veniva consacrata una vasta area, riconosciuta dall’insieme delle tribù circostanti come un luogo sacro “extraterritoriale”, almeno a giudicare dall’assenza di fortificazioni.

Nell’area sorgeva un villaggio-santuario con dimore per i pellegrini, un mercato e recinti per le riunioni dei capitribù. È probabile che in queste assemblee si placassero le liti e si sancissero le alleanze, favorite dall’atmosfera sacrale del luogo. Il santuario diveniva così per i Padri sardi un punto di legame non soltanto religioso, ma anche politico e sociale.

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Sito nuragico di Santa Cristina

Il pozzo nuragico più noto della Sardegna si trova nel complesso sacrale di Santa Cristina a Paulilàtino (Oristano). Percorrendo il sentiero che conduce al villaggio nuragico, immerso in una lussureggiante vegetazione di piante secolari d’ulivo, olivastro e lentisco, si scorgono i resti più recenti di frequentazione del sito, ovvero il villaggio cristiano di Santa Cristina, e proseguendo si giunge all’insediamento più antico che comprende un nuraghe monotorre (diametro di m 13 e altezza residua di m 6), costruito con blocchi di pietra basaltica disposti su filari irregolari, una capanna circolare per le riunioni dei nuragici, una capanna allungata con soffitto di lastroni di basalto (un tempo facenti parte del ballatoio del nuraghe) di epoca successiva. Si giunge quindi al tempio a pozzo, che segna il culmine dell’architettura religiosa nuragica, tanto che Giovanni Lilliu, il principale studioso della civiltà nuragica, parlò in questo caso di Magistra Barbaritas.

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Villaggio nuragico di S. Cristina

Secondo le ipotesi fatte dagli studiosi questa costruzione, risalente all’XI-IX secolo a.C, attirava folle di devoti da ogni parte della regione, così come adesso attira molti visitatori amanti dell’archeologia misteriosa. Gianfranco Pintore, nella sua guida Sardegna sconosciuta, sostiene che “l’ideale è arrivarvi verso il tramonto, quando la luce darà al pozzo sacro e agli altri edifici megalitici del complesso un fascino del tutto particolare”.

Quando, alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, venne riportato alla luce il pozzo, l’ingegnere che ne stava rilevando le proporzioni, sconcertato confidò agli archeologi che stavano con lui: “Se si dovesse progettare oggi una cosa del genere, avremmo bisogno di un bel computer e di non poche settimane di lavoro”. La tecnica costruttiva in effetti ci riempie di meraviglia per la sua precisione, tanto che le pietre, magistralmente scalpellate, aderiscono tra loro in modo perfetto, al contrario di quanto avviene nelle altre costruzioni vicine.

La camera a tholos, larga m 2,5, è costituita da perfetti cerchi concentrici, che si restringono man mano che si procede verso la sommità, che termina con una luce circolare di cm 35 e ha un’altezza di m 7. L’acqua del pozzo attualmente ha un livello costante di cm 50. Il vano della scala si raccorda perfettamente con la camera ipogea, creando l’impressione dall’alto di un’apertura di serratura, dalla forma a trapezio (ma più simile a un triangolo equilatero con uno spigolo tagliato da un lastrone), inscritta nel cerchio del recinto esterno: un’apertura che indubbiamente fa pensare a una simbologia magico-sessuale.

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Pozzo di Santa Cristina

Ma la cosa più straordinaria è che questo edificio mostra precise conoscenze geografiche ed astronomiche da parte dei suoi costruttori.

L’antropologo Carlo Maxia e l’astronomo Edoardo Proverbio hanno rilevato che “in particolari circostanze la luna viene a specchiarsi per un breve periodo sul fondo del pozzo, e poiché durante i mesi invernali, in particolare in dicembre ed in gennaio, questo fenomeno viene a corrispondere al periodo del plenilunio e delle eclissi lunari, si ha che almeno una volta all’anno durante il passaggio al meridiano, circa a mezzanotte, nello specchio del pozzo viene a riflettersi l’immagine della Luna piena”. Ciò è stato verificato direttamente da uno di essi in occasione del solstizio invernale del 1972. Sembrerebbe quindi che i nuragici in questo tipo di costruzioni sommassero l’effetto cosmico dei raggi lunari a quello geotellurico dell’elemento acquatico.