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A NAPOLI

La pinacoteca della collezione Pagliara

Presso l’Università Suor Orsola Benincasa
domenica 7 maggio 2006 di Achille della Ragione

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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La pinacoteca, frutto di una donazione di un raffinato collezionista, musicista e poeta vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Rocco Pagliara, è conservata presso l’Università Suor Orsola Benincasa e rappresenta uno dei tanti luoghi negati alla visita di Napoli, infatti, nonostante la presenza di circa 100 dipinti, alcuni di autori di rilievo internazionale, la raccolta è sconosciuta a napoletani e forestieri ed anche molti studiosi non hanno mai avuto l’opportunità di vederla. Assurdità di un’antica capitale, troppo ricca di tesori artistici da trascurare un programma di corretta fruizione che farebbe da volano alla rinascita culturale e turistica della città.

Manca anche un catalogo delle opere, perchè una vecchia pubblicazione, oramai rara a trovarsi, contiene troppe attribuzioni incerte o completamente stravolte dal progredire delle nuove acquisizioni. Il percorso si snoda in vecchie celle monacali e segue un itinerario cronologico dal Cinquecento all’Ottocento. Ogni ambiente è arredato con gusto con mobili ed oggetti coevi ai dipinti esposti e la visita, privilegio per pochi eletti, è una gioia per gli occhi e per lo spirito.

Ci accompagna la professoressa Penta, responsabile del museo, alla cui squisita disponibilità dobbiamo gran parte delle notizie sulle opere d’arte.

Una breve visita virtuale alla pinacoteca

L’opera più importante della prima sala è senza dubbio una tempera su tavola di piccole dimensioni, ma di grande qualità, raffigurante le Stimmate di San Francesco, firmata e databile al 1570, eseguita da El Greco, celeberrimo pittore, durante il suo soggiorno a Roma. Sul retro il nome del committente, monsignor degli Oddi, appartenente ad una nobile famiglia perugina.

Altro autore straniero, di grande livello è Claude Lorrain, illustre paesaggista, presente con un piccolo tondo raffigurante Tobiolo e l’angelo. Una scoperta della professoressa Penta, che ci ha segnalato il pendant in collezione Longhi a Firenze. Molto bella anche una Madonna col Bambino e san Giovannino, firmata e datata 1601, che ci permette di conoscere un abile quanto sconosciuto pittore tardo manierista: Andreas Arjecurt.

Nella sala successiva ci accoglie una splendida tela di grandi dimensioni, una Sacra famiglia, attribuita a Francesco Fracanzano, intorno al 1635, una data importante per la pittura napoletana, che cominciò da allora a risentire della rivoluzione cromatica tendente ad addolcire il chiaro scuro caravaggesco. Il dipinto, a nostro parere, va assegnato a Cesare Fracanzano per le stringenti analogie con i suoi due quadri, firmati, conservati al Pio Monte della Misericordia.

Di estremo interesse anche una Vanità e Saggezza, assegnata in passato ad Angelo Caroselli, caravaggista convertito poi al classicismo romano; in seguito il Bologna ha pensato ad Antiveduto della Grammatica, pittore toscano tardo manierista divenuto poi convinto caravaggesco, attivo nella nostra città nel secondo decennio del XVII secolo nel convento dei Camaldoli. Le ultime acquisizioni sull’artista hanno però escluso l’autografia di molte delle opere conservate a Napoli che gli venivano attribuite e questa circostanza invita alla riflessione sulla paternità della tela in esame.

Una Santa Cecilia contornata da angeli, attribuita nel vecchio catalogo ad ignoto artista, suggestionato dai modi di Lorenzo Vaccaro è senza dubbio opera del Vaccaro, ma di Andrea naturalmente.

Vi è poi un David vincitore festeggiato dalle ragazze ebree, assegnato in passato al Fracanzano e più recentemente al Maestro degli Annunci ai pastori, pur mancando del suo caratteristico “tremendo impasto”. Per quanto di eccellente qualità è più opportuno che rimanga nel limbo degli ignoti, anche se di lusso.

Tra i capolavori, noti da tempo agli studiosi, svetta uno dei migliori dipinti giovanili di Bernardo Cavallino: Ester ed Assuero, definito da Raffaello Causa “un’aulica scena di seduzione cortese” e collocato cronologicamente dal De Rinaldis intorno al 1642; viceversa, la padronanza nel trattamento cromatico con il prevalere della tonalità scura e la distribuzione delle figure in fila su uno sfondo architettonico, indicano una esecuzione antica, verso la metà degli anni Trenta. Il dramma e l’emotività, la dolcezza estenuata ed il tenero languore, caratteristiche patognomoniche di questo raffinato artista sono il fulcro attorno al quale scorre la composizione, che fissa il culmine della narrazione nel momento dello svenimento di Ester al cospetto del re Assuero.

Di Luca Giordano si conserva il bozzetto per la pala della chiesa del Rosariello alle Pigne, animata da colori brillanti e luminosi, derivati dall’arte del Baciccio. L’opera del 1692, secondo il Giannone fu eseguita nel corso di una sola notte, leggenda che concorse alla fama della rapidità giordanesca, da cui il nomignolo di Luca fa presto. La Madonna è raffigurata come una statua portata in processione, una idea berniniana, bizzarra ed originale che fu ripresa da altri pittori nel secolo successivo.

La sala dedicata alla natura morta contiene dipinti settecenteschi di mediocre qualità e quasi tutte le attribuzioni tradizionali sono azzardate, in particolare le tele assegnate a Francesco Fioravino, detto il Maltese, sono certamente di un modesto seguace. Il Settecento è rappresentato degnamente con molti artisti famosi da Leonardo Coccolante, presente con cinque tele, alcune molto belle, autografe, altre di bottega, a Francesco Liani, che ritrae, nel 1758, un rampollo della nidiata Borbone (per vedere fratelli e sorelle recarsi al museo Campano di Capua). Vi è poi un autoritratto di Paolo De Maio ed una pittrice, Agnese la Corcia, che ritrae il cavalier Tagliafanti. Orazio Solimena che, influenzato dal Traversi, ci fornisce un potente ritratto di nobildonna, affetta da artrite reumatoide, e Giuseppe Bonito, che immortala il volto rubizzo e rubicondo di Niccolò Jommelli. Tra gli ignoti, l’artista autore di re Ferdinando, è, senza ombra di dubbio, il sorrentino Carlo Amalfi, mentre la scena carnascialesca è vicina ai modi pittorici del Celebrano. Infine un’altra

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Ignoto - Venere

pittrice, Angelica Kauffmann, ritrattista di corte, che imprime un tocco di delicatezza alle sembianze della regina Carolina.

Tra le statue, una Venere di ignoto, dal sorriso accattivante e dalle terga poderose. La collezione Pagliara possiede numerosi artisti ottocenteschi, da Corot a Gigante, da Morelli a Vinelli, oltre a Mancini, Vetri, Dalbono, Toma e tanti altri, ma al momento non vi è niente in mostra, ad eccezione di un espressivo ritratto di Gaetano Forte, un salernitano in grado di operare una profonda introspezione psicologica sui soggetti da lui raffigurati.

La pinacoteca Pagliara è, come abbiamo visto, uno scrigno prezioso, nascosto a studiosi e visitatori, che merita di essere valorizzato, perchè può costituire un fiore all’occhiello del panorama museale napoletano.