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Alla scoperta delle fontane minori di Roma

Piccoli ma interessanti esempi di fontane pubbliche, che arricchiscono l’arredo urbano e in qualche caso denotano il rione
lunedì 1 febbraio 2016 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Luoghi, viaggi
Argomenti: Curiosità


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L’abbondanza d’acqua ha regalato a Roma un numero impressionante di fontane. Si può dire che non vi sia piazza, cortile o chiostro che non oda il mormorio di freschi zampilli. Alla monumentalità delle grandi mostre d’acqua e degli scenografici ninfei fa da contrappunto la timida presenza dei cosiddetti ’beverini’, quelle fontanelle pubbliche che da secoli si prestano ad una funzione pratica e allo stesso tempo ad esaltare in maniera singolare l’arredo urbano. Finora scarsa attenzione è stata rivolta a queste testimonianze di ’arte minore’ della città, eppure anche esse documentano, in modo discreto, le vicende urbanistiche e l’evoluzione del gusto lungo un arco di tempo lunghissimo. Queste piccole strutture architettoniche, spesso appoggiate ai palazzi patrizi, fanno grande uso di reperti antichi, soprattutto sarcofagi e mascheroni, ma non di rado sono caratterizzate da sculture e motivi decorativi originali.

Tra le più note è sicuramente la Fontana del Babuino, nell’omonima via, che prende il nome proprio dalla figura di uomo sdraiato, probabilmente un dio fluviale, che il popolino giudicava talmente brutto da somigliare a una scimmia (babbuino). Oltre alla funzione di fontana, questa statua contribuiva un tempo, insieme a Pasquino, Marforio, Madama Lucrezia e ad altre “statue parlanti”, a farsi voce del malcontento popolare con parole o versi graffianti.

Molto caratteristica è la fontanina del Facchino, in via Lata, che raffigura un venditore d’acqua con la sua botticella. Era collocata un tempo in via del Corso e aveva una vasca più grande. Risale agli ultimi anni del Cinquecento ed è perciò assolutamente infondata la tradizionale attribuzione a Michelangelo. Molto più probabilmente l’autore del disegno potrebbe essere il pittore manierista Jacopino del Conte.

Il motivo della botte piacque tanto da essere poi ricopiato in altre fontane come quella collocata in largo San Rocco, presso l’antico porto di Ripetta. Realizzata in marmo nel 1774 su commissione della confraternita degli osti e barcaroli, questa Botticella era addossata un tempo a Palazzo Valdambrini, demolito per l’apertura di piazza Augusto Imperatore. Entro una nicchia è raffigurata la faccia allegra di un giovane popolano col tipico berretto dei facchini che sporge da una valva di conchiglia. Dalla sua bocca l’acqua cade nella sottostante vaschetta; al di sotto è collocata orizzontalmente la botte.

L’incrocio di via XX Settembre con via Quattro Fontane è arricchito da quattro figure allegoriche (due femminili e due maschili) giacenti entro nicchie. Una raffigura la Fedeltà, o più verosimilmente Diana per il simbolo lunare posto sui suoi capelli; un’altra è stata identificata con la Fortezza, ma anche con Giunone per la presenza di un pavone e di una testa di leone da cui zampilla l’acqua. Il Tevere, con la cornucopia nella mano sinistra, è riconoscibile dalla lupa inserita tra le stalattiti di una grotta. L’altra figura maschile, su uno sfondo di canne palustri, è affiancata da un leone. Si è pensato che potrebbe essere l’Arno, perché il leone è uno dei simboli araldici di Firenze. Le Quattro Fontane furono erette intorno al 1588 per volontà di Sisto V (Felice Peretti) per abbellire la strada Felice (ora via Quattro Fontane), che da lui prendeva il nome.

Queste composizioni del passato si fanno apprezzare per il loro felice inserimento nel tessuto urbano, ma anche in tempi più recenti sono state realizzate alcune fontane e fontanelle che ci appaiono interessanti per l’uso di alcuni simboli tipici del luogo di appartenenza. Sono le cosiddette ’fontane rionali’, realizzate in gran parte dall’architetto romano Pietro Lombardi, che nel 1924 aveva vinto un concorso bandito dal Comune di Roma. Grazie alla sua spiccata sensibilità artistica e all’indubbio talento nella tecnica idraulica, egli diede vita ad invenzioni armoniosamente inserite nel contesto ambientale. La prima fontana da lui realizzata, quella delle Anfore di Testaccio, già in piazza dell’Emporio e ora in piazza Testaccio, incontrò per la sua originalità un immediato consenso presso il grande pubblico.

Ma anche la maggior parte dei critici sembrò apprezzare il richiamo alla storia del passato dal momento che il rione sorge alle pendici di una collinetta artificiale formatasi, a partire dal II secolo a.C., dal progressivo accumulo dei cocci di vasi di terracotta (in latino testae) provenienti dal vicino porto sul Tevere. Dopo quest’opera, l’architetto si aggiudicò un appalto per il progetto e la costruzione di ben dieci fontane nei rioni Borgo, Monti, Campomarzio, Pigna, Trastevere, Sant’Eustachio, Ripa e nel quartiere San Lorenzo. Alcune di queste realizzazioni rivelano la stessa impostazione compositiva. Si tratta di quelle di porta Angelica, di porta Castello, dei Monti e di San Lorenzo (distrutta nel bombardamento del 1943).

Gli elementi di questo gruppo hanno in comune lo stesso ritmo ascendente impresso dalla sovrapposizione dei blocchi di travertino liscio: il carattere individuale delle opere va ricercato nella decorazione a rilievo della superficie esterna, ogni volta ispirata alle tradizioni e agli emblemi delle diverse zone cittadine. Ecco allora i riferimenti alle alture tiburtine nella fonte situata a San Lorenzo, alle tiare pontificie in quella vicina ai palazzi Vaticani, alle stelle e ai colli Esquilino, Viminale e Celio in via di San Vito ai Monti, alle palle di bombarde in quella eretta in prossimità di Castel Sant’Angelo.

Altrove, invece, egli adottò schemi diversi. La fontana del Timone, murata sull’imponente prospetto dell’ospizio del San Michele, è costituita da una tazza semicircolare dominata dalla ruota e dalla barra nautiche, motivi che replicano fedelmente lo stemma del rione Ripa. La storia di quest’ultimo si lega infatti al più importante tra gli scali fluviali, per secoli meta obbligata per le navi che giungevano dal mare, trainate controcorrente a forza di buoi. Pure all’araldica rionale si ispira la fontanella situata in via degli Staderari, su un fianco dell’antica università della Sapienza. Raffigura, infatti, la testa di un cervo, l’animale che secondo una leggenda avrebbe provocato la conversione di Sant’Eustachio, e insieme quattro ponderosi libri a ricordare la destinazione culturale dell’edificio.

Un eloquente richiamo alle attività artistiche che si svolgono nella via Margutta si può cogliere nelle fontana di questa strada, nel rione Campomarzio, in cui due maschere contrapposte con la loro diversa espressione, corrucciata la prima e sorridente la seconda, simboleggiano l’influenza capricciosa della fortuna nella vita di un artista. Si notano pure i cavalletti e il secchio di pennelli sulla sommità della composizione. Un’evidente trasposizione dell’emblema del rione, infine, si coglie nella Pigna di piazza San Marco, quasi una replica in scala minore dell’originale bronzeo, ritrovato in zona e poi trasportato nell’omonimo cortile dei Musei Vaticani.