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Scala Santa. Restaurata la Cappella di San Lorenzo

Gli affreschi cinquecenteschi voluti da Sisto V ritornano al loro splendore
mercoledì 1 luglio 2015 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Architettura, Archeologia


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Un restauro è un’occasione straordinaria per vedere come è stata realizzata un’opera d’arte. Quando si tratta, in particolare, di un edificio sacro meta di pellegrinaggi, è normale approfondire il discorso sul suo programma iconografico che, a distanza di secoli dalla sua realizzazione, potrebbe anche riservare qualche sorpresa. Tra gli edifici sacri romani uno dei più importanti è indubbiamente il Pontificio Santuario della Scala Santa, custodito dalla metà dell’Ottocento dalla Congregazione dei Padri Passionisti, che negli ultimi 15 anni sta portando avanti un progetto generale di recupero conservativo degli ambienti del Santuario, sotto la supervisione dei Musei Vaticani.

Visto da fuori l’edificio, situato vicino alla Basilica di San Giovanni in Laterano, non ha nulla che possa far pensare a un luogo religioso, ma semmai si avvicina all’architettura di un palazzo rinascimentale. Fu voluto verso la fine del XVI secolo da papa Sisto V (1585-1590), il pontefice cui va riconosciuto il merito della ristrutturazione urbanistica di Roma in chiave monumentale. L’idea che l’edificio non sia una chiesa non vale solo per l’esterno, perché anche al suo interno si stenta a riconoscere lo spazio di un tipico luogo sacro. A riportare lo spettatore al contesto religioso sono cinque sculture collocate a fianco delle scale che conducono al piano superiore, dove si trova l’antica cappella papale del Sancta Sanctorum.

I gruppi marmorei, realizzati tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, raffigurano il Bacio di Giuda, l’Ecce Homo, il Cristo alla colonna, la Pietà e Gesù nell’Orto degli Ulivi. L’edificio intende celebrare, in effetti, il tema della Salvezza, che trova nella passione e nella morte di Cristo, incarnato e fatto uomo, gli elementi costitutivi. Tra le cinque scale che accolgono i visitatori, quella “Santa” è la centrale, ancora oggi salita in ginocchio da migliaia di fedeli devoti. Una tradizione tardo-medievale trasmette notizie sull’esistenza di una Scala Santa nei palazzi lateranensi: si pensava che si trattasse della scala che Gesù salì e discese più volte nel pretorio di Pilato, impregnata del suo sangue. La scala sarebbe stata portata a Roma nel 326 da Sant’Elena, la madre di Costantino, che aveva individuato a Gerusalemme più reliquie legate a Gesù Cristo.

Una Scala Santa viene spesso ricordata come presente nel palazzo pontificio ed era quella attraverso la quale si accedeva alle udienze papali. Era, quindi, una scala percorsa con rispetto e devozione e forse proprio per questo considerata “santa”. Se poi questa scala fosse realmente quella del pretorio di Pilato non ci è dato sapere. Con ogni probabilità la giustificazione storica della leggenda va cercata nella primitiva ubicazione presso il tribunale del Laterano, dove si amministrava la giustizia e si infliggevano le pene allo stesso modo che nel pretorio di Gerusalemme. L’origine del nome “scala Pylati” potrebbe essere forse una deformazione di scala Palatii, ovvero del Palatium romanum, l’antico Patriarchio demolito da Sisto V.

Domenico Fontana fu l’architetto incaricato dal papa per la sistemazione della Scala nel nuovo complesso sistino. I 28 gradini che la componevano furono trasportati di notte e a lume di torce con l’accompagnamento di salmi e preghiere. L’architetto volle che fossero collocati partendo dall’alto in modo che gli operai procedessero a ritroso nella loro messa in opera evitando così di calpestarli. Sisto V volle anche che le pareti fossero affrescate con scene della Passione del Signore in maniera che anche le immagini aiutassero i fedeli nella meditazione.

In cima alla scala santa il pellegrino inginocchiato davanti a una grata può vedere l’immagine Acheropìta (non dipinta da mano d’uomo) del Santissimo Salvatore, una tempera su tela del V-VI secolo d.C., conservata all’interno del Sancta Sanctorum. L’immagine, trasportata secondo una tradizione da Costantinopoli per salvarla dall’iconoclastia, sarebbe stata dipinta da San Luca e terminata da un angelo. Nel Medioevo, per la sua origine miracolosa, era portata in processione dai papi alla vigilia dell’Assunzione, per scongiurare calamità e disgrazie. La cappella, adesso, non è più quella originaria, in quanto nel 1277 un terremoto la distrusse violentemente. Niccolò III Orsini (1277-1280) la fece riedificare in stile gotico, e la adornò con affreschi e mosaici di altissima qualità, significativi dell’arte del XIII secolo. Quanto all’icona, a parte il Santo Volto, è stata completamente rivestita da una lastra d’argento istoriata.

Sisto V affiancò alla destra e alla sinistra del Sancta Sanctorum due cappelle, dedicate a San Lorenzo e a San Silvestro papa, due santi particolarmente venerati a Roma. L’esecuzione degli affreschi venne affidata ad un gruppo di pittori guidati da Cesare Nebbia e Giovanni Guerra. L’impianto decorativo, secondo un programma iconografico mirato, avrebbe guidato ed accompagnato il fedele nel suo pellegrinaggio. Questo ciclo pittorico fa parte di un particolare momento storico artistico, e cioè quello dell’inserimento, nella cultura pittorica romana della fine del Cinquecento, della scuola fiamminga di paesaggio (nella persona di Paul Bril) che tanta influenza avrà nello sviluppo figurativo degli anni seguenti.

La prima fase di restauro degli affreschi, quelli della cappella di San Silvestro, finanziata dalla Getty Foundation di Los Angeles, è stata terminata nel 2005, mentre ora si è conclusa la seconda fase, relativa alla cappella di San Lorenzo. Questa cappella comunica col Sancta Sanctorum per mezzo di una porta. Sullo stesso lato un largo vano accoglie l’altare del santo titolare. L’affresco con l’Apoteosi di San Lorenzo, attribuito a Baldassarre Croce, è sicuramente quello più imponente, con un sicuro senso della composizione. Nella volta sono raffigurati la Santissima Trinità e gli otto Dottori della Chiesa: Ambrogio, Agostino, Gregorio, Crisostomo, Basilio, Girolamo, Tommaso e Bonaventura. Nei timpani sono i quattro Profeti maggiori, mentre motivi di angeli e figure allegoriche incorniciano visioni della gloria celeste. Alcuni paesaggi di Paul Bril sono dipinti entro le lunette che si aprono in corrispondenza delle finestre.

La pulitura degli affreschi ha restituito il cromatismo originale, che era stato nascosto da stratificazioni di materiale applicato in precedenti restauri. Nell’Ottocento, in particolare, erano stati fatti ampi ritocchi e ridipinture sulla pellicola pittorica originale, che si era scurita a causa dei depositi di fumi di candele o che presentava efflorescenze saline provocate da infiltrazioni di acqua. Questi interventi furono eseguiti usando un pigmento bianco, la “biacca” (carbonato basico di piombo), che nel tempo si era alterato divenendo nero (biossido di piombo). Negli anni ’50 del Novecento, in occasione del restauro successivo, si è scelto di ridipingere nuovamente le parti annerite con colori più consoni a quelli originali, ricoprendo ulteriormente zone sempre più ampie della pellicola pittorica di età sistina.

L’intervento attuale ha permesso per quanto possibile la rimozione di entrambi gli strati di ridipinture alterate. La pulitura è stata infine rifinita facendo anche uso di apparecchiature laser. Una bella sorpresa è stata la scoperta dell’immagine di una colomba, della quale si intravedevano solo le zampette.

Si è provveduto anche a un capillare intervento di consolidamento degli intonaci con malte premiscelate per risanare i distacchi tra gli strati costitutivi dell’affresco, dovuti a dissesti statici, che avevano indotto i restauratori ottocenteschi a inserire grappe metalliche. Un ottimo lavoro è stato fatto sulla testa del San Girolamo, che era alterata da una lesione che attraversa la volta intera. Il distacco e la ricollocazione di una parte del viso ha permesso di ricomporre la figura, restituendo al santo la sua corretta fisionomia.

P.S.

Le foto dell’articolo, tranne quella dell’Acheropita, sono tutte: Foto © Musei Vaticani

Pontificio Santuario della Scala Santa
Info: tel. 329 7511 1111