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La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi – vero!- - Laterza 2014

HANNO VINTO I RICCHI. OPPURE NO?

Il libro è il nuovo, interessante pamphlet di Marco Revelli, Professore di Scienza della politica ed autore di numerosi testi di sociologia.
lunedì 1 dicembre 2014 di Andrea Comincini

Argomenti: Politica
Argomenti: Sociologia
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Marco Revelli


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Il titolo del libro riprende l’articolata confessione fatta dall’americano Warren Buffett, terzo uomo più ricco al mondo, il quale disse: “La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l’ha vinta. Noi siamo quelli che abbiamo ricevuto riduzioni fiscali in modo drammatico”.

Le riflessioni di Revelli, quindi, oltre ad offrire una disamina sociologica a proposito delle crescenti disuguaglianze e dell’inaccettabile conflitto che attraversa la nostra società occidentale, suggerisce al lettore di considerare fallace l’intero progetto neoliberista che da vent’anni s’illude e vuole illudere i cittadini. Smontare “l’hardware teorico” è l’obiettivo dello studioso, ed il punto di partenza da cui intraprende l’analisi è l’assunto per cui “una buona dose di disuguaglianza faccia bene alla crescita”.

Le politiche economiche degli ultimi anni, coerenti con tale impianto, hanno adottato la cosiddetta “deregulation”, senza tuttavia ottenere risultati soddisfacenti. I precedenti paradigmi sociali, che si focalizzavano sulla domanda aggregata (demand-side) sono stati sostituiti con una economia fondata sull’offerta (supply-side). Ad essa si affianca un’altra teoria, ovvero dello “gocciolamento” (trickle-down). Cosa afferma tale teoria? Che se si facilita l’arricchimento di pochi, successivamente gli effetti, come una cascata a pioggia, arriveranno anche alle classi disagiate, bilanciando gli scompensi. Utilizzando la curva di Kuznets e di Laffer (di cui non approfondiremo qui il valore), i neoliberisti hanno sostenuto le loro politiche economiche dal punto di vista statistico.

Ma cosa è successo e succede a livello empirico? In altri termini: hanno avuto ragione? La risposta di Revelli, suffragata dai fatti, è no. Non solo gli effetti di gocciolamento non sono stati percepiti, ma la povertà è aumentata. Anche quando questi schemi sono stati applicati al fenomeno della “pollution”, l’inquinamento ambientale, gli effetti sono stati disastrosi.

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Marco Revelli

Lungi quindi da essere la soluzione dei problemi delle nostre complesse società industriali o post-industriali, il neoliberismo economico ha prodotto soltanto catastrofi. Secondo lo “Human Development Report 2002” delle Nazioni Unite “the level of inequality worldwide is grotesque” (il livello di disuguaglianza nel mondo è mostruoso).

Il testo riporta molti dati a suffragio della tesi. Sia a livello macroeconomico, sia a lungo o medio termine, sia attraverso una analisi geografica distinta fra continente e continente, i risultati sono incontrovertibili.

Le considerazioni finali, davanti a questa catastrofe, appaiono cupe. Dinanzi ad un mondo lacerato, in cui l’1% della popolazione riceve un reddito pari a quello del 57% più povero, o dove il reddito di 25 milioni di americani è uguale a quello di 2 miliardi di persone (p.35), si profila solo una scelta. “La scelta con cui si confronterà la prossima generazione non sarà tra il capitalismo o il comunismo, o tra la fine della storia e il ritorno della storia, ma tra la politica della coesione sociale basata sugli scopi collettivi e l’erosione della società per mezzo della politica della paura”.

La profezia, come costatiamo tutti i giorni ascoltando i telegiornali, si sta già avverando. Mentre le nostre periferie sprofondano nel degrado e nella miseria, i diritti sociali vengono cancellati per rendere l’offerta di lavoro “appetibile”, e la politica è sempre più sottomessa al mondo economico, la paura del futuro regna suprema. Solamente la dimensione collettiva, come già ha suggerito l’autore nel suo libro, si presta ad essere l’orizzonte entro il quale la società contemporanea potrà ritrovare benessere e vitalità. Il nostro augurio è che l’Occidente smetta di tagliare il ramo su cui è seduto.