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Le potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica, 1939-1945 (Editrice Rubbettino)

LE ILLUSORIE SPERANZE DELL’ASSE DI CAMBIARE I FRONTI DI GUERRA

Ancora sulla II guerra mondiale - Una ricostruzione di Di Rienzo e Gin
martedì 1 ottobre 2013 di Carlo Vallauri

Argomenti: Guerre, militari, partigiani
Argomenti: Storia
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : E. Di Rienzo, E. Gin


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Notoriamente l’alleanza italo-tedesca non portò fortuna ai due dittatori che l’avevano incautamente promossa e realizzata. Se Hitler infatti considerava Mussolini il “maestro” da seguire per aver saputo conquistare il potere nella situazione confusa dei primi anni venti, mediante una accorta utilizzazione da un lato di squadre armate scatenate contro ogni espressione dell’attività socialista e comunista nel campo di iniziative del mondo organizzato del lavoro dipendente e, dall’altro, della preoccupazione dei ceti borghesi timorosi di perdere le proprie posizioni nella società italiana sino a spingersi a favorirne gli strumenti istituzionali capaci di condurre ad una svolta autoritaria di governo. Il duce di Predappio non aveva alcuna simpatia per quel triste figuro che in nome di una grande Germania da ricostruire dopo la sconfitta del ’18 ne aveva imitato metodi, parole d’ordine, comportamenti. Convinto sostenitore nel ‘1914-15 dell’intervento dell’Italia nel conflitto europeo, accogliendo la sollecitazione “patriottica per il ricongiungimento alla madre patria” di Trieste e Trento, egli non accolse con grande simpatia le profferte di convergenza ideologica da parte del capo delle camicie brune, e ciò spiega il non tanto felice esito del loro primo incontro a Venezia nel ’33, e soprattutto il successivo appoggio prestato alla causa dell’indipendenza dell’Austria – realtà storica che il capo del nazismo, pur nato nel territorio di quel grande impero, intendeva invece annettere al terzo Reich in fase di costruzione – tanto da prenderne personalmente le difese nella crisi dell’anno successivo.

Come gli autori scrivono, negli anni immediatamente seguenti si realizzò prima nei fatti poi in precisi accordi internazionali tra Stati quell’Asse Roma-Berlino che diverrà base di una grande alleanza, sorta quindi più per scelte di preferenza a favore di modelli di Stati totalitari che non per valutazione attenta delle storie dei rispettivi paesi, dei loro interessi concreti nei tempi lunghi, facendosi così trascinare verso un comune programma di revisione dei trattati parigini del 1919, senza accertarsi dell’effettiva volontà delle popolazioni, travolte da una accesa campagna di propaganda chiusa e irrazionale. Il governo di Roma cercò di giovarsi subito di quel solerte imitatore, per avere sostegno nella guerra all’Etiopia, lanciata nel ‘35 per dare all’Italia un impero (anche se poi non poche fabbriche tedesche continuarono a fornire, per qualche tempo, armi all’esercito abissino). In un’Europa tutt’altro che pacificata in quegli anni emersero con maggiore chiarezza i punti deboli lasciati scoperti dai trattati del ’19: Mussolini ritenne (s’illuse) di poter giocare un ruolo primario nel gioco delle potenze europee, mentre non si rendeva conto che la sua politica conduceva all’abbandono della tradizionale linea di convergenza di Roma con Londra, sicuro baluardo di equilibrio contro ogni avventurismo. La rapida vittoria in Etiopia, la rinascita (illusoria) dell’antico impero a Roma, l’eccitazione di una visione pubblica europea che guardava con favore le spinte ad un autoritarismo politico-economico, ipotetica contrapposizione al “pericoloso” bolscevismo, crearono così le condizioni, nel ’36, allo scoppio della guerra civile in Spagna, per la formazione di una sostanziale convergenza ideologica tra Roma e Berlino, presto suggellata da una intesa verbale nell’indicazione appunto di un “asse” centrale in grado di opporsi alle tradizionali politiche continentali.

Ora si tratta di vedere come mai quell’Asse – appena nato – si trovò in condizioni ben distinte sia rispetto a Londra che a Parigi ma altrettanto differenziate dalla Russia comunista, tutta intenta a costituire quel monolitico regime con una economia statuale totalitaria. Ecco così sorgeva una evidente anomalia perché in sostanza l’Unione sovietica rivelava, per importanti aspetti della sua organizzazione, elementi tutt’altro che oppositori rispetto proprio ai sistemi del fascismo e del nazismo, di cui, con forme diverse, ne era stata precursore.

Contraddizioni evidenti, non a caso rimarcate da tanti accorti osservatori, ma la politica quotidiana spingeva ormai a puntare “alto”, con assoluto disprezzo delle volontà e degli interessi reali dei popoli, tanto alto che mentre si preparava la guerra contro la Polonia, avventatamente scatenata, il ministro degli esteri italiano (il genero di Mussolini, Galeazzo Ciano), riteneva premunirsi contro eventuali rischi, stimolando rapidamente un accordo con Mosca, sottolineando, in un certo senso, le comuni “tendenze” all’autoritarismo. Hitler si premuniva contro il pericolo di far ritrovare la Germania nelle condizioni in cui era stata sconfitta nella prima guerra mondiale, non potendo sostenere la guerra da un lato contro l’Occidente franco-inglese, dall’altro contro la Russia, causa evidente proprio di quella sconfitta che sarà all’origine la principale ragion d’essere del nazismo. Ecco allora nel 1939 la “necessità” della ragionata scelta di Hitler alla soglia dell’attacco alla Polonia, scelta che però lasciò di stucco non tanto Londra e Parigi quanto Roma, perché appariva in contrasto con una delle linee portanti della politica di Mussolini, la lotta al comunismo.

E l’interessante studio storico ora pubblicato da Eugenio Di Rienzo ed Emilio Gin Le potenze dell’Asse e l’Unione Sovietica, 1939-1945 (Editrice Rubbettino) coglie in pieno quell’intreccio di situazioni contraddittorie nelle quali maturò poi anche l’intervento dell’Italia in guerra, con successive divergenti valutazioni dei due leaders, tali da condurre a scelte sbagliate. Ebbene: il lavoro ricostruttivo dei due storici si è rivolto principalmente a raccontare come, in particolare nella fase conclusiva dell’immane conflitto, si tentò invano di riconnettere l’Asse all’Urss, per ricostituire l’alleanza tra i paesi non governati più dal capitalismo, con una manovra tendente sostanzialmente a rivolgere il fronte bellico più direttamente contro gli “alleati occidentali”, per cercare invece di dar vita ad un blocco di segno opposto.

La successiva opera di ricerca dei documenti consente di prendere nota di come e quando quegli sforzi siano stati poi messi in atto. Dapprima, già all’indomani dell’avanzata vittoriosa dell’esercito germanico ad Est si svilupparono dubbi sul mantenimento degli schieramenti contrapposti che si erano determinati, poi si continuò a ritenere possibile un rovesciamento di fronte, addirittura sino agli anni terminali di Salò. Non è una sorpresa apprendere come a Stoccolma vi siano stati, negli anni decisivi della guerra, incontri tra rappresentanti di Berlino e Mosca, ma è chiaro che nel 1942-43 ormai la situazione militare mondiale era difficilmente modificabile, e la speranza – particolarmente alimentata dalle confuse azioni delle gerarchie fasciste – di un cambiamento di fronte era ormai irrealizzabile. Sorprende allora l’ostinata convinzione di poter rovesciare le alleanze, malgrado il corso del conflitto fornisse segni ben contrastanti. E proprio la documentazione degli errori commessi, rispettivamente da Mussolini con l’intervento in Grecia – una guerra assurda, “giocata” con leggerezza proprio da Ciano – e poi da Hitler, con gli stermini che accompagnarono la sua azione militare a cominciare dall’Ucraina e dalla Bielorussia, la violenza spietata dell’occupazione militare nei territori conquistati, sì da alimentare la stessa essenza della resistenza sovietica, rendeva illusorio il tentativo di un ulteriore giro di valzer. Sotto questo aspetto, pur nel riconoscimento degli accertamenti compiuti dagli autori, appare eccessivo il tono con il quale vengono presentati quei tentativi, indirizzati verso il senso opposto, quando determinanti rimanevano i fatti autentici già accaduti e quindi era divenuto irreversibile il fronte di guerra.

Infatti la realtà della guerra, così come iniziata, condotta e perseguita proprio dalle forze dell’Asse, rendeva implacabilmente quei tentativi del tutto illusori anche se considerati invece ancora realizzabili dalle diplomazie pur discordanti dell’Asse. Sono pagine amare, meticolosamente rievocate nell’attento studio, pur nell’ineluttabilità dei fatti accaduti e non più variabili. Questa è infatti la forza fatale dei “fatti” rispetto a progetti fantasiosi, tanto da rendere questi non più praticabili, proprio a causa delle precedenti scelte e condotte portate a termine con inaudita violenza dai governi di Roma e Berlino: i fatti non accadono invano, come ha spiegato lucidamente Isahia Berlin.