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Statue antiche e toponimi romani


venerdì 1 luglio 2011 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Luoghi, viaggi


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Roma è stata caratterizzata per molti secoli da un numero impressionante di statue e frammenti, a volte anche colossali, non di rado inseriti nei muri e nei cortili dei palazzi. In età rinascimentale e barocca molte di queste sculture disseminate per la città entrarono a far parte di collezioni private di nobili e cardinali, ma altre sono ancora al loro posto.

La toponomastica cittadina le ha, in un certo senso, preservate, perché è impensabile una via della Scrofa senza la piccola scultura che le ha dato il nome (si tratta di un altorilievo murato, che un tempo era sistemato al di sopra di una fontanella) o una via della Gatta, senza la gatta egizia collocata sul cornicione di palazzo Grazioli (all’angolo con piazza Grazioli). Un’antica leggenda vuole che laddove guarda la gatta, ci sia sepolto un tesoro. Questo felino, che godeva di grande prestigio in Egitto, doveva avere un suo posto d’onore nel vicino iseo di Campo Marzio, il più grande santuario romano dedicato a Iside. Dello stesso iseo doveva far parte pure il Piè di marmo che dà il nome all’omonima via, un frammento di una statua colossale raffigurante un piede calzato con un sandalo.

Alcune strade, invece, ricordano la scoperta di sculture che hanno particolarmente colpito i cittadini, come vicolo dell’Atleta, a Trastevere, ribattezzato così dopo il rinvenimento di una statua marmorea (ora conservata nei Musei Vaticani), copia romana dell’Apoxyomenos bronzeo di Lisippo (ovvero un giovane nudo che si deterge con lo strigile), o via dei Serpenti, che allude alle spire serpentiformi del gruppo del Laocoonte, ritrovato nel Colle Oppio nel 1506 e raffigurato nell’insegna della bottega di un marmista della via.

Tra le tante curiosità della toponomastica romana vi è anche il caso di via dell’Orso, così chiamata probabilmente da due grandi frammenti di sarcofago, collocati sugli spigoli di un palazzo, raffiguranti in realtà entrambi dei leoni, ma che potrebbero essere stati scambiati dal popolino per orsi. La cosiddetta Bocca della Verità, ovvero un grande mascherone rotondo collocato nel portico della chiesa di S. Maria in Cosmedin già dal 1632, ha dato il proprio nome a una delle piazze più caratteristiche della città. Il curioso monumento doveva essere in realtà un chiusino della Cloaca Massima, l’importantissima fogna che passa proprio nei paraggi.

La sua fama è legata alla credenza che la misteriosa scultura sarebbe stata in grado di giudicare sulla verità delle parole di un imputato, che doveva a questo scopo introdurre una mano nella bocca. Se la mano gli veniva mozzata, la sua colpevolezza era data per certa. Artefice di questa presunta “macchina della verità” sarebbe stato Virgilio, il poeta latino che per tutto il Medioevo godette di grande fama come mago, tanto che si ricordano ancora numerose leggende sulle sue imprese magiche.

Vi è pure il caso in cui la presenza di statue antiche ha dato il nome a un’intera zona della città, come è successo per il rione Pigna, anche se la celebre “Pigna” è stata poi sistemata nel Vaticano. “De caballo”, poi trasformato in Monte Cavallo, era invece l’antico toponimo del Quirinale per via dei due imponenti gemelli marmorei Castore e Polluce, i cosiddetti Dioscuri, accanto ad altrettanto giganteschi cavalli. Inseparabili quanto valorosi, i due mitici fratelli, nati dall’unione di Leda con Zeus (sotto forma di cigno), erano noti per le loro virtù guerriere e atletiche. Castore era mortale ed era un abile domatore di cavalli; Polluce, invece, era di natura immortale ed era considerato l’inventore del pugilato. Le statue appartenevano probabilmente al grande complesso delle terme di Costantino e nel Medioevo suscitavano molta curiosità per via dei nomi di Fidia e Prassitele incisi sulle basi. Si pensava all’epoca che i due eroi nudi raffigurassero degli indovini, portatori della “nuda” verità. Si dovette arrivare a Francesco Petrarca per capire che i nomi non erano quelli dei due personaggi, ma di due importantissimi scultori greci (le statue non sono comunque attribuibili ad essi).

Con la sistemazione della piazza al tempo di Sisto V (II metà del XVI secolo), si ebbe una prima valorizzazione delle due statue, con il restauro delle parti mancanti e l’accostamento a una fontana. In questo modo il complesso, oltre a creare un effetto scenografico, concorreva anche a un’utile funzione: il rifornimento idrico di quella zona della città, grazie a un condotto dell’acqua Felice che vi arrivava. La piazza conservò questa iniziale impostazione fino a tutto il Settecento, finché sotto Pio VI si decise di arricchire il monumento con l’inserimento di un obelisco proveniente dal Mausoleo di Augusto.

I romani, vivendo a stretto contatto con i reperti del passato, instauravano a volte con essi un rapporto confidenziale. Il caso più eclatante di questa umanizzazione è quello delle “statue parlanti”, come il celeberrimo Pasquino della piazza omonima, ovvero un torso appartenente al gruppo classico di Menelao che sorregge il corpo di Patroclo. Venuto alla luce nel 1501 e collocato su un piedistallo, ha visto affiggere su di sé per secoli frasi di scherno e satire che mettevano alla berlina papi, cardinali o altri personaggi in vista. Un’altra statua parlante che ha dato il nome a una via è il Babuino, una figura di uomo sdraiato (probabilmente un dio fluviale) che il popolino giudicava talmente brutta da somigliare a una scimmia.