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Rubrica: EVENTI


I GRANDI VENETI - Da Pisanello a Tiziano, da Tintoretto a Tiepolo

Capolavori dall’Accademia Carrara di Bergamo in mostra a Roma nel Chiostro del Bramante dal 14 ottobre fino al 30 gennaio 2011
venerdì 15 ottobre 2010 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Mostre, musei, arch.


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La redazione ha il piacere di presentare la prof. Nica Fiori come nuova collaboratrice della rivista, con questo articolo sulla mostra appena inaugurata a Roma.

In attesa della riapertura dell’Accademia Carrara di Bergamo, temporaneamente chiusa per lavori di ristrutturazione, una selezione di circa 80 dipinti della sua prestigiosa collezione di pittura veneta sono in mostra a Roma nel Chiostro del Bramante (via della Pace) dal 14 ottobre fino al 30 gennaio 2011. Se la specificità di quella pittura, e della veneziana in particolare, è “l’arte del colorire”, ovvero la supremazia del colore rispetto al segno grafico, come è stato evidenziato già cinque secoli fa dal Vasari e da tanti altri, possiamo letteralmente riempirci gli occhi di colore lungo un itinerario denso di capolavori di artisti che troviamo in tutti i manuali di storia dell’arte.

Si va dal Lionello d’Este di Pisanello (1441?), la tavola che inaugura la ritrattistica rinascimentale con il suo raffinatissimo profilo che deriva direttamente dall’arte delle medaglie, alle tavole dei Bellini, come la Madonna con il Bambino di Jacopo e le sublimi e poetiche opere del figlio Giovanni, agli oli di Carpaccio; dalla bottega dei Vivarini (Bartolomeo, Antonio e Alvise) alla scuola padovana di Squarcione, e quindi alla nascita del paesaggio e dell’atmosfera con la stagione giorgionesca delle prime opere di Tiziano e di Palma il Vecchio.
Si prosegue con il Cinquecento trionfante di Paolo Veronese e Tintoretto, ma anche dei Bassano (Jacopo e Francesco), con il Seicento di Maffei, Padovanino, Della Vecchia e Carpioni per arrivare al XVIII secolo con i trionfi iperbolici di Tiepolo e Diziani e il vedutismo di Canaletto, Guardi e Bellotto, chiudendo il percorso con le Maschere di Pietro Longhi.

In cosa consista quella predisposizione al colore che caratterizza la pittura veneta, lo capiamo osservando le opere di una cinquantina di pittori che hanno donato alla Serenissima Repubblica una lunga e fastosa età artistica.
Non si tratta solo di tecnica, ma anche, come evidenzia il curatore della mostra Giovanni Villa, “di vetri e pietre e stoffe e tessuti, cioè della sostanza stessa della ricchezza nella città dei mercanti”, come pure “di trasparenze di cieli e brume di laguna nel variare di giorni e stagioni”, così evidenti negli scorci paesaggistici.

Le opere dell’Accademia Carrara illustrano egregiamente quattro secoli di arte veneta, in quanto Bergamo era all’epoca territorio della Repubblica di Venezia.
Da un lato troviamo nella città orobica la presenza di artisti bergamaschi, come Palma il Vecchio, Cariani o Previtali, che si recavano a studiare pittura a Venezia, assorbendone modi e cultura, dall’altro artisti originari di Venezia o del Veneto, il più noto dei quali è Lorenzo Lotto, che a Bergamo ha avuto importanti committenze.
La sua grande tela raffigurante Le nozze mistiche di Santa Caterina (1523) ci colpisce per i colori vivissimi, trasparenti, che vanno dal bianco, al rosso, all’arancio, al verde, al viola in una gamma accentuata da forti contrasti luminosi, che erano prima sconosciuti alla pittura locale.
Dello stesso Lotto è il Ritratto di Lucina Brembati, una dama dall’abbigliamento vistoso e dai tratti non propriamente belli, ma resi con ironia e arguzia.

Tra le opere di autori non notissimi, ma molto stimati dai contemporanei, vogliamo ricordare David con la testa di Golia (ca. 1718) di Antonio Balestra.
Si tratta di una grande tela di gusto classicheggiante, reso tuttavia con libertà coloristica e scioltezza formale. Assai curiosa, ma soprattutto criptica, ci appare l’Allegoria della Verità (1654) di Pietro Della Vecchia, raffigurante una giovane donna nuda tra due vecchi.
Tra i dipinti che suscitano un certo interesse c’è anche una Madonna (1480) di Jacobello di Antonello, ovvero del figlio di Antonello da Messina, che si firma sottolineando la sovrumana eccellenza dell’arte paterna: “Jacobus Anto.lli filiu(s) no(n) humani pictoris me fecit”.

In occasione di questa esposizione diverse opere sono state fatte oggetto di accurati restauri e indagini scientifiche, i cui risultati sono consultabili, oltre che nel Catalogo della mostra (Silvana Editoriale), anche attraverso i Netbook S1300 Olivetti messi a disposizione dei visitatori nelle sale espositive.