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LA CINA è VICINA

Dittature e free trade
sabato 1 agosto 2009 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Attualità
Argomenti: Economia e Finanza
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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In questi giorni giornali e TV non fanno altro che parlare della Cina e del tentativo di Obama di dialogare con il nuovo potente mostro “capital -comunista” che riassume in sé tutti i lati peggiori delle ideologie di destra e di sinistra, manipolate ad hoc dal “Global Village” per far profitti.

Ho pensato prima al vecchio film di Marco Bellocchio LA CINA E’VICINA che colpì con sferzante satira l’ipocrisia del trasformismo politico e poi mi son venuti in mente i versi di una canzone di Giorgio Gaber:

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Giorgio Gaber
“Tutti noi ce la prendiamo con la storia,
ma io dico che la colpa è nostra…
Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?
L’ ideologia, l’ideologia,
al momento dov’è andata?
Non si sa…”

Quando egli scrisse questa canzone sia la sinistra che la destra capitalista più “illuminata” stavano già attraversando una crisi ideologica, causata da un crescente ed invasivo potere economico, privo di regole.

Ora il revisionismo è di moda e, anche se riconoscere gli errori commessi può essere utile, tuttavia i fantasmi del passato ricompaiono sotto altre vesti in altri luoghi, in dittature di destra e di sinistra ancora oggi presenti qua e là nel mondo.

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Nel 2000 la giornalista Naomi Klein ci offrì un’analisi precisa della situazione in NO LOGO, un libro che vinse il National Business Book Award in Canada e, nel 2007 in THE SHOCK DOCTRINE, dal quale è stato tratto l’omonimo film documentario di Alfonso Cuaròn, presentato al Festival di Venezia nel 2008.

In NO LOGO ella mise in rilievo il radicale cambiamento delle strategie adottate dall’economia mondiale negli ultimi 20 anni, strategie focalizzate sempre più sul branding, sulla riduzione dei costi e sull’incremento dei profitti. Secondo quanto ella asserisce, la produzione allora venne gradualmente dislocata nei paesi del terzo mondo, Asia, Africa ed America Latina, dove ancora oggi si possono sfruttare risorse di vario genere, inclusa la manodopera a basso costo, con il supporto di dittature locali. “Lean and mean” diventò lo slogan dell’economia e così, per ridurre all’osso i costi, la deregulation diventò una tattica essenziale.

Emblematico, quindi, ci sembra in tal senso il caso della Cina capital-comunista, in cui esistono numerosi LAOGAI,

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LAOGAI

campi di concentramento dove i prigionieri rappresentano un’inesauribile forza- lavoro a costo zero (con turni di 14-16 ore al giorno) e fabbriche in cui nessuno può protestare per bassi salari, soprusi, assenza di norme di sicurezza e illegale smaltimento dei rifiuti tossici. Ecco come si possono realizzare enormi profitti! E quando ci battiamo giustamente per la libertà del Tibet, dovremmo sapere che anche milioni di Cinesi non sono liberi.

Amnesty International, Human Rights Watch, il Comitato dei Diritti Sociali ed Economici dell’ONU hanno protestato contro i LAOGAI nel 2005 e perfino il Parlamento tedesco si è schierato contro di essi nel 2007: pestaggi, disumane torture (in particolare sulle donne!), lavaggio del cervello, numerose esecuzioni capitali, espianto di organi ed altri orrori sono stati denunciati.

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Nel secondo libro della Klein, “THE SHOCK DOCTRINE” , vengono illustrate le teorie liberiste di un influente economista, Milton Friedman, e della cosiddetta Scuola Di Chicago. “SHOCK AND AWE” è lo slogan che illustra come approfittare dello sgomento e dell’angoscia della gente in seguito ad uno shock causato da disastri naturali (come terremoti, inondazioni, uragani ecc.) oppure provocato ad hoc mediante destabilizzanti crisi economiche e guerre, allo scopo di mettere in atto privatizzazioni e liberalizzazioni. Per dimostrare tale tesi, vengono citati numerosi avvenimenti tra i quali l’uragano Katrina a New Orleans e lo tsunami del 2004 in Asia: privatizzazioni selvagge (come quella dell’acqua!) e ricostruzioni per favorire interessi economici e speculazioni di vario genere sono state rilevate. Dopo il disastroso Tsunami, infatti, le case dei pescatori vennero spostate verso l’interno, ufficialmente “per proteggerle dalle maree”, poi le zone liberate furono lottizzate per costruire grandi alberghi.

Quanta ottusità! Se continuiamo di questo passo sarà proprio la NATURA, offesa e dilaniata dall’inquinamento, a dare una tremenda lezione travolgendo tutti, ricchi e poveri!

Molte persone si oppongono al liberismo economico per questi motivi, soprattutto quindi per la mancanza di regole condivise da tutti i paesi, regole che garantiscano il rispetto dei diritti umani nei paesi poveri, ma anche la protezione di tanti lavoratori nelle altre parti del mondo. Quante persone stanno perdendo posti di lavoro in questi giorni per le speculazioni di molte banche e multinazionali! Non è il “free trade” che fa paura, ma il modo in cui viene attuato.

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Immergiamoci, quindi, nella realtà italiana! Rifiuti tossici riversati in Campania, criminalità organizzata in tutto il Sud, corruzione della cosiddetta “Casta”, sfruttamento dei giovani con lavoro nero o interinale, emigrazione dal Sud verso il Nord o verso paesi esteri, mortali incidenti sul lavoro, enormi difficoltà economiche di gente che non arriva a fine mese, chiusura di aziende e licenziamenti ecc. ecc… Di fronte ai gravi problemi internazionali che hanno ripercussioni anche a livello nazionale, solo i paesi più forti e coesi, capaci di politiche coraggiose ed innovative che superino gli interessi egoistici dei partiti politici e di rapaci economisti, avranno forse la possibilità di imporsi e di proporre soluzioni concrete per affrontare i gravi problemi dell’umanità, nel rispetto dei diritti umani e civili e della solidarietà, in una corretta fruizione delle risorse, nel moderare la sfrenata corsa del consumismo, nel preservare quello che ancora resta in termini di VIVIBILITA’ sul pianeta Terra.

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Se non verranno trovate soluzioni valide e concrete, gli stessi ideatori e sostenitori dell’attuale sistema economico globalizzato potrebbero non essere più in grado di dominarlo. Forse il processo è già drammaticamente in atto, come dimostra il più grave fallimento della storia, quello della “Lehman Brothers”, una delle maggiori banche degli U.S.A, che mesi fa segnò l’inizio dell’attuale grave crisi.

Concludendo, i gravi problemi che possono sconvolgere l’umanità impongono soluzioni condivise. Solo così forse ci potremo ancora salvare. Speriamo allora che Il Presidente Obama ( e non solo lui!), dialogando con Cina o con altre dittature che sono sotto il dominio dello sfrenato free trade, riesca ad imporre al mondo politico-economico globalizzato delle regole che rispettino i diritti umani e civili di tutti popoli e l’ambiente in cui essi vivono.

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  • LA CINA è VICINA
    29 agosto 2009, di Savino De Rosa

    Ho vissuto la mia vita lavorativa in una importante multinazionale e dagli anni 70 fin quasi alla fine degli anni 90, ho avuto il piacere di partecipare ad importanti corsi di formazione nazionali ed internazionali dove si trattavano tematiche specialistiche e di management, ma in cui sempre l’individuo era al centro del sistema. L’individuo era il centro motore dell’azienda e su di esso si investiva per creare competitività e cultura. Verso la fine degli anni 90, come riporta l’articolo, le strategie cambiarono e la massimizzazione del profitto diventò l’unica regola delle aziende. Ricordo una presentazione di un alto manager della multinazionale, in cui si evidenziava che i tassi d’interesse elargiti dalle banche ai propri risparmiatori erano più alti dei profitti netti conseguiti dalle aziende e pertanto agli azionisti conveniva disinvestire e trasferire il capitale alle banche. Partì così la strategia globale, con i temi “no logo” e “lean e mean”, ma anche” less is more” (meno siamo più valiamo) e where is the cheese? (umani come topi alla ricerca del formaggio, cioè del lavoro, simbolicamente parlando). L’individuo incominciò a perdere la propria identità ed in molti casi il posto di lavoro. La precarietà, diventata la nuova forza del mondo politico-economico, il timore di disastri e del terrorismo, oggi tengono l’individuo sempre in ansia, rendendolo incapace di affermare la propria identità.