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Rubrica: CULTURA


SAN GIUSEPPE, IL SANTO DEL 19 MARZO


martedì 15 marzo 2022 di Nica Fiori

Argomenti: Attualità


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Se non fosse per i bignè di San Giuseppe, che in questi giorni profumano le panetterie romane, può capitare perfino di dimenticare la festa del Santo (19 marzo), sostituita com’è da quella laica “del Papà”; eppure, un tempo, a Roma era “festa granne, pe’ tutte le case de li cristiani battezzati”, secondo le parole del poeta e studioso del folclore romanesco Gigi Zanazzo.

Ciò che caratterizzava la ricorrenza era la presenza dei frittellari che davano una nota di allegria in piena quaresima. L’abitudine di mangiare dolci fritti nel giorno dedicato al “padre putativo” di Gesù è da mettere in relazione con l’entrata della primavera e con analoghe usanze risalenti a culti pagani, tuttavia Giuseppe è diventato “frittellaro”, perché, secondo una tradizione, avrebbe svolto questo lavoro dopo la fuga in Egitto, anche se la sua attività prevalente era quella di falegname.

I frittellari romani friggevano all’aperto, sotto frasche e lanternoni e affiggevano una serie di sonetti stampati intorno al banco, che vantavano le loro specialità culinarie. I sonetti, come fa notare Donatella Paradisi nel suo Almanacco di Roma (Roma, 1994), erano “usciti il più delle volte da mani che avevano maggior dimestichezza con la padella che con la penna”, e terminavano con versi invitanti, e perfino galanti come questo: “Venite tutte qui Ciumache belle, / veniteve a magnà le mì frittelle”. Nella chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro, costruita dall’Università dei fabri lignarii sul Carcere Mamertino, si svolgeva una festa memorabile, realizzata dalla confraternita degli artigiani di cui era protettore, ma che coinvolgeva anche le altre categorie artigiane.

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Achille Pinelli: Il friggitore di frittelle

Gli ultimi festeggiamenti romani di massa risalgono ai primi decenni del Novecento, nel quartiere Trionfale, che era stato posto sotto la protezione del Santo. Fu nella festa del 1950, ancora simile a una sagra paesana, con innumerevoli bancarelle di specialità gastronomiche, giochi e passatempi, che l’attore Checco Durante scrisse i versi di una preghiera che veniva cantata durante la processione e iniziava con una richiesta di aiuto: “San Giuseppe frittellaro, / tanto bono e tanto caro, / tu che sei così potente / da aiutà la pora gente / tutti pieni de speranza / te spedimo quest’istanza”.

Quanto mai attuale appare la prima delle richieste rivolte al Santo:

“Fa sparì da su la tera / chi desidera la guera. / Fa venì l’era beata / che la gente affratellata / da la pace e dar lavoro / non ze scannino tra loro”.

Ai giorni nostri va ricordata la processione in tono minore che si svolge al rione Monti, presso la chiesa di S. Lorenzo in Fonte (in via Urbana), per la presenza degli artigiani, soprattutto falegnami, restauratori e fabbri, particolarmente diffusi nell’area, che corrisponde all’antica Suburra. Mancano i frittellari, di fatto scomparsi dal panorama romano, ma la festa del 19 marzo (alle ore 10), con tanto di banda musicale che rallegra il popolare rione, è comunque ricca di atmosfera.

La statua che viene portata in processione raffigura il santo con barba e capelli neri, e quindi maturo e non vecchio, che sorregge con una mano il Bambin Gesù e nell’altra tiene un bastone gigliato. Questo bastone fiorito è un attributo del santo che sembra richiamare l’imminente primavera, ma è in realtà legato a un episodio raccontato nel Protovangelo di Giacomo. In questo vangelo apocrifo si narra, infatti, che un giorno i banditori annunciarono per tutta la Giudea che il sommo sacerdote avrebbe concesso a un vedovo di sposare una giovane vergine di nome Maria, che era stata allevata nel Tempio. Così aveva rivelato un angelo al sommo sacerdote, spiegando che il Signore avrebbe indicato il prescelto con un segno miracoloso sul suo bastone.

Anche il vedovo Giuseppe, che era un umile falegname, si recò al Tempio e dal suo bastone uscì una colomba che si poggiò sul suo capo. “Ho già figli e sono vecchio mentre ella è una fanciulla!” avrebbe esclamato il vecchio cercando di ricusare il matrimonio, ma poi ubbidì al sacerdote perché non poteva sottrarsi alla volontà di Dio. Nel Medioevo gli agiografi rielaborarono il racconto facendo fiorire dei gigli sul bastone, ispirandosi al bastone di Aronne di cui parla il Vecchio Testamento nel Libro dei Numeri.

Il racconto nasceva probabilmente dal desiderio di far apparire più plausibile il concepimento miracoloso di Gesù dalla Vergine Maria, per cui Giuseppe è rappresentato, pur con qualche eccezione, come un vecchio con barba e capelli bianchi. Ma, molto probabilmente, Giuseppe non era né vedovo, né vecchio, perché nessuno dei vangeli canonici lo dice.

La sua grandezza sta nell’aver custodito, con la sua vicinanza a Gesù e Maria, il mistero singolare della nascita di Cristo. Giuseppe è un santo silenzioso, ma che agisce, educa, è premuroso, affronta le difficoltà come risposta di ubbidienza al disegno di Dio. Quando Gesù si perde e viene ritrovato nel Tempio dopo due giorni, è Maria – nel vangelo di Luca - che dice al Figlio: “Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”, quindi Maria parla anche a nome di Giuseppe, perché i due hanno un progetto di educazione comune.

Papa Francesco, che ha sempre professato una particolare devozione verso San Giuseppe (ricordiamo che la sua vocazione sacerdotale è avvenuta all’età di 17 anni nella chiesa di San Josè a Buenos Aires), lo ha definito “custode della famiglia”. Come ha dichiarato in una delle sue prime interviste: “Se Maria è colei che ha dato al mondo il Verbo fatto carne, Giuseppe è colui che lo ha difeso, che lo ha protetto, che lo ha nutrito, che lo ha fatto crescere. In lui potremmo dire che è l’uomo dei tempi difficili, l’uomo concreto, l’uomo che sa prendersi le responsabilità”.

Papa Bergoglio ha raccontato più volte che si affida spesso a San Giuseppe per le sue intenzioni di preghiera e speciali intercessioni per il suo ministero. È noto che, nel suo studio personale a Casa Santa Marta, ci sono due statue che raffigurano il santo. In particolare gli è molto cara, da quando viveva nel Collegio Maximo di San Miguel di cui era rettore, una statua che raffigura “San Giuseppe dormiente”. Il sonno di Giuseppe, infatti, è stato importante per la salvezza della Sacra Famiglia, come documentato dai Vangeli: è in sogno che appare a Giuseppe per la prima volta l’Angelo di Dio per fargli prendere in sposa Maria, quindi una seconda volta per dirgli di fuggire in Egitto per sottrarre Gesù Bambino alla persecuzione di Erode, e infine una terza volta per fare ritorno a Nazaret, dopo la morte del malvagio re.

Papa Francesco, quando ha un problema, lascia sotto la statua di Giuseppe dormiente un biglietto, in modo che il santo possa sognare e aiutarlo in questo modo a risolvere situazioni difficili e aiutare i bisognosi, rinnovando così il suo ruolo di padre misericordioso.

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Guido Reni: San Giuseppe col bambino

L’iconografia di Giuseppe come dormiente è una delle tante che si ricordano (citiamo in particolare “Il sogno di Giuseppe” di Georges de La Tour, conservato nel Musée des Beaux-Arts a Nantes, del 1640 ca.), ma sono certamente più diffuse altre immagini legate alla storia di Gesù. Il santo appare nello “Sposalizio di Maria” (1504) di Raffaello, conservato a Milano nella Pinacoteca di Brera, in diversi dipinti relativi ai temi della “Visitazione”, della “Natività”, della “Adorazione dei pastori” (e dei Magi) e della “Sacra Famiglia”, e talvolta anche da solo con il Bambino in braccio, come in alcuni dipinti di Guido Reni.

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E.Millais: Cristo nella casa dei genitori

Giuseppe è raffigurato intento al suo lavoro di falegname nel dipinto di John Everett Millais “Cristo nella casa dei genitori” (1849-50, Tate Gallery, Londra). Compare anche nell’episodio della “Presentazione al Tempio” (per es. nel mosaico dell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma, del V secolo), e nella “Fuga in Egitto”. Splendido è il dipinto di Caravaggio, conservato nella Galleria Doria Pamphilj di Roma, “Riposo durante la fuga in Egitto” (1595-96), dove è raffigurato mentre regge lo spartito della musica suonata da un bellissimo angelo visto di spalle, a evidenziare l’aspetto poetico della sosta, mentre Maria cede al sonno con il Bambino dormiente tra le braccia.