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DA FORUM NOVUM A VESCOVIO

Un pregevole volume su un sito della Sabina
mercoledì 9 giugno 2021 di Nica Fiori

Argomenti: Storia


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Per molti italiani la Sabina è una terra poco conosciuta, legata ai ricordi scolastici del ratto delle Sabine da parte dei Romani al tempo di Romolo, mentre chi vive nel Lazio probabilmente ne apprezza il rinomato olio e il paesaggio, con i suoi suggestivi borghi ricchi di storia e di arte, oltre alla città principale, Rieti, che è allo stesso tempo “umbilicus Italiae”, situata com’è al centro della nostra penisola

Tra le mete più affascinanti di passeggiate distensive di questo territorio laziale vi è Santa Maria in Vescovìo, una “cattedrale senza città”, il cui alto campanile romanico si staglia vistosamente in un contesto rurale compreso nel comune di Torri in Sabina (Rieti), accanto ai resti dell’antico municipio romano di Forum Novum.

Vescovio è in realtà il centro più antico della storia civile e religiosa della Sabina: il suo toponimo deriva da episcopium, e in effetti la chiesa è stata fino al XV secolo la Ecclesia Cathedralis Sabinorum, come si legge sul portale di accesso all’atrio, prima che il vescovato passasse a Magliano Sabina e confluisse quindi nell’attuale giurisdizione ecclesiastica di Sabina-Poggio Mirteto. Non è un caso che qui si conservino preziose testimonianze artistiche, tra cui gli affreschi attribuiti alla prima bottega di Pietro Cavallini.

Un libro di alto valore scientifico, che punta alla conoscenza e alla valorizzazione di questo luogo, è “Da Forum Novum a Vescovio. Per uno stato degli studi sulla maior ecclesia sabinensis”, a cura di Alessandro Betori, Giuseppe Cassio e Francesca Licordari. Il volume, edito con una elegante veste editoriale e un ricchissimo apparato illustrativo da Campisano Editore nel dicembre del 2020, inaugura la collana “Sabina Nova”, raccogliendo gli Atti dell’omonima Giornata di studi, organizzata il 27 ottobre 2018 presso l’Oasi di Vescovio dalla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, in collaborazione con la Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto, con l’intento di porre l’attenzione sulle testimonianze culturali e le origini cristiane dell’antica diocesi di Vescovio foronovana.

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Santa Maria in Vescovio

I 26 contributi raccolti nel volume sono firmati da archeologi, architetti, storici dell’arte, restauratori, fisici e storici e permettono di seguire con coerenza le vicende e le trasformazioni del sito, evidenziando ricerche che si sono susseguite per un quarantennio ad opera non solo della Soprintendenza, ma anche dell’Università di Perugia e della British School at Rome. Dalla lettura del libro apprendiamo che il centro romano di Forum Novum era inizialmente un luogo di mercato, soprattutto pastorale, su una delle principali vie di traffico della Sabina. Come attestato da fonti letterarie ed epigrafiche, venne organizzato come municipio in età cesariana.

Esso svolgeva la funzione di polo di aggregazione in un ambito territoriale in cui prevalevano forme di insediamento sparso (i cosiddetti vici). Non si conosce la data di fondazione, ma i rinvenimenti attestano una frequentazione a partire dal II secolo a.C., in corrispondenza con l’abbandono del centro sabino di Poggio Sommavilla (Collevecchio, RI). Divenuto sede vescovile nel V secolo, Forum Novum si unì nel IX secolo alle altre diocesi sabine di Cures Sabini (Passo Corese) e Nomentum (Mentana), dando luogo all’episcopium sabino. L’estensione originaria di Forum Novum doveva aggirarsi sui 4 ettari e il primo edificio di culto doveva essere situato a NE della zona forense, dove si trova ancora oggi la chiesa medievale.

Il sito, dopo un periodo di oblio, ha suscitato l’interesse degli studiosi in seguito a un articolo di Carlo Pietrangeli degli anni ’40 del secolo scorso. Le prime ricerche archeologiche, condotte dal 1969 al 1975, hanno riportato alla luce le strutture pubbliche dell’antica città romana, quali la basilica e un complesso templare.

Indagini più approfondite sono riprese negli anni Ottanta con la scoperta del mosaico pavimentale di un sacello obliterato dalla basilica. Gli scavi sono stati ripresi tra il 1997 e il 2004 dalla British School at Rome in collaborazione con l’Università di Perugia (2004) e hanno portato alla luce gran parte dell’area pubblica del municipium, caratterizzata da un assetto ortogonale. Alessandro Betori presenta l’area archeologica di Forum Novum “alla luce dei recenti interventi di restauro e valorizzazione”, soffermandosi sulle decorazioni e sugli interventi che interessarono nelle varie epoche il sito.

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Scavi di forum novum

Nell’area si riconoscono almeno tre edifici di culto, la basilica civile, tabernae, ambienti di soggiorno e di servizio, nonché un articolato sistema di gestione delle acque. Negli scavi sono degni di interesse il mosaico pavimentale della cella destra del cosiddetto Capitolium, con inserti in giallo antico e iscrizione dedicatoria di C. Vibius Celer (seguito dall’appellativo Stator, che potrebbe essere un secondo cognome del personaggio, a meno che non sia riferito a Giove Statore), e i resti di affresco sulla parete laterale destra, da poco restaurati, e un altro mosaico all’interno di un edificio privato con un motivo esterno a cinta muraria e un elaborato emblema.

Il mosaico che si trova all’interno della basilica (ma che non fa parte della stessa) presenta l’iscrizione che attesta come L. Volsienus Pu(pi) l(ibertus) avesse fatto realizzare a sue spese la pittura dell’aedes (un sacello in opera quadrata) e il pavimento. Quanto alla divinità che vi era venerata, si potrebbe pensare a Ercole, il cui culto è di norma attestato nelle vie della transumanza, in corrispondenza dei mercati di bestiame, come per esempio a Tivoli, dove sorge il santuario di Ercole vincitore.

Anche al di fuori dell’area degli scavi sono stati individuati importanti complessi di edifici, sia pubblici, come l’anfiteatro a terrapieno, sia privati, come la sontuosa villa con mausoleo annesso venuta alla luce oltre la via Romana Vecchia, l’unico luogo di abitazione finora scoperto, che Filippo Coarelli attribuisce, sulla base di un incrocio tra fonti epigrafiche e letterarie, al cavaliere P. Faianius Plebeius, una sorta di mecenate locale che aveva fatto realizzare a sue spese opere idrauliche utilizzando l’acqua di sorgenti di sua proprietà.

Dal periodo romano si passa al periodo cristiano del sito, che potrebbe aver avuto inizio con quell’Aurelius Ursacius, il cui sarcofago (del IV secolo) è conservato a Vescovio e che avrebbe dato il nome alla chiesa originaria Sabinensis Cathedra Ursaciana.

A Forum Novum subirono il martirio Massimo, Basso e Fabio, i cui corpi furono raccolti e sepolti dalla primitiva comunità cristiana nella seconda metà del III secolo. Quanto all’esistenza di una sede episcopale nel sito, le prime notizie risalgono alla fine del secolo IV, al tempo dell’imperatore Teodosio I. Un documento del 554 parla del fatto che Teodosio avrebbe costruito la chiesa dotandola di possedimenti «per mantenere il ricordo dell’Apostolo Pietro che “in infima sede Ursaciorum” (nella parte inferiore della casa degli Ursaci) venne a celebrare la “fractio panis”». Una tradizione, questa della venuta di San Pietro, non provata storicamente, ma che sembra volutamente rievocata dalla presenza del nome del Santo in molti altari, chiese e località nei pressi di Vescovio.

Magda Cantù e Lucilla D’Alessandro hanno presentato un approfondimento sul sito di Murella, nel territorio di Magliano Sabino, dove, oltre a materiali vari d’età romana, sono state trovate alcune terrecotte paleocristiane con il bollo a lettere rilevate “Petri” (che sarebbe da intendere non come didascalia, ma piuttosto come iscrizione di possesso) e busti di apostoli (Pietro e Paolo?), che farebbero ipotizzare l’esistenza di un edificio di culto, impiantatosi su di una villa romana.

Nell’876 Vescovio venne distrutta dai Saraceni e la sede episcopale venne spostata per qualche anno a S. Lorenzo a Toffia. Una fase di ripresa economica e culturale si ebbe nel Duecento, epoca alla quale risalgono gli affreschi. In seguito la pianura, abbandonata a poco a poco dai suoi abitanti, divenne paludosa e malarica. Dato lo stato di desolazione, nel 1495 si decise di trasferire l’episcopio a Magliano, ma nel 1521 Leone X restituì a Vescovio il titolo di cattedrale e diede a Magliano quello di concattedrale. Un ultimo tentativo per non lasciare Vescovio nel completo abbandono lo fece il cardinale Gabriele Paleotti nel 1569 erigendo un grandioso edificio da adibire ad abitazione di religiosi di ordini diversi che si susseguirono nella custodia del santuario fino alla prima metà del ‘700; in seguito la chiesa fu affidata ai parroci dei paesi vicini che si limitarono ad andarvi saltuariamente per dirvi messa.

Nei primi anni dell’Ottocento furono imbiancate le pareti e coperti gli affreschi, che fortunatamente tornarono alla luce circa cento anni dopo con lo sgretolarsi della calce e vennero restaurati negli anni Trenta del Novecento. Un ulteriore restauro è stato eseguito dalla Soprintendenza ai Beni Storici e artistici del Lazio a seguito del sisma del 1979 che interessò l’area della Sabina, dell’Alto Lazio e dell’Umbria.

La parte più antica della chiesa è la cripta, rimasta a lungo interrata. Gli affreschi che vi sono conservati risalirebbero all’VIII secolo e dovevano far parte della chiesa primitiva. Dalla cripta semianulare s’intravede la fenestella confessionis che si apre sull’altare centrale e che comunica con la camera delle reliquie. La visita della chiesa (navata unica a croce latina) permette di ammirare, oltre alla cripta, il ciclo pittorico duecentesco, attribuito alla scuola romana di Cavallini, costituito da scene del Vecchio e del Nuovo Testamento sulle pareti della navata e dal “Giudizio Universale” nella controfacciata, che nel volume si può confrontare con il celebre “Giudizio” cavalliniano della Basilica di Santa Cecilia a Roma.

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S. Maria in Vescovio. Giudizio universale

La sovrapponibilità iconografica delle due opere è pressoché totale (ma resa con minore volumetria a Vescovio), per lo meno con quanto rimane dell’affresco romano, come fa notare Alessandro Tomei, il quale afferma che il ciclo di Vescovio “è la prima grande impresa della bottega del maestro, in questo caso operante in modo autonomo”.

Un elemento assai originale in questi affreschi è dato dalle forme architettoniche dipinte che separano le scene bibliche: si tratta di pilastri a sezione esagonale, ornati da specchiature a motivi cosmateschi e terminati in alto da capitelli stilizzati con volute ioniche, che sostengono un architrave decorato pure alla cosmatesca.

Nel volume si parla ampiamente della struttura architettonica dell’edificio sacro e dei suoi apparati pittorici, come pure di altre chiese della Sabina (molto interessante è quella rupestre di San Michele al Monte Tancia) e dell’uso politico dell’agiografia, ovvero l’uso delle vite dei santi per affermare il potere abbaziale, che si inserisce nel dissidio tra Farfa, filoimperiale, e la parte della Sabina filopapale, come Santa Maria in Vescovio.

L’icona mariana che si venera nella chiesa, della quale ha scritto lo storico dell’arte Giuseppe Cassio, trae il proprio nome di Madonna della Lode dall’iscrizione, tratta dalla Bibbia, che si legge nel libro che Gesù Bambino, con la mano destra benedicente, tiene nella mano sinistra: “ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem” (Tu, o Signore, hai ricevuto la lode dalla bocca dei fanciulli e dei lattanti). L’icona, che è stata di recente oggetto di indagini diagnostiche multispettrali, è di grande interesse storico devozionale, ma non è in realtà quella originale: è stata rifatta su modello preesistente verso la fine del Quattrocento ed è attribuibile alla bottega di Antoniazzo Romano, probabilmente al figlio Marcantonio Aquili.

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Madonna della lode

Questo volume, come sottolinea la Soprintendente Paola Refice in apertura, più che un punto di arrivo costituisce un momento di riflessione sui dati fin qui acquisiti e al tempo stesso una solida base per proseguire nel lavoro di ricerca e di valorizzazione, che non può che essere sinergico e di squadra. Per ora c’è la promessa che, essendo ultimati da poco i restauri dei mosaici e della sistemazione delle coperture, l’area archeologica di Forum Novum sarà a breve aperta al pubblico.