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Rubrica: CULTURA


GRAZIA DELEDDA NEL SUO PARCO LETTERARIO


martedì 22 ottobre 2019 di Nica Fiori

Argomenti: Letteratura e filosofia


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“Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali, le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”.

Con queste parole Grazia Deledda si è presentata ai visitatori del parco letterario a lei dedicato nella 5° giornata Europea dei Parchi letterari, che si è svolta il 20 ottobre 2019. Quest’anno è stata lei a inaugurare la giornata che è concepita, come ha dichiarato il presidente dei Parchi letterari Stanislao De Marsanich ”nel nome di una letteratura senza confini”. In 27 territori, che vanno dal Circolo Polare Artico alla Basilicata di Matera, è possibile, in effetti, approfondire la nostra conoscenza dei luoghi che hanno ispirato alcune tra le più belle pagine della letteratura europea con letture, incontri, percorsi naturalistici, musiche, spettacoli, mostre, e ricette alimentari tipiche.

Ma ovviamente, il ricordo di una scrittrice come Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura nel 1926, non dovrebbe limitarsi a un solo giorno dell’anno e in Sardegna sono molti coloro che visitano nel corso di tutto tutto l’anno il suo Parco letterario nel paese di Galtellì (Nuoro), il grazioso borgo che fa da sfondo al celebre romanzo “Canne al vento” (1913). Nel parco sono rievocati gli scenari della Sardegna deleddiana, con rappresentazione di ambienti, cose e personaggi legati ad alcuni momenti fondamentali della memoria collettiva sarda, come la preparazione del pane, la coltivazione dei campi, il lavoro domestico e le sagre paesane.

È una storia complessa quella di “Canne al vento”, nella quale il chiuso ambiente sardo viene vissuto come mondo primitivo e mitico retto da leggi immutabili e il cui vero protagonista è il vento, metafora di un destino che agita e sconvolge le passioni umane, lasciando dietro di sé profonde lacerazioni.

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Galtelli.Paesaggio del monte Tuttavista

Lambita dal fiume Cedrino, Galtellì è annunciata a occidente da canneti e campi coltivati. Qui si piegano le canne al vento di maestrale, mentre rovi e fichi d’India delimitano la strada che attraversa la Baronia. È un paese di pietre grigie e di bianche pareti che s’indorano al sole, tra la valle e gli strapiombi del monte Tuttavista. Il paesaggio si ammorbidisce verso le rive del fiume, il cui nome è dovuto all’antica presenza dei cedri che vengono ancora raccolti, a nord della foce, tra altri agrumi selvatici. Il toponimo Galtellì deriva invece da “castellum”, il castello di Pontes, sorto nel 1070 ad opera dei giudici di Gallura.

Quando vi giunse Grazia Deledda, Galtellì era un paese solcato da ombre e da strisce di sole, con molte abitazioni abbandonate: “Laggiù dietro la torre della Chiesa in rovina i melograni di Don Pedru … ecco i rovi della Basilica, circondati dai fili dei ragni verdi e violetti di rugiada, ecco la muraglia grigia, il portone corroso, l’antico cimitero …”. La basilica (XII secolo), dedicata a San Pietro, fu cattedrale e conserva dello splendore del passato alcuni affreschi, le cui “figure giallognole” alla scrittrice sembravano quasi balzare fuori dagli sfondi neri screpolati.

Dopo un periodo di decadenza, il paese è cambiato negli ultimi decenni, forse grazie proprio al Parco letterario: case, selciati, vecchie chiese e tradizioni sospese hanno ripreso a vivere. La storia delle dame Pintor, del loro nipote e del pastore Efix ha un suo teatro naturale di grande effetto. Il proprietario della casa Pintor, diversi anni fa, ha ricomposto gli ambienti, il Comune ha fatto il resto. Così Grazia Deledda è tornata al suo ambiente e ai suoi personaggi.

Passeggiare per il paese è come entrare nel romanzo. Procedendo verso la chiesa si incontra la dimora dell’usuraia Kallina. Più in là vi è il palazzo di Don Pedru, il parente ricco delle dame che alla fine, dopo tanti rifiuti, sposerà Noemi. La casa delle protagoniste, Ruth, Ester e Noemi, è a un solo piano, oltre il terreno. Ancora in gran parte intatta, è la stessa dimora che ospitò la Deledda per un’estate; dalle finestre si vede ancora “la pianura sabbiosa solcata dal fiume, da file di pioppi, di ontani bassi, da distese di giunchi e di euforbie”. Al poderetto di Efix si arriva in venti minuti percorrendo un sentiero che conduce nei pressi del fiume. Per i ruderi del castello occorre camminare un po’ di più, ma ne vale la pena perché è ancora intatto nel suo fascino, così come appariva alla scrittrice: “sulle rocce del castello si vedevano scintillare le pietre e una finestra vuota delle rovine affacciarsi piena d’azzurro fra l’edera che l’inghirlandava”.

Un parco letterario, per sua stessa definizione, circoscrive uno spazio fisico o mentale dove l’autore ha vissuto o ha assorbito l’atmosfera che pervade le suo opere. Oltre a Canne al vento, la Deledda ambientò a Galtellì cinque novelle Galtellì, dove sono state ambientate, oltre a Canne al vento, cinque novelle. Ma, per avere un’idea più completa della vita di Grazia Deledda, bisognerebbe recarsi nella sua casa natale, a Nuoro, trasformata in museo nel 1983.

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Galtelli. Vecchie case di pietra

In questa costruzione massiccia, con le finestre che si affacciano sul monte Ortobene, la Deledda, nata nel 1871, sviluppò quella sua sognante attitudine a fantasticare, quel ripiegamento interiore che la portava a continui vagheggiamenti d’amore e di gloria letteraria. Un amore, in particolare, la fece soffrire. Quello, non contraccambiato, per il giornalista Stanis Manca, che fu all’origine del romanzo “Il paese del vento”.

La sua vocazione allo scrivere fu precocissima, anche se non sorretta all’inizio da un’adeguata padronanza della lingua (non dimentichiamo che aveva frequentato solo la scuola elementare). La sua vastissima produzione letteraria, generalmente molto apprezzata nel primo Novecento, venne progressivamente poi in parte dimenticata e ridimensionata dalla critica, ma la sua prosa, in un certo senso primitiva e spontanea, riesce a trasmettere un senso tragico della vita e a coinvolgere il lettore, soprattutto nelle rievocazioni della sua Sardegna mitica, di quella civiltà arcaico-pastorale che ancora in parte sopravvive nella Barbagia: una terra aspra e dolce come le “sebadas”, i gustosi ravioloni a base di formaggio fresco, che, dopo essere stati fritti, vengono immersi nel miele bollente.

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Galtelli. Basilica San Pietro

Nella Barbagia s’incontrano ancora piccole donne animate da forti passioni, a dispetto del loro aspetto fragile che le fa somigliare alle “janas”, le piccole fate del folclore sardo. Chissà, forse pure la Deledda, col suo metro e cinquantaquattro di altezza e con la sua capacità di immaginare storie fantastiche, era una piccola fata. Del resto da bambina preferiva la solitudine e a volte spariva, rendendosi invisibile agli altri e immergendosi nella natura, a stretto contatto con gli alberi, le rocce, le acque di un microcosmo, che per lei diventava un universo da scoprire.