INFORMAZIONE
CULTURALE
Novembre 2017



HOME PAGE

ARCHIVI RIVISTA

Articoli on-line 4075
Articoli visitati
3709506
Connessi 9

INDICE GENERALE
INDICE MENSILE
EDITORIALE
RUBRICHE
PASSATO E PRESENTE
EVENTI
ITINERARI E VIAGGI
PARERI LEGALI
SPETTACOLI E COSTUME
QUADRIFOGLIO
TERZA PAGINA
LETTURE CONSIGLIATE
CULTURA
SCIENZA E DINTORNI
FILATELIA
LIBRI RECENSITI
AUTORI
Argomenti

Monitorare l'attività del sito RSS 2.0
SITI AMICI

a cura di
Silvana Carletti (Dir.Resp.)
Carlo Vallauri
Giovanna D'Arbitrio
Odino Grubessi
Luciano De Vita (Editore)
On line copyright
2005-17 by LDVRoma

Ultimo aggiornamento
18 novembre 2017   e  



Sito realizzato con il sistema
di pubblicazione Spip
sotto licenza GPL

MURRINA VASA. A luxury of imperial Rome (Ed. L’Erma di Bretschneider)

I VASI MURRINI

Dario Del Bufalo svela il mistero sulla misteriosa {murrha}, prezioso materiale utilizzato per coppe e altri oggetti di lusso dell’antichità, tra cui la famosa Tazza Farnese
sabato 1 aprile 2017 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Dario Del Bufalo


Segnala l'articolo ad un amico

Murrha, murrina, mirra sono vocaboli che possono creare qualche confusione per la loro assonanza linguistica, ma che in qualche modo evocano tutti il fascino dell’Oriente e, nel caso delle murrine veneziane, della città che doveva la sua ricchezza ai commerci con i paesi orientali. Le murrine che si fabbricano a Murano (Venezia) sono in realtà dei vetri che imitano con i loro disegni colorati dei vetri antichi, soprattutto alessandrini, che a loro volta imitavano un materiale ben più prezioso: la murrha.

Quanto alla mirra donata a Gesù Bambino dai Re Magi, che doveva essere una resina profumata, potrebbe esserci un legame con il materiale con cui erano realizzati i contenitori, come viene suggerito dal vaso murrino raffigurato nell’Adorazione dei Magi di Andrea Mantegna, conservata nel Paul Getty Museum di Los Angeles.

JPEG - 27.7 Kb
Coppa murrina, I secolo, Kunsthistorisches Museum, Vienna

La murrha nel passato godeva di un prestigio eccezionale e i murrina vasa, cioè le coppe realizzate con questa misteriosa sostanza dai colori e dai disegni affascinanti, venivano vendute a prezzi esorbitanti. Dario Del Bufalo nel suo libro Murrina vasa. A luxury of imperial Rome, edito dall’Erma di Breschneider, svela finalmente il mistero della murrha dopo aver studiato per anni le coppe e i frammenti pervenuti dal mondo romano e dall’Oriente. Il testo è bilingue (inglese e italiano), perché si rivolge a un pubblico internazionale, e si presenta con una veste editoriale raffinata. Né poteva essere altrimenti, perché l’Erma propone sempre volumi di pregio e Dario del Bufalo, architetto, archeologo e collezionista, grande esperto di marmi colorati e di glittica, ci fa conoscere con parole e immagini suggestive oggetti di rara bellezza, che hanno fatto parte dei tesori di condottieri, magnati, re, imperatori, essendo sempre stati venduti a chi poteva pagare di più.

La moda dei murrina vasa si diffuse a Roma in seguito alle vittorie di Pompeo Magno in Oriente. Nel 63 a.C. Pompeo aveva sconfitto Mitridate VI, re del Ponto, e quando tornò a Roma, in trionfo, portò innumerevoli oggetti meravigliosi. Era noto che Mitridate possedesse 2000 coppe in pietre dure e, secondo quanto scrive Del Bufalo “c’è da credere che il generale romano abbia fortemente voluto questa guerra, nonostante il parere dubitativo del Senato, solo per impossessarsi del grandioso bottino di pietre dure”. In seguito i più ricchi romani si contendevano questi oggetti (per lo più coppe) a suon di monete d’oro. Anche Petronio (l’Arbiter elegantiarum) possedeva un prezioso oggetto murrino, un mestolo da vino, che preferì distruggere per non farlo cadere nelle mani di Nerone, che, da parte sua, si consolò acquistando una tazza dello stesso materiale per un milione di sesterzi.

JPEG - 23.8 Kb
Dario del Bufalo

Tra gli autori antichi che hanno parlato della murrha, chi ne tratta in maniera più descrittiva è Plinio, nel XXXVII libro dell’Historia Naturalis, dedicato alle pietre preziose. Marziale ci parla delle murrine maculosae, Stazio delle murrine graves, Giovenale delle maximae mentre Properzio ci fa sapere che la murrina era cotta nei fuochi Parti, alludendo alla sua provenienza dall’Oriente. Provenienza che va individuata nella Carmania, una regione alla foce dell’Indo. Dal Cinquecento in poi ne hanno parlato Giulio Scaligero, Giorgio Agricola, Pietro Belloni, Girolamo Cardano, Cesare Baronio, Winckelmann, dicendo tra le altre cose che si trattasse di porcellana, di mirra, di ambra, di conchiglie di murice, di vetro, tanto che Ignazio Paternò, principe di Bischeri e accademico della Crusca, nel suo Ragionamento De vasi murrini del 1781, per prendere in giro tutti, scrive che potrebbe trattarsi della “nostra cioccolata”.

In seguito a un libro di Faustino Corsi (1830), che riteneva si trattasse di fluorite, si diffonde questa idea, che, secondo Del Bufalo, è assurda, perché la fluorite è verde, mentre gli oggetti e i frammenti murrini che ci sono pervenuti dal mondo romano non sono verdi e Plinio non nomina nella descrizione questo colore, mentre parla di purpureo, di bianco e di marrone. Già qualche anno fa il grande studioso di marmi Raniero Gnoli aveva scritto in una nota del suo Marmora romana che, a parte Winckelmann e Agricola, che pensavano si trattasse di un’agata, tutti gli altri si sbagliavano. Del Bufalo, dopo aver approfondito i suoi studi, giunge alla conclusione che si tratti di agata fasciata, proveniente dall’India. Questa pietra particolare si forma da una bolla di gas, che si consolida nel tempo (500 milioni di anni) formando delle fasce, o strati, dalla struttura criptocristallina. Le agate più antiche usate dall’uomo sono quelle dei sigilli assiro-babilonesi, e infatti il termine sanscrito mudra vuol dire sigillo, come pure muhr in medioiranico e mukr in turco.

JPEG - 55.8 Kb
Tazza Farnese, Museo archeologico di Napoli

Questo tipo di agata veniva sottoposta a cottura nel miele per renderne più intenso il colore, cottura di cui parla Properzio (fuochi Parti) e anche Plinio a proposito delle coclidi (vasi a forma di conchiglia): “In Arabia si sono trovati grandi blocchi che, dicono, si fanno cuocere nel miele per sette giorni e sette notti…”. L’estrazione di geodi (pietre con cavità interna) di agata avveniva in India e nell’area del Gujarat, dopo una prima cottura, il geode veniva aperto per verificarne la qualità e le potenzialità estetiche, quindi il pezzo veniva tornito in Carmania, operazione questa delicatissima, perché la coppa poteva rompersi per effetto delle vibrazioni degli utensili rotanti. Il vaso veniva poi levigato e tinto a caldo nel caramello di miele e veniva finalmente mandato nel Mediterraneo greco-romano, dove poteva anche essere scolpito secondo la tradizione della glittica ellenistica.

L’autore racconta in particolare le mirabolanti avventure della coppa murrina più nota: la Tazza Farnese (una phiale di 20 cm di diametro), attualmente nel Museo archeologico di Napoli. È lavorata sul fondo a cammeo con una scena in cui compare il Nilo con la cornucopia, la sfinge e altre figure che alludono alla gloria dei Tolomei, sovrani d’Egitto, mentre sul retro è raffigurata una testa di Medusa, con valore apotropaico contro l’invidia. Dall’Egitto tolemaico è arrivata ad Augusto, solo oggetto del tesoro di Cleopatra che egli tenne per sé dopo la sconfitta e la morte della regina egiziana. La Tazza venne trasferita da Roma a Costantinopoli nel IV secolo da Costantino; con la conquista della città da parte di Venezia nel 1204 passò nel tesoro di San Marco, per poi essere venduta a Federico II per 1230 once d’oro (pari a quasi 2 milioni di euro). A un certo punto se ne perdono le tracce per poi ritrovarla in una corte persiana. Fu quindi acquistata da Alfonso V di Napoli e da lui passata a Sisto IV, che la cedette, probabilmente in dono, a Lorenzo il Magnifico. La “scudella di calcedonio” passò a Madama Margherita d’Austria in seguito al suo matrimonio con il duca Alessandro de’ Medici, nipote di Lorenzo. Rimasta vedova, Margherita sposò Ottavio Farnese (da cui il nome di Tazza Farnese). Nel 1735 la troviamo in mano ai Borboni e poi nel Museo Borbonico.

Questa meraviglia, dopo aver girato il mondo in lungo e in largo, venne rotta in 12 pezzi nel 1925 da un custode precario del museo che colpì con un ombrello la teca che la racchiudeva. Il restauro ben riuscito ci rimanda comunque l’immagine di un oggetto murrino (sono ben evidenti le maculae sui bordi del materiale e sulla sfinge le verrucae di cui parla Plinio) di eccezionale fattura artistica, dalla storia plurisecolare e dal fascino magnetico, che per Del Bufalo è “la rappresentazione tangibile della seduzione e delle sfide poste dal rebus della murrina”. Un rebus che crede sia con questo libro “definitivamente risolto”.

Il volume è arricchito da un catalogo con oltre 300 immagini a colori, con schedatura in inglese, da un’appendice sulle imitazioni in vetro dei vasi murrini e dall’indice dei nomi e dei luoghi che ne facilitano la consultazione, oltre a un’ampia bibliografia.