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Viaggio in Italia (Rizzoli, 2014)

QUANDO C’ERA L’ITALIA

La nostalgia di R. Napoletano
mercoledì 1 ottobre 2014 di Carlo Vallauri

Argomenti: Recensioni Libri
Argomenti: Italia
Autore del Libro : Roberto Napoletano


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Sin dagli anni ’30 – ero un ragazzino – scoprii Il Messaggero per le notizie su eventi (l’attentato al re d’Inghilterra, la rivolta spagnola, i programmi dei film e delle radio), anche se nelle famiglie romane si combinava spesso il titolo del giornale per metterne in dubbio la veridicità, considerata la mancanza di libertà. Tempi amari allora, poi venne la democrazia e il quotidiano romano fu al centro del rinnovamento politico-culturale e poi via di seguito sino a pochi anni or sono quando ci accorgemmo addirittura che il giornale di via del Tritone non solo era utile per la cronaca quotidiana, gli annunci pubblicitari e conoscere i programmi dei cinema, ma anche per cominciare a capire qualcosa del marasma finanziario che travolgeva la nostra economia. E chi era il protagonista di questo cambiamento che permetteva di avere informazioni al massimo livello e conoscere le cause della crisi che stava travolgendo l’Italia, se non proprio Roberto Napoletano? Notizie precise e sempre più dettagliate quanto più si aggravava la crisi nella quale ancora viviamo.

Presto quel paese, adesso rievocato, finì travolto dai pasticci dei gruppi finanziari, in un buio che non accenna ancora a svanire. “Il Messaggero” di Napoletano fu, anche per i non esperti, uno dei pochi fari giornalistici che spiegò cosa stesse veramente accadendo. Ed adesso che (almeno si spera) il peggio è accaduto, la ricognizione compiuta dallo stesso giornalista – salito alla massima cattedra nella stampa specializzata – fornisce un fondamentale punto di riferimento non solo per noi sprovveduti ma per gli stessi operatori attivi nella vita economica.

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Ecco perché abbiamo letto con curiosità, mano a mano che le pagine trascorrevano, con crescente interesse, la ricostruzione che egli ha ora pubblicato su aspetti caratteristici di quel periodo e quindi implicitamente delle modifiche intervenute nel nostro paese, che – come egli scrive – “soffre ma non si arrende”. Premesso che questa valutazione attende ancora conferma, possiamo intanto dirvi che Viaggio in Italia (Rizzoli, 2014) può presentare particolare motivo di riflessione specie per i più giovani che quell’Italia rievocata non hanno fatto a tempo a conoscere direttamente. È prevalentemente una testimonianza di dati, fatti, persone che il trascorrere del tempo ha gradualmente mutato sino a determinare una nuova realtà, che appunto Napoletano cerca di analizzare con cura.

C’è un taglio triangolare del paese nettamente delineato (nord, centro, sud ed isole, l’Italia altrove e infine – speriamo – l’Italia da ritrovare) che aiuta a meglio individuare problemi, situazioni, difficoltà, rischi. Ogni capitolo è una storia semplice di come una parte dell’Italia sia maturata, quali sono state le speranze, le delusioni ma soprattutto c’è il richiamo alle diverse forze morali e materiali che hanno sorretto imprenditori, commercianti, come artisti, insegnanti, in un attivismo costante che riconduce praticamente alla condizione di quel paese, ormai quasi dimenticato.

Molto significative le vicende specifiche e particolari via via indicate, come i temi prescelti, le emozioni evocate, dai maestri del Brenta, alla dignitosa Torino, sino alle originali e fantasiose iniziative del Piccolo di Milano. Il teatro come metafora di una serie di spettacoli che continuamente si ripetono. La burocrazia naturalmente sempre presente quanto incapace di evitare o mitigare scandali crescenti: questi sì in effetti rappresentano direttamente la storia della nostra comunità. Napoletano sa descrivere con discrezione come tanti italiani siano stati capaci di risollevarsi dopo la guerra grazie ad iniziative di gruppi e di singoli (un “miracolo” non destinato ad una replica), i cui nomi non dicono forse nulla ai giovani d’oggi ma che noi più anziani siamo lieti di sentire rammentare dall’autore come artefici di opere, fatti, iniziative, tutte esperienze concrete e positivamente capaci a suo tempo di rendere concreta e diffusa ai vari livelli sociali la ripresa della “nostra” operosità. Nomi, fatti, citati costituiscono in effetti la spirale autentica di un complesso operativo che simboleggia nel tempo una sorta di orgoglio collettivo, tutt’altro che fatuo. Ogni nome citato dall’autore è un richiamo a quel che siamo stati capaci di essere collettivamente. Questo il significato del valore propulsivo del libro, e per questo diamo ad esso l’importanza che merita in questa fase di crisi, di sfacelo e sfinimento. È la validità della conoscenza e del coraggio che Napoletano esalta quando cita nomi che hanno rappresentato una specie di orgoglio per le “bellezze” espresse e la grandezza della nostra arte. Non dimentichiamo tutto ciò, sembra dire l’autore-direttore di “24 Ore”. Certo molti talenti sono stati sprecati e ne sono precisati riferimenti ed aspetti molteplici. Certo non tutti i nomi indicati meritano di stare allo stesso livello ma dobbiamo attenerci ai dati di fatto che hanno influito nella nostra vita pratica quotidiana e l’hanno modificata.

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Roberto Napoletano

Un’ampia storia quindi rievocata a partire dalle diverse regioni e dalle “sofferenze” subite nei vari ceti sociali. L’autore scorre rapidamente dalla solitudine dei più disperati alle varie forme di integrazione a delle modifiche intervenute. Un risalto particolare dato agli artisti o agli operatori dei diversi settori che, malgrado tutto, hanno reso universale quell’Italietta del passato, a cominciare dalla straordinaria Napoli, ricostruita dal caos o dai portici abruzzesi rimessi in piedi. Il Sud “dimenticato” non poteva mancare perché è tutt’ora presente alla nostra comune coscienza. I sassi di Matera sono stati simboli in un paese che cercava di andare avanti (e c’è riuscito, in un certo senso, nel dopoguerra per poi crollare a causa di scelte, non solo italiane e non solo della politica). Forse eccessive sono pure alcune citazioni di nomi illustri, come se fossero determinanti anche oggi, mentre spesso il loro operato è legato a strade sbagliate a suo tempo intraprese, provocando un allargamento del perimetro della povertà, permettendo così troppo a lungo ai più forti di farla da padroni. Questo è il vero nodo, tutt’altro che passibile di essere sciolto. L’autore ha preferito inserire tanti eventi e personaggi, senza tentare una distinzione più netta tra chi forse meritava gli elogi tributati ed altri non altrettanto meritevoli. Non dobbiamo infatti scordare chi ha contribuito a compiere progressi ma neppure coloro che hanno peggiorato la condizione generale in un Italia oscillante paurosamente. Certamente vi sono stati economisti illustri, da Einaudi a Carli, ma non dobbiamo neppure dimenticare gli errori, le superficialità e – diciamolo pure – i crimini dei nostri maggiori esponenti politici di quei tempi e che oggi pretendono addirittura di essere ricordati come i “migliori”.

Troppo evidenti sono le responsabilità personali e di gruppi nei campi civili ed economici dell’Italia nella quale siamo vissuti perché adesso si possano dimenticare le differenze, gli errori, le responsabilità, le sofferenze tuttora evidenti. Nella fiducia di una ripresa possibile Napoletano ha preferito non toccare i tasti dolenti che tuttora influiscono sulla nostra magra vita di oggi e che avrebbero richiesto non tanto ulteriori approfondimenti quanto disponibilità ad emettere giudizi implicanti precise scelte che l’osservatore distaccato non può trascurare. Altrimenti nel comune grigiore passano avanti proprio coloro che non meritano di essere additati ad esempio nella valutazione civile e morale. Ognuno di noi naturalmente ha le proprie preferenze ed i propri giudizi, ma il fascino perduto dalla politica richiede, per essere riconquistato, che si dimostri la sussistenza di una capacità di operare per il bene comune – come in buona parte avvenne nel dopoguerra – mentre ben poco di simile oggi si intravede. Personalmente ho apprezzato il richiamo alla “solitudine amara dei servitori dello Stato”, proprio perché io ho fatto parte di questa categoria e ne vado fiero.

L’Italia da rifare richiede oggi scelte precise, di valore e qualità, altrimenti tutte le azioni finiscono per apparire all’esterno di pari livello mentre – e Napolitano stesso lo dimostra nelle pagine di questo libro – gli italiani sono molto diversi tra loro, anzi chiaramente contraddittori, mutevoli nei gusti, nelle preferenze. Non tutti hanno saputo compiere autentiche scelte per mantenere in piedi i valori democratici, tanto profondamente violati ed offesi.

Direttore Napoletano, proprio lei ci ha spiegato per anni come certi personaggi si comportavano di giorno in giorno e il paese crollava. Adesso ripercorrere quel passato implica riconoscere le differenze di comportamenti, perché non tutte le responsabilità – ripetiamo – sono di pari livello. E non vorremmo che si dimenticassero troppo presto, quando ancora subiamo le conseguenze evidenti di tante azioni sbagliate. Non vorremmo che la nostalgia fosse assolutoria: è già accaduto nella nostra storia.

Ringraziamo il direttore per quello che egli è stato capace di mostrare nel corso di tanti anni, specie quando illustrava tanti passaggi disastrosi, con una costante ricerca della effettiva realtà oggettiva più di quanto non risultasse da altre fonti informative.

Le sue “fotografie” sono tuttora valide per comprendere il senso della svolta, donde l’attualità dei suoi richiami.