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Basta piangere! (Mondadori 2013)

L’ITALIA DI IERI NEI RICORDI DI CAZZULLO

Narrazione dei fatti e visione prospettica degli eventi
sabato 1 febbraio 2014 di Carlo Vallauri

Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Aldo Cazzullo


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Tra i commentatori politici dei maggiori quotidiani italiani certamente Aldo Cazzullo si è imposto per il rigore nella narrazione dei fatti che giorno per giorno accadono e contemporaneamente per la sua più ampia visione prospettica nella quale inserisce gli eventi stessi, ed ora invece eccolo presentare in Basta piangere (Mondadori 2013) uno sguardo d’insieme riguardante la sua generazione, formatosi nel vorticoso sviluppo dell’Italia in fase caratterizzata dalle svolte economiche mondiali degli anni ‘70 e poi recentemente della recessione.

E merito dell’articolista è aver seguito il succedersi degli spostamenti mentali via via avvenuti di fronte all’irrompere di nuove metodologie tecnologiche che hanno spostato i termini principali delle comunicazioni tra i singoli con le immediate ripercussioni nella nostra stessa vita quotidiana. Un’Italia che non piangeva, anche se Pasolini – aggiungiamo – aveva intravisto gli effetti negativi della scomparsa di quel piccolo mondo antico, ma che si impegnava ai diversi livelli, a far progredire l’economia, come le interconnessioni culturali e sociali.

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Aldo Cazzullo

Anno per anno Cazzullo scorge e ripropone gli eventi sportivi e di costume come quelli drammatici del terrorismo italiano mentre la società si trasformava: e tutti al lavoro per avere sufficienti mezzi per realizzare i mezzi di più confortante esistenza. Sono gli anni nei quali il made in Italy trionfava nelle piccole e nelle grandi cose da scambiare a livello internazionale. Preoccupazioni, errori, sbagli umani e politici, ma con una certa continuità logica negli avvicendamenti nei vari campi del sapere, delle costruzioni, delle invenzioni. La “bellezza” degli oggetti materiali come simbolo di un modo tipicamente italiano di sentire e di vedere il mondo circostante. Tante miserie crescenti, e dolori e sofferenze individuali anche allora, ma uno sforzo comune, anche se troppo individualista, capace di dare ali creative alla speranza.

Lo stesso modello familiare tendeva a cambiare in uno sforzo di emancipazione spontanea ed avvertito pur nella diversità delle condizioni sociali. Non un paradiso in terra, ma certamente neppure un inferno, come oggi. E proprio su questa evidente distanza l’autore centra la sua narrazione compatta e le sue indicazioni per il futuro. Non entriamo qui nel merito delle singole posizioni e condizioni rievocate, spesso con gustoso umore, di cui tra l’altro è indice eloquente la copertina che fa vedere semplicemente alcuni bambini che spostano delle piccole bocce, mentre la citazione iniziale di Renato Zero – accompagnata da quella più dotta di Marcel Proust – è indice di una nostalgia profonda che spinge a credere a quel mondo più autentico per chi l’ha vissuto.

Proprio i trasferimenti dei nodi centrali dei costumi, delle abitudini, degli obiettivi lontani o vicini da raggiungere indicano l’entità dei mutamenti intervenuti. Contro ogni forma di piagnisteo Cazzullo rivendica il valore della attesa operosa, del lavoro costante, della disponibilità a superare le difficoltà mediante un tipo di impegno che è andato perdendo l’insieme al senso del valore delle credenze e degli affetti. Forse troppo poco spazio è lasciato alle “ideologie” che allora hanno accompagnato e perseguitato i comportamenti di chi viveva quelle stagioni: ciò è da far risalire alle preferenze psicologiche di un autore che cerca di evitare i nodi più intricati per poter meglio spiegare quel che accadeva a persone di differente condizione sociale e civile. Forse le diseguaglianze allora erano meno evidenti anche se tante “ingiustizie” palesi si intravedevano accanto agli sforzi per cercare una giustizia meno diseguale. In quell’epoca non si percepivano a pieno i segni di un consumismo che si accingeva a distruggere quel poco che di serenità sembrava sussistere perché assicurava ai giovani la possibilità di migliorare e di programmare un avvenire meno inquietante. Ecco la differenza vera tra quei tempi di tanta speranza e le delusioni di oggi. Film, canzoni, pratiche singole e collettive infiammavano gusti e simpatie o antipatie. Il vissuto della guerra si allontanava mentre si cominciavano ad utilizzare mezzi tecnologici fortemente innovativi: si raggiungeva la luna ma si trascurava il fatto che i consumi di acqua come di tanti altri comuni strumenti di sostentamento correvano rischi se non si correva a intervenire per frenare l’irrompere di pericoli incombenti. Ma il tran tran quotidiano non era poi così brutto – come oggi – e pertanto tutti erano disposti ad accettare come normali le mancanze di giustizia egalitaria come gli squilibri, le differenze enormi tra popoli e all’interno dei popoli. Non vi era forse sufficiente attenzione e valutazione su quegli squilibri, dai quali sarebbero venuti i guai e le maggiori ingiustizie del periodo successivo. Troppa allegria forse diffusa in una certa visione della TV, ma era la volontà di allontanarci da epoche tanto nefaste subíte da tutte le famiglie. Non aver allora percepito a pieno i rischi verso i quali allora si correva è certamente una responsabilità del ceto dirigente non delle masse naturalmente dedite alle soddisfazioni immediate. Ebbene, proprio allora, a cominciare dal nostro paese, una parte della cultura, ufficiale e non, disertava dalla propria funzione, come si vedeva nel minore rispetto dei meriti autentici e della qualità, grazie al favore mostrato verso illusioni e falsità.

Il bene e il male si intrecciavano allora come oggi in una confusione generalizzata, dalla quale Cazzullo offre l’esemplificazione autentica di quella “Italia che non si lamenta”. Forse si potrebbero meglio individuare alcuni momenti determinanti del “passaggio” tra le diverse condizioni, ma ciò porterebbe necessariamente a considerazioni più strettamente politiche che l’autore ha inteso evitare per non cadere nel flusso degli scontri tra i principi: la sua scelta è di rievocare la vita semplice di ogni giorno dei ragazzi che crescevano con una speranza che oggigiorno non c’è più. E per scoprire perché ciò è accaduto e quali siano i termini più profondi del cambiamento occorre risalire ad altre cause, e soprattutto a tante altre responsabilità.

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