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Benevento 2013 - 34° festival teatrale “Città Spettacolo"

Il rinnovo del “Contratto”

Omaggio a Edoardo De Filippo
martedì 1 ottobre 2013 di Gianandrea de Antonellis

Argomenti: Teatro


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Con lodevole anticipo, non tanto sulla data esatta del trentennale della scomparsa di Eduardo De Filippo, a cui manca ancora un anno (il drammaturgo morì il 31 ottobre 1984), ma soprattutto su quello che si prefigura come un “anno eduardiano”, il Festival Teatrale “Città Spettacolo” di Benevento, giunto alla 34ª edizione ha voluto rendere omaggio ad uno dei massimi esponenti del teatro “napolitano” contemporaneo.

(Tra parentesi: ho scritto napolitano e non napoletano, con la “i”, dando al termine un’accezione che va ben oltre i limiti geografici e vuole essere elogiativa e non certo limitativa, inserendo Eduardo nell’alveo della grande tradizione letteraria “napolitana” che va da Sannazzaro a Cappuccio). Chiedo scusa per la digressione).

L’omaggio del festival beneventano è consistito nell’allestimento di due opere che sono (quasi) da un lato l’esordio e dall’altro la chiusura: pur, infatti, non essendo proprio la prima e l’ultima opera del drammaturgo, si pongono agli estremi della sua più che cinquantennale produzione. Nella fattispecie si è trattato di Sik-Sik l’artefice magico (del 1929) e de Il contratto, di quasi quarant’anni posteriore (1967).

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In particolare Il contratto ha visto una pregevole rilettura del testo originale curata da Pino Carbone (regista, lo scorso anno, di una non indimenticabile messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare): pochissimi i tagli, ma completamente diversa l’atmosfera, cupa e a tratti allucinata, in cui sono stati immersi i giovani attori, guidati da un eccezionale Claudio Di Palma nel ruolo che fu dello stesso Eduardo.

Ottima la messa in scena, meravigliosa l’atmosfera, encomiabile la distanza dall’originale – il che dimostra come il teatro eduardiano sia moderno e come regga il passare del tempo: chi avesse visto lo spettacolo senza saperne alcunché avrebbe avuto difficoltà ad identificarlo con un’opera dell’artista napoletano –, mentre volendo cercare il pelo nell’uovo risultano discutibili solo alcuni particolari secondari.

Veniamo all’atmosfera, che Pino Carbone ha saputo ben ri-creare: qualche anno fa Alfonso Santagata aveva proposto Le voci di dentro con particolari giochi di luce ed una pantomima iniziale che aveva spinto qualche critico a scomodare il nome di Pinter (o, meglio, l’aggettivo pinteriano); purtroppo, nel prosieguo del lavoro, tale atmosfera si era un po’ stemperata ed alla fine lo spettacolo era risultato una valida messa in scena, ma non particolarmente distante dal solco della tradizione. In questo caso, invece. Le aspettative create dal (troppo?) lungo incipit continuano, coerentemente, fino al termine dell’opera (che mantiene gli intervalli tra i tre atti per esigenze di cambio di scena: una pedana girevole che viene modificata a seconda delle diverse esigenze dei tra diversi momenti).

La vicenda ruota attorno ad uno strano “contratto di resurrezione”, con cui il nobile decaduto Geronta Sebezio si impegna disinteressatamente a cercare di riportare in vita l’altro contraente, a patto che egli crei intorno a sé una “catena d’amore”. Infatti egli sostiene di non operare alcun miracolo, bensì solo di suscitare una scintilla che deve essere sostenuta dall’affetto dei parenti del de cuius: solo chi conduce una vita in cui dominino l’amore per il prossimo e la generosità può infatti sperare di essere richiamato in vita dopo una morte improvvisa. Si tratta di un reale prodigio (come quello avvenuto all’amico Isidoro, il primo fruitore dei “miracoli” di Geronta, ed a vari altri – secondo le testimonianze scritte di vari “risuscitati”) oppure di una colossale truffa? Il protagonista – che nega la presenza di un vero e proprio miracolo, ma ritiene l’evento possibile e più volte accaduto soltanto grazie alla famosa “catena d’amore” – è un ingenuo, un santone o uno speculatore?

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Il dubbio, secondo le intenzioni di Eduardo, dovrebbe attraversare tutto il dramma (spingendo il pubblico a mettersi dalla parte di Geronta Sebezio). Stranamente, in questa messa in scena, un “criminale” programma di sala evidenzia l’ipocrisia del protagonista, dando immediatamente un senso negativo alla scena iniziale (Isidoro non era realmente morto, ma solo caduto in catalessi), per cui il disvelamento esplicito nel terzo atto non diventa un vero e proprio colpo di scena – e peraltro viene leggermente anticipato rispetto all’originale eduardiano: il protagonista non si limita a dare meno di quanto dovuto al momento opportuno, ma poco prima nasconde nelle proprie tasche parte della somma in questione, rendendo evidente il suo intento truffaldino.

Diverso dalla messa in scena eduardiana anche il finale, reso con una potente invenzione visiva: un “girotondo” in cui tutti i personaggi sono come “rimestati” in una sorta di grande calderone dal burattinaio Geronta Sebezio/Claudio Di Palma.

Comunque, se è vero che chi non conosce la vicenda di questa “commedia nera” non deve perdere l’interesse a seguirne la trama, è anche vero che chi la ha già vista o letta godrà comunque di una messa in scena decisamente innovativa in cui, a fianco del citato Claudio Di Palma, recitano Andrea de Goyzueta e Francesca De Nicolais (chiamati anche alla co-regia), Giovanni Del Monte, Irene Grasso, Carmine Paternoster e Fabio Rossi.