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Mostra sull’emigrazione

Una volta partivano i bastimenti. Oggi arrivano gli ultimi della terra

Riflessioni sul fenomeno dell’emigrazione. Ricordi sulla storia italiana e considerazioni sui uovi flussi che interessano il nostro paese
sabato 1 dicembre 2012 di Achille della Ragione

Argomenti: Mondo
Argomenti: Mostre, musei, arch.
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Dopo la repressione del brigantaggio l’economia meridionale subì un vistoso tracollo e per molti, quasi tutti, l’unico modo per sopravvivere fu quello di lasciare la propria terra per procacciarsi il pane quotidiano e dare un futuro ai propri figli. Lo stato sabaudo, dopo aver combattuto la rivolta con metodi militari, rendendosi responsabile di eccidi spaventosi , incoraggiava questo silenzioso genocidio del quale invano cercheremo notizie nei libri di storia.

La meta preferita era l’America e nel corso di pochi decenni oltre 25 milioni di Italiani sono stati costretti all’emigrazione oltre oceano e soltanto pochissimi sono ritornati; la maggior parte di questi disperati proveniva dalle regioni meridionali salvo una sparuta pattuglia di veneti. Il punto di partenza era il porto di Napoli da dove partivano i famosi “bastimenti” carichi fino all’inverosimile di un’umanità lacera e spaventata.

“Ah, ce ne costa lacrime st’America a nui napulitane …“ è il primo verso di una celebre canzonetta: “Lacrime napulitane”, composta nel 1925 da Libero Bovio, in cui l’autore cercò di sintetizzare il dolore e la paura di un giovane emigrante sperduto nell’immensa solitudine di New York. Il protagonista, bisogna precisarlo, si era deciso ad attraversare l’oceano per un tradimento della donna amata, un motivo futile rispetto a quello che aveva spinto al grande passo milioni di connazionali.

Un’altra celebre canzonetta del 1919 “Santa Lucia lontana” parte proprio con: “Partono i bastimenti”. L’autore è E. A. Mario, celebre per aver scritto “La leggenda del Piave”.

L’abbondanza di composizioni canore sull’argomento non deve sorprendere perché l’emigrante, scorrendogli la melodia nelle vene, reggeva una valigia di cartone ma quasi sempre portava a tracolla una fisarmonica.

Continuavano a celebrare le proprie feste come la processione di San Gennaro ed organizzavano la festa di Piedigrotta, nella quale fu lanciata “Core ingrato” composta nel 1911 da Cordiferro e Cardillo.

Straordinaria è poi la vicenda di Gilda Mignonette che, nel 1926, si trasferì dalla natia Duchesca alla rumorosa Little Italy e venne eletta a furor di popolo “La regina degli emigranti” grazie al successo planetario della sua “’A cartulina ‘e Napule”.

I nostri connazionali, dopo un interminabile navigazione vissuta nel degrado, venivano muniti di cosiddetto “Passaporto rosso” e venivano sbarcati nell’isolotto di Ellis Island, posto davanti a New York, dove la polizia li sottoponeva ad un controllo simile a quello che si riserva al bestiame. Chi superava la selezione, lentamente con l’aiuto di parenti o amici già da tempo sul posto, riusciva ad arrangiare una sistemazione ed a trovare un lavoro, sempre faticoso e sfibrante.

A qualcuno la fortuna arrideva ed ecco alcuni diventare magnati, artisti, persino santi, ma anche gangster e mafiosi. Ma a fronte di un’organizzazione criminale come la Mano nera, di origine siciliana, a combatterla vi era un super poliziotto, Joe Petrosino, figlio di emigranti originari di Padula.

E se Al Capone era figlio di emigranti campani egualmente erano di origine italiana Fiorello La Guardia, che diventerà sindaco di New York, o Frank Sinatra, celebre cantante, o Frank Capra, uno dei più celebri registi, oltre a tanti altri scrittori, poeti e saggisti di altissimo livello. Generazioni di italiani che, inclusi coloro che avevano scelto come meta Argentina e Brasile, sono stati una notevole fonte di ricchezza per il nostro paese. Valga un solo esempio: tra il 1900 e il 1922 i soli meridionali, tramite il Banco di Napoli e quello di Sicilia, spedirono ai loro parenti rimasti in patria ben 20 miliardi di lire oro e si calcola che una eguale quantità di denaro sia stata spedita per posta o consegnata a mano. Un fiume di soldi che ha permesso di sopravvivere a milioni di diseredati.

Con il fascismo il fenomeno rallentò vistosamente per riprendere negli anni ’60 e ’70 nel periodo del boom economico, questa volta verso il Nord e le ricche regioni europee: Germania, Belgio, Svizzera, dove la manodopera meridionale veniva maltrattata non solo all’estero ma anche nella civile Padania, dove abbondavano i cartelli “Non si affitta ai meridionali”, definiti sprezzantemente terroni.

Oggi esportiamo cervelli e sono i migliori ad andarsene, regalando conoscenze ed energie vitali ad altri paesi, dopo aver speso cifre ingenti per farli studiare e specializzare.

A fronte di questa emigrazione di lusso da alcuni decenni l’Italia è divenuta la terra promessa per milioni di disperati in fuga dalla fame, dalla siccità e dalle guerre. Un fiume in piena che fra poco sarà difficile da arginare, fino a quando l’Europa, nel suo miope egoismo, non deciderà di varare un gigantesco piano Marshall per creare, soprattutto in Africa, condizioni di sopravvivenza investendo nell’irrigazione, nella sanità e nell’istruzione. Sono disperati che rischiano al vita tra le onde, dopo aver percorso a piedi centinaia se non migliaia di chilometri nel deserto per raggiungere la costa libica dove vengono taglieggiati da autentici negrieri che li spogliano di ogni oggetto prezioso, oltre a pretendere cifre vergognose per fargli rischiare la vita su barconi rattoppati, pronti ad affondare alla prima onda più alta del solito. Nessuno saprà mai le dimensioni di quel gigantesco cimitero sottomarino che raccoglie pietosamente i resti di decine di migliaia di uomini, donne e bambini che sognavano la terra promessa.

Per i fortunati che toccano il territorio italiano sono pronte strutture simili più ad un lager che a centri di accoglienza dove, stipati fino all’inverosimile, attendono per mesi sotto al sole e se non sono profughi lo Stato tenta in tutti i modi di rimpatriarli.

Un’altra porta d’ingresso è quella orientale, preferita dalle popolazioni slave e dagli ucraini. Molti vengono con visti turistici e poi scompaiono nel nulla, cercando a qualsiasi prezzo un lavoro per sopravvivere: badante, manovale, contadino.

Una serie di leggi scriteriate ha cercato negli anni di reprimere unicamente il fenomeno invece di tentare di regolarlo, attraverso quote annuali secondo le richieste del mercato, come si comportano molti paesi dagli Stati Uniti all’Australia.

Questo stolto comportamento, oggi che la storia si ripete all’incontrario con legioni di disperati che vedono nelle nostre città e nelle nostre campagne una sorta di paradiso terrestre, dipende dall’aver rimosso gli anni in cui l’Italia era terra di migranti e di non aver avviato un serio programma di integrazione, addirittura nemmeno per i figli degli stranieri in regola nati in Italia ai quali non viene riconosciuta la cittadinanza.

Il problema dell’integrazione tra italiani ed il fiume di stranieri che, anno dopo anno, sempre più affluiscono nel nostro paese, in un solo luogo ha trovato piena applicazione: nei penitenziari, soprattutto delle grandi città: Roma, Napoli, Milano, nei quali ormai gli “alieni” (ma sono nostri fratelli) costituiscono la maggioranza.

Nel buio delle celle vigono regole di solidarietà sconosciute nel mondo esterno cosiddetto civile; tutti si considerano membri di una grande famiglia e chi non conosce la nostra lingua la impara in fretta acquisendo anche la cadenza dialettale locale.

Un esempio virtuoso di cui tenere conto e da perseguire perché non si può andare contro il corso della storia.

Noi abbiamo bisogno della loro energia e voglia di conquistare il benessere ed è una fortuna non una calamità che molti scelgano l’Italia, antica terra di emigrazione, divenuta oggi la terra promessa.

Il nostro passato è dimenticato, seppellito nel più profondo inconscio complici le istituzioni che non hanno realizzato un museo che ci rammenti gli anni in cui eravamo carne da macello, pronta a qualsiasi lavoro, anche il più umile e pericoloso. Un museo dell’emigrazione per ricordare il passato e per spegnere in noi qualsiasi seme di razzismo e di becero leghismo. E quale sede più degna del porto di Napoli dove per un’eternità sono partiti i bastimenti carichi di disperazione e di nostalgia, di ansia di riscatto e di antica dignità.