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Le musee Guimet

Angkor e la cultura Kmerr

La cultura Khmer attraverso l’Indocina fino al museo Guimet di Parigi
venerdì 1 giugno 2012 di Elvira Brunetti

Argomenti: Luoghi, viaggi
Argomenti: Mondo
Argomenti: Mostre, musei, arch.
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Non è frequente imbattersi in una relatrice cambogiana sebbene francofona, esperta conoscitrice della storia del suo Paese. Eppure quel pomeriggio una voce calma e suadente ci descrisse la bellezza orientale ed enigmatica del sito templare più grande del mondo.

Il parco di Angkor si estende per ben 300 km quadrati e tra l’altro costituisce una grossa riserva d’acqua, grazie ad un fenomeno raro d’inversione del flusso idrico tra il fiume Mekong ed il lago Tonlè due volte l’anno in base alla crescita e alla decrescita del livello acqueo, che permette l’irrigazione continua di tutta la zona. A novembre, per esempio, le popolazioni locali onorano La Festa dell’acqua. Tutta l’economia locale si affida al commercio del pesce, basti pensare al giro di affari legato al solo Pangasio.

Tra i templi del sito quello più visitato è Angkor Vat, che significa pagoda della capitale (Fig.01-02-03). Visto dall’alto è una meraviglia per gli occhi, un quadrato di pietre divine in mezzo all’acqua, l’intera superficie conta 1500 metri quadrati, di cui 1300 sono i luoghi sacri e 200 il bacino acquatico che ripete la stessa forma geometrica. Sui muri di cinta si possono ammirare scene tratte dal Ramayana, circa duemila dee sono scolpite tutte diverse le une dalle altri (Fig.04). Nel poema menzionato di circa 250.000 versi, il mito induista narra di Rama che recupera l’amata Sita, rapita da Ravana, grazie all’esercito di scimmie (Fig.05). Secondo la religione orientale, poiché la maggior parte della gente non sapeva leggere, la comprensione del testo sacro avveniva per immagini che tutti potevano vedere e seguire. Altri simboli spesso rappresentati sono quelli con riferimento all’elemento “acqua”, fondamentale per le popolazioni locali, spesso alluvionate. Il Naga (Fig.06) è un serpente del Mekong ed è rappresentato come una divinità protettrice sulla testa del Buddha. E ancora i pesci sono ripetutamente scolpiti, per impetrarne l’abbondanza. Nella sterminata area sacra di Angkor l’acqua era importante anche perché i fedeli facevano le loro abluzioni quotidiane.Per realizzare l’incidenza continua di tale elemento sulla vita delle popolazioni asiatiche basti pensare a quei villaggi indonesiani in cui le case-capanne recano in alto sul tetto una grande barca per lo sciamano che accompagnerà l’anima nell’aldilà o alle case Batak di Sumatra (Fig.07).

La pianta quadrangolare, che si ripete spesso nell’antichità, dalla struttura azteca a quell’opera eccezionale del tempio di Borobudur a Giava (Fig.08), che tanto impressionò Paul Gauguin, la ritroviamo nell’attuale Los Angeles. Ma forse solo quest’ultima ricorda Angkor, per essere pianeggiante; mentre le altre sono strutture collinari, sebbene artificiali; sono templi-montagne, ascendendo al monte Mehru, simbolicamente, l’uomo si libera delle sue passioni fino al culmine dello stupa centrale.

Ma chi erano gli architetti di quella straordinaria e incompiuta costruzione di città sull’acqua? Dovevano conoscere sistemi di canalizzazione e irrigazione molto sofisticati. L’impero Khmer probabilmente era molto importante e potente. La sua durata si colloca più o meno dall’epoca di Carlo Magno a quella di Cristoforo Colombo. Ci sono testimonianze d’inviati speciali cinesi nel 1300, che decantano la bellezza del Palazzo Reale con quei volti scolpiti nella pietra a immagine di Buddha ma col sorriso del re.

La voce tranquilla e rilassante della nostra relatrice continua ad incantare la nostra immaginazione sul sincretismo religioso dell’Induismo e del Buddismo e poi sui templi di pietra che prima erano costruiti in legno, fino a quel velo di mistero che avvolge la scomparsa di quella civiltà. Dal XV secolo e per ben quattrocento anni di quella immensa area non si è saputo più niente. La giungla aveva letteralmente sepolto, imprigionando con le sue radici, i resti dell’antica cultura e ne aveva distrutto le tracce.

Eppure il risveglio arrivò, ma dalla Francia. Laddove Spagnoli, Portoghesi e Olandesi erano giunti in Cambogia per poi ripartire, solo i Francesi sono rimasti ed è grazie a loro che i templi Khmer immersi e sommersi dalla foresta sono stati restituiti al godimento di noi tutti. Se non fossero arrivati loro nell’Ottocento, la vegetazione avrebbe continuato a nascondere per sempre quel tassello di arte vitale per la conoscenza storico-culturale (Fig.09).

Nel 1914 fu scoperto il tempio più bello: Bantey Srei (Fig.10), stupefacente per la decorazione a merletto realizzata sul grés rosato, che al calar del sole crea una luce dorata fortemente suggestiva (Fig.11). Di giorno purtroppo si nota l’effetto lebbra di alcune pietre colpite da una malattia. Il tempio in questione divenne famoso perché André Malraux rubò quattro statue di divinità. Ma lo fermarono e recuperarono l’importante bottino.

L’Indocina francese comprendeva il Laos, la Cambogia e il Vietnam, ma quando si parla di Indocina ci si riferisce essenzialmente al Vietnam, l’unica vera colonia, in quanto la Cambogia era un protettorato. Inoltre tutti i Paesi della penisola del sud-est asiatico sono impregnati di cultura indiana, soltanto il Vietnam ha una formazione cinese. Un Paese quest’ultimo sempre diviso tra un nord Viet vicino alla Cina e un sud Nam che apparteneva agli Khmer.

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Olivier de Bernon
Directeur du Musée Guimet depuis le 1-9-2011

Oggi colui che ha ereditato la guida della prestigiosa istituzione francese del Museo Guimet a Parigi è un certo Olivier de Bernon, direttore degli studi estremo-orientali, lo stesso che da piccolo col padre guardava affascinato le vetrine, quando la moglie del famoso premio Nobel Jacques Monod ne era direttrice. Negli anni ’80 era lì in Cambogia, un Paese totalmente chiuso nelle mani dei Vienamiti, che avevano installato il regime comunista.

Con il favore del re lavorò per la salvaguardia della cultura Khmer. Per venti anni si occupò del restauro degli antichi manoscritti, ricopiati indefinitamente da più secoli grazie al lavoro certosino dei vari monaci. Soltanto una minima parte si era salvata dalla cieca distruzione operata dai Khmer rossi, che avevano polverizzato il 90% di quella cultura.

Oggi la biblioteca del museo conserva il prezioso patrimonio, che ne arricchisce la notorietà.

Il congedo finale è un momento commovente se pensiamo alla docilità di quelle popolazioni dopo la barbarie subita. Troppo vicina al Vietnam per non essere coinvolta durante la guerra con gli Stati Uniti, la Cambogia è stata teatro negli anni ’70 di un folle sterminio sotto il regime di Pol Pot. Ciò nonostante continuano ad affrontare con dignità e col sorriso la loro vita quotidiana.