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Rubrica: CULTURA


IL "DOLCE STIL NOVO"

Qualche considerazione sulla letteratura italiana delle origini
lunedì 13 febbraio 2012 di Antonio Di Giulio

Argomenti: Letteratura e filosofia
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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La nuova poetica che ebbe come precursore il bolognese Guido Guinizelli segnò la rivolta degli spiriti contro la concezione feudale che la nobiltà d’animo fosse dote di pochi privilegiati e che si trasmettesse con il sangue e le ricchezze.

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Botticelli ritratto di Dante

Il “dolce stil novo” definito così da Dante (purg. XXIV, v.57) si distaccò dai provenzaleggianti e dai guittoniani sviluppando la teoria dell’ “amor gentile secondo la quale la donna diventa una mistica idealità, ha sembianza d’angelo che suscita nell’uomo stati di profonda commozione e lo induce ad atti di squisita charitas cristiana.

L’Alighieri addita il Guinizelli come fautore del nuovo stile; invece il vero padre fu Guido Cavalcanti che sviluppò tale teoria con limpidezza e leggiadria di forme e che, per ammissione dello stesso Dante, tolse all’altro Guido la gloria della lingua.

Tale movimento letterario ebbe fortuna in Toscana, specie in Firenze dove la civiltà comunale aveva intellettuali ben disposti ad accogliere il nuovo stile che fu praticato in particolare da un terzetto: Guido Cavalcanti, Dante e Lapo Gianni che erano aristocratici dello spirito e che costituirono, più che una scuola, un sodalizio di amici.

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Codice Mannese

Di Cavalcanti è da citare la ballata “La pastorella” che ha la leggerezza e la soavità d’aria di un mattino primaverile:

In un boschetto trova’ pastorella
più che la stella-bella al mio parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli
e gli occhi pien d’amor ,cera rosata;
con sua verghetta pasturav ‘agnelli
e, scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse ‘nnamorata;
er’ adornata- di tutto piacere.

Al “dolce stil novo “ si prestò mirabilmente la lingua fiorentina che, tra tutti i volgari italiani dell’epoca era quella che più conservava la nobiltà e la proprietà del latino. Tale stile ebbe notevole influenza anche sulla lirica del trecento, in particolare sulla “Vita Nova” e sul “Canzoniere”, rispettivamente di Dante e di Petrarca.