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Rubrica: CULTURA


Stato, Nazione, Patria, i simboli dell’unità d’Italia

Una rapida carrellata storica su questi concetti
venerdì 1 aprile 2011 di Anna Maria Casavola

Argomenti: Celebrazioni/Anniversari
Argomenti: Storia


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Vorrei iniziare l’argomento che mi è stato assegnato con questo bellissimo giudizio dello storico Franco Valsecchi che cerco di ripetere a memoria: ”Che cosa è stato il cammino verso la costruzione dello Stato italiano ? non un facile idillio come la tradizione celebrativa lo ha presentato nel passato, ma il dramma di un popolo che cerca la sua strada, che cerca faticosamente di conquistare se stesso, il dramma cioè del nostro travagliato sorgere a nazione con le sue luci, le sue ombre, le sue colpe, i suoi errori, i sui tormenti e i suoi vizi, ma da tutto questo trae la sua grandezza storica e umana”. E credo che anche oggi questo giudizio in clima di contestazioni e revisionismi mantenga intatta la sua verità. Da dove vogliamo cominciare a ripercorrere questo cammino?

Partiamo dal concetto di Stato e scomponiamolo nei suoi elementi fondamentali il territorio, il popolo e la sovranità cioè il potere di comando su quel popolo e quel territorio.

Indubbiamente la risposta che di volta in volta storicamente è stata data al problema dell’origine del potere ha influito sugli altri due elementi popolo e territorio.

In ogni caso teniamo presente che lo Stato, ogni Stato, è il risultato di un’evoluzione storica e che la forma politica e organizzativa di uno Stato cambia con il cambiare delle condizioni economiche sociali e culturali interne ed esterne del paese di cui si tratta...

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Italia Bizantina e Longobarda

Comunque l’esistenza di uno Stato che garantisca protezione, pace sociale, e bene comune è una necessità ineludibile, dice il filosofo Emanuele Kant nell’opera “La pace perpetua” che finanche i diavoli se fossero intelligenti si organizzerebbero a Stato. Cerchiamo allora di vedere a proposito dell’Italia quando succederà che il concetto di Stato coincida con quello di nazione e di Patria e che insomma questi concetti si coniugheranno insieme. Come ha detto il Presidente Giorgio Napolitano, in Parlamento, il 17 marzo nel suo discorso commemorativo dei 150 anni dell’unità d’Italia, solo questa condizione di un forte cemento unitario, se si veriFichterà, permetterà al nostro paese di affrontare, senza spezzarsi, le sfide del XXI secolo. Ma quando ciò avverrà egli ha aggiunto di non saperlo. Per chiarezza didattica cercherò io ora di delineare questi concetti nel loro farsi storico.

Il Medio Evo dell’Italia

L’Italia, parte privilegiata dell’Impero romano d’Occidente, alla caduta di questo, nel 476, era passata sotto la giurisdizione di quello d’Oriente ed aveva mantenuto la sua integrità territoriale e politica fino alla invasione dei longobardi nel 568. Furono essi i nemici più accaniti di Roma tanto che si sforzarono di imporre ai vinti i loro costumi. Inoltre non essendo stati capaci di conquistare tutta la penisola, ne spezzettarono il territorio, lasciando le regioni costiere ai bizantini e dividendosi quello conquistato in tanti ducati indipendenti; ben presto il papa si costituì uno Stato nell’Italia centrale, gli arabi si impossessarono della Sicilia e molte città si resero indipendenti. Ogni regione ebbe governi, leggi, costumi e interessi differenti e opposti, le popolazioni non si considerarono parti integranti di una stessa realtà.

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I Longobardi Italia
intorno all’anno 1000

Fino ad allora, come abbiamo detto, l’Italia aveva conservato quell’unità che la conquista e le leggi romane avevano creato, infatti i precedenti barbari che si erano stabiliti in Italia (visigoti, eruli, vandali, ostrogoti) avevano accolto la civiltà romana e avevano anche sollecitato un riconoscimento da parte dell’impero romano. Nasce ora invece una forma di organizzazione tutta diversa da quella passata, nasce quel particolarismo, quella tendenza al frazionamento del potere pubblico che sarà rovinoso per la storia futura dell’Italia. Si verifica in quei secoli il fenomeno dell’incastellamento cioè dell’innalzamento ovunque di castelli, torri, fortezze che sono qualcosa di più di un sistema difensivo, sono l’immagine simbolica di un potere che tende all’autonomia ma più spesso all’anarchia, caratteristica della società feudale.

In essa alla disgregazione di un’autorità centrale corrisponderà uno sviluppo molto ampio di legami di dipendenza personale da uomo a uomo, cioè di rapporti feudo vassallatici, destinati a degenerare in uno stato continuo di ribellione. La società che ne risulta è di tipo gerarchico e la nozione di diritto è sostituita da quella di privilegio.

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Inferno canto IX
6° cerchio, la città di Dite, il cimitero degli eretici. Incisione di Gustave Doré

Nell’Alto Medioevo c’è un solo tentativo di costituire un sistema di governo comprensivo di realtà diverse, è quello messo in atto dal Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno nell’anno 800, che si sente erede dell’idea universalistica romana e cristiana, successivamente l’impero si restringe alla sola Italia e Germania ma continuerà ad essere insieme con la Chiesa la sola fonte legittima del potere.

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Codice "De civitate Dei"

Pensiamo al nostro Dante che pur avendo ben chiara l’idea dell’unità culturale linguistica dell’Italia e anche quella dei suoi confini geografici, (ricordiamo i famosi versi del : “ come a Pola, presso del Carnaro/ch’Italia chiude e suoi termini bagna) la considera non un’entità a sé stante ma una parte dell’impero, anzi il giardino dell’impero, un impero concepito come uno Stato, oggi diremmo federale, risultante dall’unione di città libere, comuni regni, tutti però subordinati all’arbitrato dell’imperatore che si pone come il garante supremo della giustizia e custode della legge, il delegato di Dio sulla terra, seconda la dottrina agostiniana del “De civitate Dei” Di qui i suoi richiami agli imperatori germanici dimentichi della loro missione e responsabili dell’anarchia in cui hanno lasciato l’Italia ridotta da “donna di province ad un bordello”.

Intanto fuori d’Italia si stanno affermando le monarchie nazionali di Francia Spagna Inghilterra o meglio territoriali, perchè ancora il popolo di quegli Stati non ha coscienza di essere nazione. Nella confusione tra pubblico e privato vige la concezione patrimonialistica, i territori sono dote personale dei sovrani e i confini si ampliano o si riducono, grazie o a causa dei matrimoni e delle guerre, gli eserciti sono mercenari, la politica non è cosa che riguardi i sudditi. L’allergia ad ogni forma di potere soprannazionale si manifesta bene nel principio che questi Stati rivendicano “ciascun re è imperatore nel proprio Stato ".

Nasce così lo Stato moderno assoluto, che ha la sua base nella borghesia produttiva e cerca di affermarsi sulla classe aristocratica spesso ribelle, riconducendola al rispetto dell’autorità del sovrano e della legge Il sovrano si sente fonte della legge ma lui stesso sciolto dalla legge, assolutismo. La legittimazione deriva però sempre da un fondamento religioso, i re sono delegati della Provvidenza a governare i popoli.

L’identità culturale e artistica e le “libertà d’Italia”

In Italia questo processo non avviene, permane la divisione in tanti Stati, comuni, città spesso in lotta fra di loro. Negli ambienti colti in Italia questo non è avvertito come un pericolo anzi orgogliosamente si parla del policentrismo italiano come delle libertà d’Italia in contrapposizione al fenomeno di accentramento e di livellamento che si va realizzando negli altri paesi.

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Italia nel XI secolo

Solo il fiorentino Niccolò Machiavelli avverte il pericolo che quel sistema di Stati fondato su una pace di equilibrio è fragile e l’Italia è esposta a perdere la sua indipendenza non appena gli Stati d’Oltralpe rivolgeranno ad essa i loro appetiti. Cosa che puntualmente non tardò a verificarsi nel 1494 con la discesa di Carlo VIII, e poi di Luigi XII, e successivamente dell’imperatore CarloV. L’Italia infatti per gli stranieri appariva, dalla caduta dell’impero romano in poi, come un paese ricco, dove c’era una grande fioritura di opere d’arte e di città bellissime, insomma una terra di preda e di conquiste. Il guaio fu che gli italiani, che pure erano arrivati ad essere consapevoli della loro specificità nel campo delle lettere, delle arti, dei commerci, dal punto di vista politico non avevano raggiunto la loro identità di popolo e si sentivano di appartenere ad ambiti più ristretti, come la città o la regione, o più vasti come la Chiesa o l’impero e questo impedì loro, in quella situazione, di sentirsi fratelli e di fare fronte comune.

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Niccolò macchiavelli

Ricordiamo l’appassionato disperato appello rivolto dal Machiavelli ad un principe italiano nel cap.XXVI del Principe affinché voglia mettersi alla testa dell’impresa. di unificare la penisola e trasformarla in uno Stato moderno capace di ricacciare o di resistere alle invasioni straniere.

Non si deve lasciar passare questa occasione acciocché l’Italia dopo tanto tempo veda un suo redentore…. Quali porte si serrerebbero? Quali popoli gli negherebbero l’obbedienza quale invidia gli si opporrebbe? Quali popoli gli negherebbero l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli dunque la illustre Casa vostra (quella dei Medici) questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese giuste, acciocché sotto la sua insegna questa patria ne sia nobilitata e sotto i suoi auspici si verifichi quel detto del Petrarca : “Virtù contro furore / prenderà l’arme , e fia il combatter corto/ che l’antico valor negli italici cuor non ancor morto”.Ma Machiavelli nel suo tempo restò un isolato, la sua profezia doveva impiegare ben tre secoli per realizzarsi, nel frattempo l’Italia dovette imparare, sotto il dominio della Spagna e dell’Austria,. le amare arti della sopravvivenza e cioè corruzione, adulazione e compromissione, vizi che hanno inquinato il carattere morale degli italiani.

Il lungo percorso risorgimentale.

Il salto qualitativo, il primo albore di un risveglio morale e identitario fu rappresentato dal diffondersi in Italia delle idee prima dell’Illuminismo inglese e francese poi di quelle del Romanticismo tedesco.

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In quelle idee cosa stava cambiando nel rapporto del popolo con lo Stato? il filosofo inglese Locke nel suo saggio “Il governo civile” del 1690 aveva trasposto quello che era avvenuto in Inghilterra con la rivoluzione puritana del Cronwell e poi con la seconda rivoluzione: il rovesciamento del concetto di sovranità fino ad allora comunemente accettato, una vera e propria rivoluzione copernicana nel senso che la fonte legittima del potere era trasferita dal sovrano al Parlamento cioè ai rappresentanti legittimi del popolo.

Questo il senso della dichiarazione dei diritti del 1689 in cui i Lords e i Comuni stabiliscono che Guglielmo d’Orange e sua moglie, la protestante Maria Stuart, sono re e regina d’Inghilterra e pongono dei limiti al loro potere.

Importante nel filosofo inglese l’affermazione dell’esistenza di una legge di natura che è rivendicazione dei diritti umani innati e irrevocabili di oggi individuo( vita, libertà, proprietà). Questi si pongono quindi come limiti invalicabili all’autorità dei governi e della società.

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Ancora più trascinante in Italia fu l’esempio della rivoluzione francese e delle idee filosofiche di Montesquieu che la precedettero e che si trovano icasticamente espresse nell’articolo16 della Dichiarazione dell’uomo e del cittadino del 1789.

Ogni società in cui la garanzia dei cittadini non è assicurata, né la separazione dei poteri fissata non ha una Costituzione“Ecco qui espressi i limiti invalicabili del potere dei governi e degli Stati, la separazione dei poteri( legislativo, giudiziario, esecutivo) per non ricadere nell’assolutismo monarchico, e i diritti inviolabili dei cittadini.

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I primi moti in Italia del 1820-21, ma anche quelli del 1848, ricordiamo, sono moti all’insegna delle Costituzioni, cioè della richiesta di garanzie per i cittadini da parte degli Stati dispotici dell’epoca.

Non a caso molti dei cospiratori carbonari sono ufficiali che avevano militato negli eserciti di Napoleone o di Gioacchino Murat e non dimentichiamo l’ispirazione giacobina della rivoluzione napoletana del 1799, soffocata con migliaia di morti e secoli di galera per i sopravvissuti, che è stata il primo segnale del lungo percorso risorgimentale sulla strada della libertà, dell’unità e dell’indipendenza. Quindi la nostra identità non è riducibile ad un fatto territoriale annessionistico perchè si è inserita nel grande movimento liberale che attraversava l’Europa ed è stata un cammino verso la libertà e cioè la modernità, la tolleranza, l’apertura dei ghetti, lo Stato laico e la fine dell’alleanza trono e altare.

L’idea di nazione e la religione della Patria.

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Vittorio Alfieri

Il nostro maggior poeta tragico Vittorio Alfieri insofferente del potere tirannico che infestava l’Italia, in questo motto condensa quella che dovrebbe essere la rivoluzione italiana – il motto è ripreso da un giornale di Milano nel 1848 “Il Repubblicano”: Leggi e non re, l’Italia c’è . Precedentemente egli aveva detto: “Il mio nome è Vittorio Alfieri, il luogo dove sono nato l’Italia, nessuna terra mi è patria.”

Perché la patria deve essere la terra della libertà, e se questa libertà non c’è bisogna battersi per conquistarla. Non può valere per il nostro poeta l’affermazione di Voltaire, che nel suo cosmopolitismo aveva affermato “Ognuno è libero di scegliersi la patria che vuole”. Un buon campo, una casa solida, un paese retto da buone leggi non possono esprimere la realtà della patria e la patria non si può identificare solo con il luogo natio - era quella l’epoca in cui si discuteva sulla distinzione tra patria e luogo natio -. Alfieri per questo si autoesiliò dal Piemonte perchè la sua patria non poteva essere che l’Italia, una identità culturale che non era ancora comunità politica ma che bisognava lottare perché lo diventasse “quell’Italia virtuosa, magnanima, libera ed una” ereditata dalla classicità.

Con Alfieri siamo già nel clima del romanticismo che insieme con la rivoluzione francese ha contribuito a diffondere in Europa l’idea della nazione, dello Stato - nazione e della Patria.

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G. Herder
Filosofo ed editore tedesco

Sarà un filosofo tedesco G. Herder (Idee per una filosofia della storia dell’umanità) a teorizzare per i tedeschi, anche loro privi di un’identità politica, costretti a coesistere con altre nazionalità nel territorio dell’ex Sacro Romano Impero, l’Impero Asburgico, il nuovo concetto di nazione.

Le nazioni, egli dice, esistono in natura, sono entità distinte da caratteri loro propri, che sono il sangue il territorio, le tradizioni, la lingua. e ciò in contrapposizione al livellamento che aveva operato l’illuminismo. Fondendo insieme la concezione biologica con quella teologica trascendentale, l’umanità viene concepita da Herder a somiglianza di un albero con tanti rami, ognuno di questi è un popolo, egli arriva così a teorizzare lo sviluppo come legge della storia che ha come meta la realizzazione dell’umanità cioè del progresso. Ogni popolo in questo piano provvidenziale voluto da Dio ha un destino o una missione da compiere. Naturalmente come nel seme della pianta c’è già tutto il suo sviluppo futuro, quanto più il popolo si mantiene fedele ai suoi caratteri originari, tanto migliore sarà il suo contributo.

Trasferendo questa idea sul piano politico, nasce il concetto tipicamente romantico dello Stato nazione, che afferma il diritto di ogni comunità, che si riconosca in una identità storica, linguistica, culturale di costituirsi in Stato indipendente, e quindi di rifiutare governi stranieri.

Questa idea della nazione sarà alla base del nostro e degli altri Risorgimenti europei. Il popolo in questa concezione si identifica con la nazione, con la leva obbligatoria esso diventa l’esercito in armi a difesa della Patria. Pensiamo alla Marsigliese, l’inno nazionale della Francia Repubblicana che nasce quando la nazione si vede assediata dagli eserciti stranieri della prima coalizione. _ In questo periodo infatti comincia ad usarsi l’espressione frontiere naturali per affermare il principio che esse sono invalicabili e immutabili e messe lì a separare i popoli, questo anche per giustificare il potere di un governo su un determinato territorio.

Anche la vita dell’individuo acquista senso nella prospettiva della nazione, è questa ad assicurarne la sopravvivenza e la continuità ideale sentita come una sorta di divinità civile. Nell’epoca risorgimentale torna l’idea che avevano gli antichi “dolce e bello é morire per la patria”. Il prototipo dell’eroe diventa Ettore, il perdente, a cui il poeta Ugo Foscolo promette onore di pianti ”ove fia santo e lacrimato il sangue per la patria versato e finché il sole splenderà sulle sciagure umane”. Non ci spiegheremmo altrimenti quel grido di Viva l’Italia con cui sono morti tanti italiani rimasti ignoti nel Risorgimento, nella prima guerra mondiale e durante la Resistenza nella seconda guerra mondiale. Nel carcere nazista di via Tasso a Roma, su una parete della cella di segregazione al secondo piano, si trova graffita questa frase: ”Chi cade per la Patria vivrà in eterno”.

Nazione e nazionalismo due genesi diverse

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Gaetano Salvemini

C’è però a questo punto da fare un distinguo: come giustamente ha rilevato lo storico Gaetano Salvemini (in Scritti sul Risorgimento, Feltrinelli, Milano, 1961) dell’idea di nazione ci sono state due interpretazioni diverse, una di matrice più illuminista, che non vede conflitto tra lo Stato-nazione e il riconoscimento di valori universali, e quindi è inclusiva e tende ad identificarsi con la comunità dei cittadini; l’altra di matrice più romantico tedesca, risalente all’opera ”Lo Stato commerciale chiuso” del filosofo Amedeo Fichte, che ipotizza comunità politiche chiuse e distinte, potenzialmente ostili le une alle altre e quindi con l’implicita legittimazione della guerra ”quel che è male per l’individuo diviene santo se è compiuto dallo Stato.” La prima idea di nazione si coniuga con i regimi liberali democratici, con gli Stati costituzionali del novecento, la seconda ipotizza maggiormente un governo autoritario in grado di imporre ai cittadini quell’indirizzo di governo che si ritenga necessario.

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Giuseppe Mazzini

Qual è l’idea di nazione che ha presieduto al nostro Risorgimento? Indubbiamente la prima che è stata quella di Giuseppe Mazzini, in cui è espressa l’idea di fratellanza universale e in cui non c’è traccia di quel sacro egoismo che sarà la base dello Stato etnocentrico della seconda metà dell’800, laddove l’idea di missione si trasforma in primato, e viene meno quella dell’uguaglianza delle nazioni.. In Europa l’italiano Giuseppe Mazzini è il più tipico ed alto rappresentante di quella corrente di pensiero che tende a salvaguardare in pari tempo il principio dell’uguaglianza, i diritti dell’Europa e quelli della nazione. Anzi la formazione della nazione è strumentale alla formazione dell’Europa, degli Stati Uniti d’Europa e alla costruzione della pace, secondo la sua ispirazione fortemente etica e di matrice spiritualistica e kantiana. La condizione necessaria del progresso dell’umanità, secondo Mazzini, è che i popoli diventino nazioni libere e sorelle, unite nella diversità.. Stessa risonanza l’idea di nazione e di umanità avrà in Garibaldi.

Giuseppe Garibaldi non è da scambiarsi per un militarista, un guerrafondaio, un soldato di ventura, un corsaro, come è stato definito anche recentemente dai suoi detrattori, non amava affatto la guerra che considerava un rimedio solo a mali estremi e considerava legittima solo quella lotta fatta

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Giuseppe Garibaldi a caprera

per conquistare la libertà. Nel 1860, dopo lo straordinario successo della spedizione dei Mille e la fulminante vittoria del Volturno contro i borbonici, Garibaldi pubblica il 22 ottobre sul giornale ”Il Diritto” un memorandum alle potenze di Europa in cui prefigura la formazione di un unico Stato europeo (era l’idea di Giuseppe Mazzini) e la conseguente smobilitazione degli eserciti e delle flotte di guerra. La guerra doveva essere resa impossibile dalla istituzione di un Congresso mondiale che avrebbe dovuto giudicare delle controversie tra le nazioni. Gli immensi capitali impiegati negli armamenti sarebbero divenuti disponibili per le opere pubbliche e le spese sociali. E questo è il programma di un costruttore di pace non di un militarista nazionalista.

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Carlo Cattaneo

Ancor più chiara e concreta nelle sue pratiche realizzazioni appare l’idea federalista ed europeista nell’italiano Carlo Cattaneo che parla di Stati Uniti di Europa, a somiglianza degli Stati Uniti d’America, che non devono essere fondati solo sulla base del sentimento di fraternità, di buona volontà e di collaborazione ma su quella di un vincolo politico di carattere federale. Importante la sua insistenza sul concetto di libertà non solo politica ma sociale ed economica: ”l’Italia non è serva degli stranieri ma dei suoi”. La questione fondamentale non è tanto quella militare ma quella di rovesciare l’antica classe dirigente e dare vita ad una forma di democrazia decentrata e partecipata. Se questo era il programma dei democratici, dobbiamo concludere che la fondazione della nuova Italia non si ha compiutamente nel 1861, in quanto il popolo all’epoca non è ancora riconosciuto come la fonte esclusiva del potere e si ricorre ad un compromesso - infatti nell’intitolazione si dice che Vittorio Emanuele è Re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione - la nuova Italia si ha veramente soltanto con la Costituzione democratica repubblicana del 1948, in cui finalmente, dopo la parentesi della dittatura fascista, l’art. 1 afferma che la sovranità è nel popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Il superamento del concetto di Stato-nazione

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Mappa dell’Europa

Ma che ne fu nell’800 dell’idea di Europa? Dopo il 1870 a seguito della situazione prodottasi con la guerra franco-prussiana, la nascita dello Stato tedesco e l’umiliazione della Francia, l’idea di Europa è abbandonata. Il concetto di nazione perde sempre più i suoi caratteri spirituali volontaristici ed accentua quelli naturali positivisti fondati sugli elementi della lingua, della geografia, del sangue e della stirpe. Non riconoscendosi al di sopra della nazione nessuna autorità soprannazionale né principio etico universale, si afferma, su basi pseudo-scientifiche e trasferito sul piano storico, il principio darvinista della selezione naturale cioè del diritto del più forte a dominare o addirittura a eliminare gli altri.

Sull’angustia di questo concetto di nazione ci hanno fatto riflettere le terribili lezioni della storia del 900, gli immani massacri delle due guerre mondiali e la tragedia della Shoah, ora sembra che i tempi siano maturi per costruire un efficace antidoto al concetto di Stato-nazione del passato e per cercare

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Silvio Pellico

nuove vie per far stare insieme i popoli d’Europa e speriamo del mondo.

Ciò non significherà ripudiare il sentimento di attaccamento al proprio paese ma depurarlo di quel carattere egoistico rivelatosi così nefasto. Insomma recuperare quel principio così nitidamente enunciato due secoli fa da Silvio Pellico ”L’amore del luogo natio è egregio ma non deve vietare l’amore dell’Umanità, l’amore dell’Umanità è egregio ma non deve vietare l’amore del luogo natio.”Oppure il motto caro a Mazzini”Libertà, Uguaglianza e Umanità” ma ricordando che loro, nel proporre ciò, non avevano avuto bisogno come noi di due guerre mondiali.

Per concludere vorrei citare il pensiero di un filosofo Remo Cantoni che io profondamente condivido :

se i concetti di Stato nazione sono indubbiamente costruzioni culturali, la patria non è soltanto una definizione logica o culturale, è soprattutto una intuizione che include infinite radici in cui è organicamente storicamente connesso l’individuo. Anche se ci si illude di negarla, la patria è la realtà biologica da cui emergiamo e che non possiamo sconfessare senza recidere una parte viva e organica di noi stessi. L’immagine della patria madre non è affatto retorica e corrisponde ad una precisa realtà di fatto. Tuttavia come nel caso dell’amore familiare, l’amore patriottico non deve diventare cieco e zoologico: l’uomo non è soltanto tutto nella famiglia né è tutto soltanto nella patria. Se la propria famiglia si rende indegna moralmente, ognuno pur soffrendo ha il diritto e spesso il dovere di criticarla e anche di scindere da essa la propria sorte personale…Non posso per amore di patria diventare iniquo, farmi aguzzino e persecutore di altri uomini. La solidarietà spinta a questo punto diventa fanatismo nazionalista e razzista… Non abbiamo solo doveri verso noi stessi o doveri verso la famiglia o doveri verso la Patria. Esistono quelli che vengono chiamati doveri verso l’umanità.”( R. Cantoni, La vita quotidiana, il Saggiatore, Mondatori, 1955, Milano, pp.397-99)

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