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Rubrica: CULTURA


OSCAR WILDE: "WITTY" OSCAR

Art for art’s sake
giovedì 14 ottobre 2010 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Letteratura e filosofia


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Penso che sia quasi impossibile tradurre in italiano con una sola parola il termine inglese witty , evidenziandone tutte le sottili gamme di significati. Credo infatti che siano necessari vari aggettivi, come “intelligente, brillante, sofisticato, arguto, ironico, impertinente, sferzante, satireggiante”, aggettivi usati spesso per definire anche Oscar Wilde, il famoso “Witty Oscar”. Scrittore, giornalista, poeta e drammaturgo, noto per aforismi e paradossi, importante esponente dell’estetismo britannico (movimento sorto come reazione alla morale puritana dell’età vittoriana), fu convinto sostenitore del principio “art for art’s sake”. Seguace ed amico di Walter Pater, affermò che la vera arte non può essere condizionata dall’etica, soprattutto se essa consiste in un insieme di valori ipocriti e convenzionali.

Nato a Dublino nel 1854 da Sir William, celebre oculista, e da Jane Francesca Elgee, eccentrica poetessa byroniana, ben nota per il suo salotto culturale, Oscar studiò al Trinity College della sua città e poi a Oxford, al Magdalen College. Qui si fece notare non solo per il suo impegno negli studi, ma anche per diverse battute dissacranti durante un esame di teologia, il disprezzo per lo sport e per i suoi buffi pantaloni verdi alla zuava che indossava passeggiando con un garofano in mano. Era solo l’inizio di una serie di stravaganze che gli valsero alcune caricature sul Punch dove William S. Gilbert , servendosi della definizione “Wilde-wild” (wild = selvaggio), mise in ridicolo il suo strano modo di utilizzare girasoli, gigli, piume, parrucche e perfino qualche serpente attorcigliato al collo, per attirare l’attenzione.

Tali eccentrici comportamenti divennero meno frequenti quando le sue opere lo resero famoso e gli aprirono le porte dei salotti dell’high society londinese dove la sua brillante conversazione affascinò tante persone. Tra il 1888 e il 1892 pubblicò The Happy Prince and Other Tales, The House of the Pomegrates, due raccolte di fiabe, i racconti inclusi nel testo Lord Arthur Savile’s Crime and Other Stories, il romanzo The Picture of Dorian Gray” e Collected Poems. Il successo più grande, tuttavia, lo conquistò con le sue commedie in cui sarcasticamente sferzò con il suo inconfondibile “wit” i difetti della società londinese: Lady Windermere’s Fan, A Woman of No Importance, An Ideal Husband, The Importance of Being Earnest, sono tra le sue opere migliori.

Oscar amava molto i viaggi durante i quali conobbe numerosi letterati del suo tempo, soprattutto i francesi Zola, Gide, Morèas, Mallarmé. Sempre accolto con ammirazione ovunque si recasse in Europa o in America, era popolare nei salotti mondani e culturali come nei bassifondi che amava frequentare, un’ambivalenza e un’ambiguità che contraddistinsero tutta la sua vita, rivelando così un’anima capace di elevarsi a grandi altezze e allo stesso tempo incline a cadere molto in basso.

Benché avesse sposato Constance Lloyd e avesse due figli, chiacchiere e gossip sulle sue relazioni amorose con diversi giovani uomini crebbero nel tempo e pertanto lo scandalo lo travolse proprio mentre era al culmine del successo: accusato di omosessualità dal marchese di Queensberry, padre di Lord Douglas, detto Bosie, intentò una causa per diffamazione contro di lui, ma purtroppo il processo si concluse per Oscar con una condanna a due anni di prigione. Fu rinchiuso a Reading Goal dove penose esperienze gli offrirono l’ispirazione per due opere: The Ballad of Reading e De Profundis. Trascorse poi gli ultimi anni della sua vita vagabondando tra Francia e Italia e soffrendo per decadenza, povertà e malattia. Morì di meningite a Parigi il 30 novembre 1900, all’età di 46 anni, dopo essersi convertito al cattolicesimo. La sua tomba si trova nel cimitero di Père Lachaise.

Una volta Wilde confessò ad André Gide: - Volete sapere qual è il dramma della mia vita? E’ che ho messo il mio genio nella mia vita; tutto quello che ho messo nelle mie opere è il mio talento -. Stranamente il critico letterario Mario Praz sembra essere d’accordo con lui quando, paragonandolo a Byron, scrive: - Curiosa l’analogia di questo romantico fin de siècle con quella del Byron: concepirono la vita come un’opera d’arte e l’opera d’arte come un atto pratico, ambedue scontarono questa contaminazione con uno scandalo clamoroso….. non è tanto l’opera, quanto l’uomo, anzi il mito che ha catturato il pubblico continentale -.Cosa dire? Difficile comprendere pienamente gli aspetti contrastanti della vita e delle opere di Oscar Wilde, già ampiamente individuati da molti critici che lo definirono paradossalmente come una sorta di “peccatore/santo”: un Wilde, cinico e ironico dandy, e un anti - Wilde, idealista e sentimentale (secondo Arthur Nethercot).

Personalmente posso dire che da bambina mi commossi leggendo le sue favole, in particolare “ Il Principe Felice” e “ Il Gigante Egoista”, mentre da adulta mi sono divertita, e ancora mi diverto, con le sue commedie a teatro e anche a cinema dove le sue opere sono state sfruttate per tanti film. Quanto agli eccessi e alle sregolatezze della sua vita, penso che non tocchi agli uomini giudicare, ma solo a Dio.