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Rubrica: CULTURA


Gli Atzechi


domenica 5 giugno 2005 di Ileana Coccetta

Argomenti: Luoghi, viaggi


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Il Calendario era il grande protagonista ,dispensatore di vita e di morte, di questo popolo tanto colto da possedere cognizioni matematiche tali da meravigliarci ai giorni d’oggi, ma anche tanto crudele da mettere in atto riti orrendi con enorme spargimento di sangue, al fine di placare e propiziare la benevolenza dei loro terribili dei.

L’anno atzeco constava di 365 giorni. Essendo composto di 18 mesi, ciascuno di 20 giorni (che, moltiplicati, danno solo 360 giorni), si aggiungevano alla fine dell’ultimo mese dell’anno, cinque giorni che si chiamavano “Neoltemi”, cioè inutili perché, durante questo breve periodo, il popolo atzeco non faceva che scambiare visite con parenti, vicini e amici. Banchettava, smorzava i fuochi vecchi, rompeva vasi e stoviglie che erano stati usati durante l’anno appena trascorso. Così gli Atzechi festeggiavano l’ingresso del nuovo anno e salutavano il vecchio con grande allegria, come succede ai nostri tempi.

La distribuzione dei segni e dei caratteri del Calendario, sia dei giorni che degli anni, serviva per i pronostici futuri; quindi predire la buona o la mala sorte dei bambini, a seconda del segno in cui erano nati, la felicità o la sventura nel matrimonio, le guerre e qualsiasi altro argomento. Anche questo era un modo, per gli Atzechi, di trascorrere i giorni che li separavano dall’inizio del nuovo anno.

Un secolo durava 53 anni, distribuiti in quattro periodi di 13 anni ognuno. Per rappresentare il mese si dipingeva un cerchio o una ruota divisa in 20 figure, rappresentanti i 20 giorni. Per rappresentare l’anno, si dipingeva, entro questa ruota l’immagine della luna.

Il secolo, invece, era rappresentato da una ruota divisa in 52 figure disegnate 13 volte. Una serpe avvolta attorno alla ruota indicava, con quattro piegature ad anello del suo corpo, i quattro venti ed anche l’inizio dei quattro periodi di tredici anni ciascuno. Anche i Toltechi usavano lo stesso metodo per interpretare il loro calendario. Non si può negare che il sistema atzeco e tolteco, circa la distribuzione del tempo, sia opera di un popolo rozzo. Quello che è sorprendente, è che essi conoscessero l’eccesso di poche ore dell’anno solare rispetto a quello civile e si servissero di giorni intercalari per uguagliarli, ma con la differenza, in rapporto al Calendario romano o giuliano, che non frammettevano un giorno ogni quattro anni, ma tredici ogni cinquantadue anni; il che, agli effetti del tempo, è la stessa cosa. Nè guerre, nè feste erano celebrate, senza che prima fossero consultati i segni del Calendario Atzeco e fosse offerto al dio che proteggeva le une e le altre, un sacrificio di vite umane, con un tale spargimento di sangue, per propiziarsi questi crudeli protettori, quale non si riscontra in nessun’altra civiltà.

Uno dei riti più mostruosi era quello chiamato “sacrificio ordinario” ed è meglio risparmiare la cruda descrizione. Il giorno in cui Montezuma fu incoronato Re del Messico, 72.000 prigionieri di guerra furono sacrificati in quel modo orrendo. Ma il sacrificio che più eccitava gli Atzechi era quello che lo storico spagnolo Torquemada denominò “gladiatorio”, al quale erano destinati solo prigionieri più forti, feroci e coraggiosi. Questi riti venivano celebrati durante i primi cinque giorni e gli ultimi tre giorni di ogni mese, come designati dal Calendario, per placare i numerosi idoli messicani.