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Rubrica: EVENTI


Monet - Il tempo delle ninfee

Impressioni sulla mostra di Milano
lunedì 22 giugno 2009 di Elvira Brunetti

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Mostre, musei, arch.


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In mostra al Palazzo Reale di Milano fino al 27 settembre 2009 ci sono le ’Ninfee’ di Claude Monet (1840-1926). I fiori, abbinati indissolubilmente al suo nome, quanto i ’Girasoli’ a quello di Van Gogh, sono divenuti celebri, perché a differenza delle specie floreali di terra vivono nell’acqua. Tale semplice caratteristica forniva al pittore un ulteriore elemento per approfondire gli studi sui riflessi della luce sull’acqua.

Già negli anni ’70, in seguito al viaggio a Londra, Monet ebbe l’opportunità di scoprire l’intensa luminosità dei quadri di Turner. Affascinato dalla sapiente e stupefacente cattura dell’effimero del pittore inglese, ne indagò il tocco segreto così rapido e sicuro. Osservò e ammirò anche i ’Notturni’ di Whistler, chiare armonie musicali, leggibili tra le nebbie e le brume dei ponti sul Tamigi. Capì allora che la direzione dei suoi interessi doveva essere necessariamente l’interfaccia aria-acqua. Il luogo magico in cui le vibrazioni della luce cambiano e i riflessi degli oggetti si trasformano in una fonte di stimoli interessanti.

Monet aveva il dono di uno spirito di osservazione al di fuori del comune. Ma possedeva altresì una tecnica precisa nella quale eccelleva, essendo il capogruppo e il fondatore dell’Impressionismo. Il logo del museo Marmottan, stampato anche sul biglietto d’ingresso, museo parigino che ha ceduto in prestito i quadri in mostra a Milano, costituisce il manifesto del movimento artistico più importante dell’Ottocento: ’Impression, soleil levant’ (1873).

Tuttavia Monet amava i fiori e tale passione trova la sua origine nella diffusione delle stampe giapponesi in quel periodo. Sono presenti in mostra, provenienti dal museo Guimet, diverse opere degli artisti nipponici dei primi anni dell’Ottocento: Hokusai e Hiroshige. Maestri di paesaggi incantati che generano calma interiore e delizia dell’intelletto, formidabili descrittori di quel mondo che i saggi monaci buddisti chiamavano Ukiyo, in francese ’monde flottant’, cioè misero rispetto al cammino spirituale. In italiano il termine significa ondeggiante, come le Ninfee di Giverny che galleggiano, nutrendo la loro purezza con la putredine dell’acqua stagnante. Grazie ad una tecnica molto particolare Hokusai e Hiroshige sapevano rendere la delicatezza dei ciliegi, per esempio, così come la preziosità delle orchidee più rare.

Fra gli artisti francesi imperversò la febbre del collezionismo. Monet era incantato da quelle stampe; le comprava e le conservava. Decise allora di diventare il creatore di tanta bellezza e poichè la rosa dura lo spazio di un mattino, fissò l’effimero sulla tela per immortalare la sua emozione visiva. Ma quest’ultima fu una tappa successiva del suo percorso artistico, la fase conclusiva della sua opera.

Il suo primo giardino fu quello di Argenteuil sulla Senna. Insieme alla prima moglie Camilla dimorò diversi anni del ’70 in quella località, dove incominciò a coltivare i fiori, sempre attraverso l’occhio vigile dell’impressionista.

Se Manet è il faro della pittura nel sesto decennio dell’Ottocento, Monet lo è incontestabilmente in quello successivo. Gli artisti, amici e compagni del movimento gli rendono frequenti visite per attingere al suo insegnamento. Renoir in un suo quadro lo ritrae, mentre in piedi di fronte al cavalletto dipinge i fiori del suo giardino; ugualmente Manet lo raffigura nella sua nuova veste di giardiniere in disparte dietro la moglie e suo figlio Jean. Interessante è inoltre il dipinto di Manet, in cui si vede l’atelier galleggiante dell’artista in mezzo al fiume proprio per studiare gli effetti della luce.

Nel 1883, qualche anno dopo la morte di tisi della giovane moglie e stanco delle esposizioni impressioniste, compra la tenuta di Giverny. Qui si trasferisce con i suoi due figli e la nuova compagna, di cui da tempo era segretamente innamorato. Alice Hoshedé ha due figli maschi e quattro figlie femmine, di cui una sposerà Jean e accudirà Monet negli ultimi anni della sua vita. Nella nuova proprietà egli vive circondato da una tribù familiare.

Matura finalmente l’idea che lo porterà alla realizzazione del suo capolavoro artistico.

Se non fosse vissuto così a lungo, la storia dell’arte lo avrebbe ricordato solo come il padre dell’Impressionismo, invece egli diventa in quegli anni un paesaggista rivoluzionario, nel senso che inventa e crea il suo paesaggio.

Con entusiasmo febbrile progetta serre, impianta alberi, siepi, aiuole con varie specie di fiori: Iris, Giunchiglie, Peonie, Rose, Giacinti, Glicini, Crisantemi. Tutti raffigurati in altrettante opere pittoriche, reperibili nel suo vasto repertorio, per chi non fosse ancora andato di persona a visitare quello che, già lui vivente, era un luogo di pellegrinaggio di artisti e appassionati provenienti da ogni dove: la cosiddetta Fondazione Claude Monet.

Il suo paesaggio è completamente nuovo. Non è un giardino giapponese, anche se la presenza del famoso ponte, lo indicherebbe; non è un giardino mediterraneo, in relazione alla sistemazione di varie specie botaniche della riviera Ligure, che aveva potuto ammirare durante un suo viaggio a Bordighera. Alcuni studiosi lo hanno definito ’Giardino Impressionista’, perché Monet collocava i fiori seguendo un suo criterio personale. Contemporaneamente alla creazione di quello che lui riteneva il suo capolavoro, eseguiva quadri, soprattutto di ninfee, su tela di formato ancora piccolo (2m x 2m) rispetto alle ultime opere, spesso ripetendo più volte lo stesso soggetto in diversi ore dell’incidenza solare. Prerogativa a lui familiare e ricorrente, vedi per esempio ’La Cattedrale di Rouen’.

Nel 1908 Monet e Alice, ormai sua seconda moglie, vanno a Venezia e di nuovo l’ossessione della luce lo invade. Straordinariamente lirici sono i quadri, che rappresentano la città lagunare, in cui i riflessi dei palazzi nell’acqua fanno vibrare di emozioni l’occhio e l’animo.

Siamo sempre nel tempo delle ninfee, Monet vive completamente assorbito dalla passione per il suo giardino acquatico, mai soddisfatto dalla resa limitata del suo pennello. Soffre nel non riuscire a fare omaggio di quell’incanto floreale e sforza la sua retina fino al rischio della cecità, che sarà definitiva purtroppo nel 1922. Lo stesso infausto destino che aveva già colpito qualche anno prima Renoir: un triste epilogo per un pittore impressionista!

Marcel Proust grande ammiratore dell’artista nella sua opera evoca la forte impressione di alcuni suoi dipinti: ’Qua e là, in superficie, arrossiva come una fragola un fiore di ninfea dal cuore scarlatto, bianco sui bordi...’ (Du coté de chez Swann).

Negli ultimi anni, dopo essere sopravvissuto alla perdita di un figlio e a quella della seconda moglie, il dolore e la rabbia sconfinano nel furore creativo finale. In una sorta di panteismo mistico si fa avvolgere completamente da quella natura floreale-acquatica. Allestisce il suo studio di Giverny in modo tale da potere lavorare su grossi pannelli lunghi alcuni metri. Vi trasfonde il frutto di tutta la sua ricerca pittorica. Il disegno viene sfumato sempre più, a vantaggio del colore che invade la tela intera. Finalmente l’acqua, l’elemento mobile senza forma, viene dominato dal suo pennello nel trionfo di una moltitudine di riflessi cangianti. Non si tratta di una ripetizione casuale del soggetto, ma di una successione in un rapporto ben preciso in funzione delle variazioni cromatiche diurne della luce. Monet si pone al centro, come nell’Atelier galleggiante del quadro di Argenteuil e così ipotizza di vedere lo spettatore futuro circondato dalle ninfee lussureggianti. Un anticipo delle installazioni contemporanee, in cui l’osservatore viene coinvolto e diventa parte dell’opera d’arte.

Il progetto era ambizioso, ma il suo amico Georges Clemenceau lo sostiene. Nel giorno dell’armistizio 11 novembre 1918, Claude Monet decide di offrire come un bouquet di fiori le otto tele rappresentanti le ninfee di Giverny. E’ il suo testamento artistico e spirituale. La sistemazione delle opere fu guidata da lui stesso; l’unico veto che pose fu quello di darne la fruizione al pubblico un anno dopo la sua morte.

Nel 1927 le sale del museo dell’Orangerie si aprirono ai visitatori pieni di ammirazione per la collocazione originale secondo uno schema ellittico in due ambienti successivi a somiglianza del numero otto, per evidenziare la continuità dell’effetto visivo. In seguito le opere furono trasferite al museo Marmottan nel rispetto della stessa ubicazione.

Mentre Cézanne dipingeva le ’Bagnanti’ (1906), Picasso ’Les demoiselles d’Avignon’ (1907), Kandinsky con il ’Der Blaue Reiter’ dava origine all’Astrattismo, Monet indugiava su un tipo di pittura ormai finita, superata. Per alcuni critici d’arte l’Impressionismo è solo un movimento pittorico di studio della luce.

Eppure il ’Raffaello dell’acqua’, così lo soprannominò Manet, ci saluta vivo e imperituro nella memoria di tutti, circondato dall’ovale delle sue ninfee, perché, oltre ad ispirarci emozioni di sottile visione e di raffinata armonia, proprio per la polverizzazione della forma, la dissolvenza del colore, il riflesso e l’effetto a distanza dell’oggetto, contribuì di sicuro alla rottura definitiva con le rappresentazioni del passato.