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Rubrica: CULTURA


L’UMANITA’ E IL TEATRO DELL’ASSURDO

Stiamo ancora asettando Godot?
giovedì 2 aprile 2020 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Mentre imperversa il Coronavirus in tutto il mondo, pensiamo che mai come ora l’Umanità sia stata costretta a vivere a livello globale in un tempo sospeso, in cui prevale l’ attesa che questa “assurda” pandemia possa cessare e nel frattempo almeno indurci a riflettere sugli errori passati per generare quel cambiamento positivo agognato da secoli.

Mentre imperversa il Coronavirus in tutto il mondo, pensiamo che mai come ora l’Umanità sia stata costretta a vivere a livello globale in un tempo sospeso, in cui prevale l’ attesa che questa “assurda” pandemia possa cessare e nel frattempo almeno indurci a riflettere sugli errori passati per generare quel cambiamento positivo agognato da secoli.

Nel momento che stiamo vivendo, in questa drammatica “attesa”, ci sentiamo forse attori sulla scena del mondo, “aspettando Godot”? E se si chiede ad una persona qualsiasi cosa significhi tale frase, anche se non ama il teatro, vi risponderà che è la storia di qualcuno che si fa attendere ma non arriva mai . In realtà si tratta del titolo di un’opera di Samuel Beckett, famoso scrittore, tra i maggiori esponenti del “Teatro dell’Assurdo”.

Come durante la II Guerra Mondiale, ancora una volta ritorna un generale senso di angoscia, solitudine e alienazione, temi del cosiddetto Teatro dell’Assurdo: nato negli anni’40, con autori come il suddetto Samuel Beckett, Jean Tardieu, Eugène Ionesco,Harold Pinter, Robert Pinget e Boris Vian ed altri, si estese poi fino agli anni ’60. In effetti fu il critico Martin Esslin che per primo nel 1961 usò il termine "Theatre of the Absurd" per definire un nuovo tipo di teatro basato sul concetto filosofico di assurdità della vita (evidenziata dalla corrente dell’Esistenzialismo) in cui prevalgono situazioni e dialoghi surreali, capovolgimento di ogni criterio di verosimiglianza e di realtà, sottolineato dal rifiuto stesso della struttura teatrale tradizionale, con trama e linguaggio razionale sostituiti da eventi senza nesso e senso ,da dialoghi ora tragici ora ironici, scaturiti anche solo da uno stato d’animo o un’emozione.

Significativa appare l’analisi dei vari atti di “Aspettando Godot”: nel I atto due straccioni, Estragone (chiamato anche Gogo) e Vladimiro (Did), aspettano un certo Godot in campagna sotto un albero. Godot ha dato loro un appuntamento senza un orario preciso e pertanto attendono sperando che possa offrir loro un pasto e un letto per dormire. Mentre si lamentano del freddo, della fame e del loro stato esistenziale, arrivano in scena Pozzo, un proprietario terriero che tiene al guinzaglio il suo servitore, Lucky, il quale inizia un delirante e colto monologo che genera una zuffa dopo la quale essi se ne vanno. Si fa sera, ma di Godot nemmeno l’ombra! Arriva un messaggero che avverte Gogo e Did che Godot arriverà l’indomani. I due disperati decidono di andarsene, ma poi rimangono immobili. Fine del I atto.

Nel secondo atto c’è la ripetizione di eventi e azioni:. Gogo e Did attendono sotto l’albero l’arrivo di Godot, di nuovo passano Pozzo e Lucky (uniche novità: Pozzo è diventato cieco, Lucky muto e la corda che li univa è scomparsa, il numero delle foglie sull’albero varia per indicare il passar del tempo ), arriva ancora il messaggero ad avvertire che Godot verrà l’indomani, Vladimiro ed Estragone si scoraggiano, decidono di andarsene, ma poi restano. Fine

Da notare che Didi e Gogo, dopo l’incontro con messaggero alla fine di ciascun atto dicono "Well? Shall we go? Yes, let’s go" (Allora andiamo? Sì, andiamo), mentre appare sulla scena l’indicazione che ironicamente sottolinea "They do not move" (Non si muovono), simboleggiante la separazione tra parola e azione, fra il linguaggio e la storia da esprimere e attivare. E appare anche evidente che proprio attraverso i loro discorsi sconnessi su argomenti futili e banali emerge il nonsense della vita umana che suscita a volte ilarità, ma indica soprattutto il vuoto esistenziale. E in scena così viene rivoluzionato il teatro con un mix di citazioni elevate e turpiloquio, tragedia e commedia, brevi dialoghi e silenzi: un’opera che rappresenta senz’altro una un pietra miliare nella cultura del ‘900.

In un articolo apparso sull’Irish Times nel 1956, Vivian Mercier così scrisse: “Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte. E tuttavia la vera domanda ritorna: cosa c’è di così assurdo in Aspettando Godot? Il Godot di Beckett mette nel mirino l’Uomo al di là di qualunque connotazione politica, sociale, geografica e storica… si tratta di una tragicommedia costruita intorno alla condizione dell’attesa. La grandiosità di Godot sta proprio nella sua astrattezza, o meglio nella sua totale apertura: il che non significa che chiunque è libero di vedere in Godot quello che meglio crede, ma che l’attesa di Vladimiro ed Estragone è l’Attesa con la A maiuscola, la sintesi di tutte le attese possibili”.

Concludendo forse l’Attesa contiene in sé la Speranza che il senso di ciò che accade in questo mondo possa un giorno apparire all’orizzonte. E ci chiediamo allora se stiamo ancora aspettando Godot in un’epoca difficile come quella attuale in cui, perfino in un momento così drammatico, prevalgano ancora egoistici interessi economici in un’ Europa che rischia di frantumarsi, risvegliando nuovi rigurgiti antidemocratici (vedi Orban) e populismi .

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una scena di Aspettando Godot

P. S.: Samuel Beckett, nato a Dublino nel 1906, studiò francese e italiano e si laureò al Trnity College di Dublino. Nel 1927 fu nominato, lecteur d’anglais all’ École Normale Supérieure di Parigi, città in cui visse a lungo. Durante la II guerra mondiale fu attivamente coinvolto nella Resistenza e in seguito ad un esaurimento nervoso cominciò a scrivere come una sorta di terapia. Il suo periodo letterario più produttivo risale al dopoguerra. Oltre ad Aspettando Godot, scrisse diverse opere teatrali, come Finale di partita, L’ultimo nastro di Krapp, Giorni felici Commedia. Vinse il Premio Nobel nel 1969. Morì a Parigi nel 1989

Giovanna D’Arbitrio