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Rubrica: CULTURA


P. B. SHELLEY E Il TEMA DELLA LIBERTÁ

Prometheus Unbound e altre opere
sabato 1 novembre 2014 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Letteratura e filosofia


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Vivendo in un’epoca in cui spesso la nostra libertà ci sembra oscuramente minacciata, fa bene all’anima di tanto in tanto immergersi nella poesia e ritornare a quei poeti che lottarono contro ogni forma di oppressione e tirannia, auspicando una positiva, futura rigenerazione dell’Umanità.

Tale fu Percy Bysshe Shelley (1792- 1822), poeta romantico, spirito libero, anticonformista e rivoluzionario, ma allo stesso tempo troppo sensibile e instabile, sempre tormentato da contrastanti stati d’animo rintracciabili sia nella sua breve e intensa vita che nelle numerose opere (come già evidenziato dalla sottoscritta in un precedente articolo su Scena Illustrata). Bisogna, inoltre, considerare due fasi che contraddistinguono il suo pensiero: l’una razionalistica e illuministica fino al 1815 sotto l’influsso delle idee illuministiche e del filosofo William Godwin (padre di Mary, sua seconda moglie), l’altra più chiaramente romantica in cui prevale l’interesse per la cultura greca e in particolare per Platone.

Malgrado la suddetta distinzione, Shelley in fondo fu sempre un romantico durante tutta la sua vita e già sotto la sovrastruttura razionalistica della prima fase erano presenti i germi di quello che egli definì “impero dei sentimenti” che esploderà più tardi.

In “Queen Mab” ad esempio, poema composto nel 1813 sotto l’influsso del Godwin e della sua teoria della perfettibilità umana, immagina che la regina delle fate, Mab, mostri a Ianthe le epoche passate dell’umanità piene di errori, follie e violenze che tuttavia spariranno quando la ragione condurrà l’uomo a libertà, virtù e fratellanza. Benché esalti la ragione, in un verso egli scrive: “Yet every heart contains perfection’s germs” (Tuttavia ogni “cuore” contiene i germi della perfezione).

La lotta contro la tirannia è presente anche in “The Revolt of Islam” (1817), in cui Laon e Cynthia combattono inutilmente contro un crudele tiranno finendo arsi vivi sul rogo, ma sperando che il loro esempio possa incoraggiare altri a continuare la lotta per la libertà. Qui c’è in parte un atteggiamento meno ottimistico poiché, come accadde a molti poeti romantici, anche Shelley provò delusione e amarezza per il crollo degli ideali rivoluzionari dopo il regime del Terrore e l’imperialismo di Napoleone.

Il poeta, tuttavia, sempre in balia dei suoi stati d’animo, ritorna con entusiasmo al tema della libertà e alla fede nella rigenerazione dell’Umanità nel 1818 quando comincia scrivere un dramma lirico, “Promethus Unbound”, da molti considerato il suo capolavoro, in cui narra la storia del trionfo di Prometeo su Giove, simbolo della vittoria di ragione, amore e libertà su tirannia e oppressione.

Ispirandosi al “Prometeo Incatenato” di Eschilo, narra la storia di Prometeo che per aver donato il fuoco agli uomini, viene punito da Giove e incatenato a una roccia del Caucaso dove un’aquila gli divora continuamente il fegato. L’eroe (simbolo dell’Umanità) sopporta tutti i tormenti sapendo che cesseranno allorché Giove (simbolo del Male) sarà cacciato dalle forze del Bene, come predetto da una profezia sulla quale riesce a mantenere il segreto, malgrado torture e lusinghe da parte di Giove. La tragedia shelleyana, diversamente da quella di Eschilo, non si conclude con la riconciliazione tra Prometeo e Giove, ma con la caduta del tiranno che consente a Prometeo di riconquistare la libertà (in un’ ottica tipicamente romantica). Demogorgone (simbolo dell’Eternità, figlio di Giove e Teti) alla fine riuscirà a detronizzare Giove ed Ercole (simbolo della Forza) libererà Prometeo che sposerà Asia (simbolo della Natura), dando inizio al regno del Bene e dell’Amore sulla Terra. Ecco alcuni versi della parte finale:

To forgive wrongs darker than death or night
To defy Power, which seems omnipotent;
To love, and bear; to hope till Hope creates
From its own wreck the thing it contemplates;
Neither to change, nor falter, nor repent;
This, like thy glory, Titan, is to be
Good, great and joyous, beautiful and free;
This is alone Life, Joy, Empire, and Victory.

Come si legge nella biografia di Shelley, egli in effetti aveva iniziato a studiare letteratura e filosofia dell’antica Grecia con i suoi amici T. L. PeacocK e T. J. Hogg che definì quel periodo come “a mere atticism”, mentre Shelley manifestava continuamente la sua ammirazione per arte, letteratura, pensiero filosofico elaborati dagli antichi greci in piena armonia con la Natura. Per un difensore delle libertà umane come lui, inoltre, la Grecia era un paese che ai suoi tempi lottava per libertà e indipendenza contro la dominazione turca (a ciò dedicò due poesie: Ode to Liberty, Hellas). Fu però soprattutto l’abbagliante luce spirituale di Platone a influenzare il suo pensiero nella seconda fase: cominciò allora a intravedere al di là del sensibile una realtà perfetta, eterna, immutabile che lo induceva spesso ad una “evasione” dal mondo nei momenti di delusione e amarezza.

Come il prof. Elio Chinol afferma nel suo libro “P.B.Shelley”, la presenza di due tendenze legate agli stati d’animo si ripercuote anche sulle opere, per cui l’una lo porta a sperare nella possibilità di un mondo rigenerato, in un paradiso terrestre (Queen Mab, Prometheus Unbound, Hellas, Epipsychidion ecc.), l’altra invece prende il sopravvento quando la vita lo delude e sogna quindi una fuga dalla realtà, oppure vede la morte come un mezzo per raggiungere una Bellezza perfetta e trascendente (Hymn to Intellectual Beauty, The Magic Plant, The Witch of Atlas, Adonais, scritto per la morte di Keats, The Triumph oh Life, ultimo poemetto composto prima di morire ). Nelle sue bellissime liriche si rilevano le stesse caratteristiche, in particolare nel vagheggiare un perfetto ideale femminile.

Molti sono i simboli che rappresentano la sua “platonica” fuga dal sensibile, come boat (barca), isle (isola), the dream of life (il sogno della vita); altre termini invece simboleggiano la barriera che separa il sensibile dall’intelligibile, come veil (velo) o mask (maschera), cave (caverna) e vengono usati dal poeta in modo ricorrente per descrivere lo stato dell’anima incarcerata in un corpo e costretta a vivere in un mondo di ingannevoli ombre dal quale essa anela a fuggire, come nella ben nota allegoria platonica della caverna.

Ecco in breve alcuni versi: “My soul is an enchanted boat/ which, like a sleeping swan, doth loat/ upon the silver waves of thy sweet singing” (To One Singing), oppure “It is an isle under Ionian skies/ beautiful as a reck of paradise (Epipsychidion), e ancora “Death is a veil which those who live call life/They sleep and it is lifted” (Prometheus Unbound)).

Ci sembra giusto citare infine M. Praz che scrive in “Storia della letteratura inglese”: - Possente è lo slancio issionico del poeta, il cui canto sembra innalzarsi a spirale, per volute d’ immagini, dilatarsi in cerchi sempre più vasti, confondersi in uno splendore abbacinante -. E per descrivere tale slancio verso l’alto, forse i versi più appropriati sono quelli di “To a Skylark”, in cui l’allodola diventa un luminoso simbolo di bellezza, armonia e libertà. Il suo innalzarsi sempre più in alto nel cielo, come una nuvola di fuoco, richiama alla mente l’anima alata di Platone (descritta nel Fedro):

Hail to thee, blithe Spirit….
Higher still and higher
From the earth thou springest,
Like a cloud of fire…

 



  • P. B. SHELLEY E Il TEMA DELLA LIBERTÁ
    3 novembre 2014, di GiovannaDA

    Alcuni lettori hanno chiesto la traduzione della poesia "To a skylarK". Eccola:
    A un’allodola
    Salute a te, o spirito di gioia!
    Tu che non fosti mai uccello, e dall’alto
    del Cielo, o vicino, rovesci
    la piena del tuo cuore in generose
    melodie di un’arte non premeditata.
    Sempre più in alto, più in alto, ti vedo
    guizzare dalla terra, una nube di fuoco,
    e percorri con l’ali l’infinito azzurro,
    ti levi nell’aria cantando,
    e librandoti alta ancora canti.
    Nei bagliori dorati del sole
    che sta per tramontare, là dove
    s’accendono in alto le nubi
    tu corri e veleggi, una gioia incorporea
    che ha appena dato inizio alla sua corsa.
    La pallida sera di porpora
    attorno al tuo volo si scioglie;
    come una stella del Cielo nel colmo
    della luce del giorno tu resti
    completamente invisibile, eppure
    odo la tua felicità squillante, acuta
    come le frecce di quella sfera argentea
    la cui lampada intensa si sfoca
    nel bianco chiarore dell’alba,
    così che noi faticosamente
    la riusciamo a vedere, pur sapendo
    dove si trova. Della tua voce risuonano
    l’aria e la terra, come quando è limpida
    la notte e da una nube solitaria
    la luna piove i suoi raggi e n’è sommerso il cielo.
    Noi non sappiamo cosa sei, né a cosa
    più rassomigli. Dalle nubi accese
    dal colorato arcobaleno non si versa goccia
    che tanto splenda a vedersi come dalla
    tua presenza un rovescio di pioggia melodiosa.
    Sei come un poeta nascosto
    entro la luce del pensiero, un poeta che canta
    liberamente i suoi inni, finché il mondo
    entra in perfetto accordo
    con le speranze e i timori che prima ignorava;
    sei come una fanciulla di nobile nascita
    che acquieta nella torre di un palazzo
    la sua anima oppressa dall’amore,
    in un’ora segreta, con una musica dolce
    come l’amore stesso, e ne inonda la camera;
    sei come una lucciola d’oro
    in una piccola valle coperta di rugiada,
    che diffonde nascosta agli sguardi
    la sua aerea luminescenza
    in mezzo ai fiori e all’erba che la celano;
    sei come una rosa protetta
    dalle sue foglie verdi, violata
    dai venti caldi, finché il suo profumo
    illanguidisce con troppa dolcezza
    quei ladri dall’ala pesante;
    il suono dei rovesci della pioggia
    primaverile sull’erba scintillante,
    i fiori risvegliati dagli scrosci, e ogni cosa
    che sia stata felice e chiara e fresca
    la tua musica sempre la supera.
    Insegnaci, Spirito o Uccello,
    quali dolci pensieri sono i tuoi:
    io non ho mai udito una lode d’amore o di vino
    da cui fluisse così palpitante
    un simile celeste rapimento.
    Cori d’Imene o canti di trionfo
    paragonati al tuo non sarebbero altro
    che una misera vuota vanteria,
    cose in cui noi sentiamo si nasconde
    sicuramente un difetto.
    Quali ragioni sono la sorgente
    di questa tua felice melodia?
    Che prati, onde o montagne? Quali aspetti
    della pianura o del cielo? Che amore
    della tua stessa specie? Che ignoranza
    perfino del dolore? con la tua
    chiara ed acuta gioia non potrà mai esistere
    il languore, né un’ombra di noia
    mai t’è venuta accanto; tu ami, eppure mai
    hai conosciuto la triste sazietà d’amore.
    Che tu sia desta o in sonno, della morte
    devi considerare cose più vere e profonde
    di quanto in sogno gli uomini, altrimenti
    come potrebbero mai le tue note
    fluire in simili rivi cristallini?
    Noi guardiamo in avanti, guardiamo
    dietro di noi, e siamo tormentati
    da tutto ciò che non è: le nostre risa,
    anche le più sincere, nascondono la pena,
    e le nostre canzoni più dolci sono quelle
    che raccontano sempre il pensiero più triste.
    Anche se noi potessimo schernire
    odio paura e orgoglio, anche fossimo nati
    per non versare lacrime, non so
    come potremmo giungere alla tua stessa gioia.
    Più di qualsiasi misura di suoni deliziosi
    sarebbe adatta al poeta la tua maestria,
    più di qualsiasi tesoro nascosto nei libri,
    o tu che hai in dispregio la terra!
    E dunque insegnami almeno la metà
    di tutta quella gioia che conosci:
    dalle mie labbra allora fluirebbe
    una follia armoniosa, e finalmente il mondo
    ascolterebbe, proprio come me
    che sono qui in ascolto della tua.

    • P. B. SHELLEY E Il TEMA DELLA LIBERTÁ
      4 novembre 2014, di Marco

      Grazie per l’articolo e la traduzione! Viva la liberta’!