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RIFLESSIONI SUL FILM: CHE COSA RESTA DELLA RIVOLUZIONE

Sotto accusa la generazione del ’68
domenica 8 agosto 2021 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: CINEMA, Film


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Il film Che cosa resta della Rivoluzione, (Tout ce qu’il me reste de la révolution), basato sulla piece teatrale L’avantage du doute, Judith Davis, non solo regista ma anche sceneggiatrice e interprete della protagonista, Angele, pone domande in tono tragicomico, sollecitando riflessioni tra esplosione di rabbia, humour e grida di dolore, in una richiesta di chiarimenti alla generazione del ’68.

Urbanista trentenne sottopagata e sfruttata, figlia di genitori sessantottini, Angele vuole ancora lottare per quel “mondo migliore “ a cui essi aspiravano, ma che poi non hanno saputo difendere: incolpa la generazione del ’68 che ha abbandonato la lotta per una società più giusta e che ora sopravvive intrappolata nella nostalgia del passato, indifferente ai problemi dei giovani. In effetti Simon (Simon Bakhouce), il padre di Angele, ora si dedica a ricette di cucina; la madre Diane (Mirelle Perrier) un tempo fervente attivista, si è ritirata in campagna e la sorella Noutka (Melanie Bestel) ha sposato il reazionario Stephane (Nadir Legrand)che giudica i lavoratori dalla produttività. Anche l’amica Leonor (Claire Dumas) brava scultrice, ora per sopravvivere vende calchi di piedini di neonati come ricordo del lieto evento per i genitori.

Secondo la regista, insomma, le sinistre europee negli ultimi trent’anni sono state incapaci di difendere i lavoratori. Emblematica la prima scena che evidenzia l’imbarazzo dei dirigenti ex sessantottini costretti a licenziare Angele, sostituita da uno stagista schiavizzato, entrambi vittime del nuovo capitalismo globalizzato centrato sul profitto. Malgrado tutto, Angele continua a lottare a modo suo: legge l’elegia del perdente di Walt Whitman in una banca, disegna il dito medio sui poster della generazione Prozac e sui bancomat, crea un collettivo di disoccupati squinternati che si confrontano su ciò che accade nella società. Esilarante la scena in cui il preside di scuola Said (Malik Zidi) recita i versi di Allen Ginsberg che glorificano sia le parti del corpo che la gentilezza d’animo.

E in realtà quella del ’68 fu una vera e propria rivoluzione culturale dei giovani di tutto il mondo contro un sistema autoritario in politica, società, famiglia, fabbriche, scuole e università e, come in tutte le rivoluzioni, ci furono eccessi, estremismi, violenze e morti. Tanti giovani, tuttavia, allora pensarono davvero di poter cambiare il mondo con gli ideali di libertà, pace, democrazia, istruzione estesa a tutte le classi sociali, lotta per diritti dei lavoratori, pari opportunità, difesa dei diritti umani e civili di popoli e razze. Senz’altro dei risultati importanti furono raggiunti, ma poi chi inquinò e chi ancora oggi continua a inquinare quegli ideali? Chi costantemente spegne il desiderio di rinnovamento nei giovani di tutte le epoche? Quanti giovani di quei tempi furono integrati ed omologati e forse oggi sono diventati i peggiori denigratori di quegli anni? Quanti, purtroppo, diventarono terroristi? E infine perché non prendersela con la globalizzazione degli egoismi e degli interessi economici, non certo della solidarietà (secondo Papa Francesco)? Perché nel film non si parla di delocalizzazioni e slogan, quali “lean and mean” e “less is more”, che hanno cancellato welfare state e diritti conquistati dai lavoratori con dure lotte?

E’ difficile dare una risposta a queste inquietanti domande, poiché ognuno in fondo ha vissuto il ‘68 in modo diverso a seconda dell’età, della classe sociale, del suo particolare modo di essere. Ci fu il ‘68 dei giovani studenti borghesi, descritti da Bertolucci nel film “The dreamers” , quello delle classi più umili e degli operai, costretti a lavori alienanti, evidenziati da Elio Petri in “La classe operaia va in paradiso”, quello dei laceranti contrasti in famiglia, narrati dal più recente “Mio fratello è figlio unico” di D. Lucchetti, quello dei genitori e professori contestati e disorientati, e così via.

Ricordo che nel ’68 mi sono sposata in chiesa con tradizionale abito bianco e interminabile predica di zio Stefano, bonario frate domenicano, insegnavo già in una scuola di un quartiere povero e pertanto mi confrontavo con una dura realtà quotidiana. Ero, e sono tuttora, una persona tranquilla, di idee moderate, eppure non potei respingere il fascino di ideali positivi che mi servirono per avvicinarmi di più ai miei alunni, per insegnare in modo più creativo, per dialogare anche con ragazzi più difficili e comprenderne i problemi, conquistandomi stima e affetto.

La generazione del ’68 è stata spesso oggetto di giudizi contrastanti e forse è sbagliato sia esaltarla che addebitarle tutti i mali del presente: non abbiamo raggiunto ancora il giusto “distacco” per esaminare il fenomeno con obiettività.