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Rubrica: CULTURA |
GEORGE GORDON BYRON“Le rivoluzioni non si fanno con l’acqua di rose” (Lord Byron)
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venerdì 10 luglio 2026
Argomenti: Arte, artisti Chi era Byron? Un libertino? Un poeta maledetto? Sicuramente fu un ribelle che odiò l’ipocrisia della società inglese dell’epoca. Osò sfidarla e per salvarsi dovette fuggire dal suo paese. In Europa ebbe un grande successo e rappresentò la quintessenza “du mal du siècle”: ribellione, trasgressione, amore per la libertà, inquietudine e una sorta di ansia cosmica. Eroe tormentato e fatale, amorale, scettico e melanconico, visse spesso nel mondo come uno straniero, con una personalità fatta di un curioso miscuglio di opposti. Forse il vero Byron si scopre soprattutto nel suo diario e nelle lettere a parenti ed amici, in cui svela, con estrema sincerità, debolezze, dubbi, sofferenze e confessioni riguardanti la sua deformità fisica (era zoppo), l’infelice rapporto con la madre, il dolore per aver lasciato il suo paese. Nel suo diario, infatti, scrisse: “Né il fragore della valanga, né il torrente, né la montagna, né il ghiacciaio, né la foresta, né la nuvola hanno alleviato per un solo istante il peso che mi grava sul cuore, permettendomi di annegare lo sciagurato senso della mia identità nella maestà e nel potere e nella gloria di tutto ciò che mi sta intorno”. Anche nelle opere molti critici riscontrano notevoli contrasti, distinguendo in esse due fasi: nella prima (fino al 1816) prevale la poesia romantica mentre nella seconda predomina quella eroicomica e satirica che si rifaceva agli scrittori settecenteschi. Nato a Londra nel 1788 da Catherine Gordon, scozzese d’alto lignaggio, e dal capitano John Byron, detto Jack il pazzo, ebbe un’infanzia molto infelice sia per la suddetta malformazione fisica, sia per il carattere violento dei suoi genitori. Il padre, donnaiolo, litigioso, giocatore pieno di debiti, morì quando egli aveva solo tre anni, la madre, stramba ed isterica, spesso lo maltrattava: l’equilibrio psichico del bambino fu tanto compromesso da sfociare in seguito in un irrefrenabile bisogno di trasgressione. Byron studiò a Harrow e a Cambridge dove pubblicò il suo primo volume di versi “Hours of Idleness” e una violenta satira “English Bards and Scottish Revewers”, per reagire ad un’aspra critica di un giornale irlandese contro le sue poesie. Nel 1808 prese possesso di Newstead Abbey, un maniero normanno ereditato dal suo prozio, William, un originale misantropo che aveva lo strano hobby di allevare ed ammaestrare grilli. Nel 1809 Byron occupò il suo seggio alla Camera dei Lords e poi partì per il Grand Tour e, come tutti i nobili del suo tempo, visitò molti paesi europei e alcuni paesi orientali che gli ispirarono i primi due canti del poema “Childe Harold’s Pilgrimage”.
Qui Byron incontrò il poeta inglese P.B.Shelley che gli presentò sua cognata, Claire CLairmont, di cui egli s’innamorò e dalla quale ebbe anche una figlia, Allegra. In Svizzera scrisse il 3° canto del Childe Harold e il dramma Manfred, ispirato dal Faust goethiano. Viaggiò poi molto in Italia e si stabilì a Venezia, dove condusse una vita molto licenziosa e incontrò Teresa Guiccioli, sorella del conte Pietro Gamba, uno dei capi della Carboneria, che lo introdusse nella famosa società segreta. Falliti i moti del 1821, Byron seguì i Gamba a Pisa dove visse in grande amicizia con Shelley ed altri inglesi.
Patologicamente superstizioso, Byron credeva nei talismani, odiava il nero, non viaggiava di venerdì e non sopportava i pipistrelli perché secondo lui annunciavano sciagure. Sovente si ostinava ad attribuire valore di segni o di presagi ai fatti più banali ed insignificanti. Amava tutti gli animali, non solo quelli domestici. Quando era a Cambridge, aveva adottato un orso e lo portava a spasso per le vie della città. Nella sua casa veneziana circolavano pavoni, scimmie, cani, gatti, pappagalli e un corvo. Amò moltissimo il suo cane, Boatswain, e quando esso morì, scrisse sulla sua tomba “Boatswain possedeva la bellezza senza la vanità, la forza senza l’insolenza, il coraggio senza la ferocia, e tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi.” Una conclusione piuttosto amara da parte di un personaggio tormentato e pieno di contrasti che comunque amò molto la libertà e morì giovane combattendo per essa. E indubbiamente aveva ragione quando affermò in una lettera “le rivoluzioni non si fanno con l’acqua di rose”. Giovanna D’Arbitrio Diritti di copyright riservati |