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Rubrica: CULTURA


EMOZIONI E STATI D’ANIMO. LE LIRICHE DI P.B. SHELLEY

“Tutto di Shelley è consumato, tranne il cuore che non volle ardere.” (G. Byron)
domenica 5 luglio 2026 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Arte, artisti


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Ho sempre amato la poesia che per me è sempre stata una specie di oasi per allontanarmi dal caos del mondo esterno

E ho sempre pensato che la vera Arte riesca a suscitare negli esseri umani intense emozioni, risvegliando in modo misterioso sopite aspirazioni dell’anima col suo magico richiamo, un richiamo capace di estendersi e dilatarsi al di là del tempo, attraverso i secoli, con messaggi universali di oggettiva, eterna Bellezza. La poesia lirica, in particolare, espressione più intima dell’anima dei poeti, mi coinvolge sempre a livello emotivo, come spesso accade alle persone portate all’introspezione, forse per un eccesso di sensibilità.

Così accadde anche quando all’università studiai le liriche del poeta inglese Percy Bysshe Shelley, mi emozionai come una romantica fanciulla dell’800 e ancora oggi l’anima del poeta arriva fino a me con i suoi bellissimi versi. Su Shelley ho già scritto diversi articoli anche su Scena Illustrata. E qui ne ripropongo in parte uno proprio sulle sue liriche, partendo da un breve excursus di vita e opere

“Vissuto tra il 1792 e il 1822, Shelley subì l’influsso degli ultimi bagliori dell’illuministica Dea Ragione, ma ancor più sentì il possente fascino dell’Immaginazione, la nuova divinità dei Romantici. Affermò, pertanto, nella sua “Defence of Poetry”, che la poesia è espressione del potere creativo dell’immaginazione e il poeta è “come un usignolo che canta nell’oscurità per alleviare la sua solitudine con dolci suoni”.

Mi colpirono subito alcuni aspetti della sua vita che si ritrovano anche nelle opere: i contrastanti stati d’animo, la “platonica” ricerca di una donna ideale, la sua “primitiva” visione della Natura, sempre animata dagli Elementi (terra, acqua, aria e fuoco), la costante lotta contro ogni forma di tirannia in difesa della libertà, esaltata nel dramma lirico “Prometeus Unbound” e in altre opere (scritte sotto l’influsso del filosofo radicale, William Godwin, padre della sua seconda moglie, Mary).

Come un eterno adolescente, visse la sua breve ma intensa vita tra slanci pieni di entusiasmo e amare delusioni, mutevoli stati d’animo e forti emozioni che si riversarono con sconcertante sincerità soprattutto nelle stupende liriche e che, come un diario personale, segnano il suo percorso terreno. Ne scrisse tante, ma le migliori furono composte tra il 1818 e il 1822 in Italia, un paese in cui scelse di vivere( come i suoi amici George Byron e John Keats), quando la conformista società inglese lo rifiutò, dopo la sua fuga romantica con Mary Godwin verso il Continente e l’abbandono della moglie Harriet Westbrook e dei figli, Janthe e Charles. I In effetti dopo il donchisciottesco matrimonio con Harriet, sposata per pietà, per tutta la vita Shelley inseguì una donna ideale, una sorta di “platonica” creatura di luce, come afferma il prof. Elio Chinol “un ideale vagheggiato, piuttosto che passione vissuta. Tutte le donne sono la stessa donna. Che canti di Costantia (Claire Clairmont), di Emilia (Teresa Viviani) o di Jane (Jane Williams) o altre, è sempre la stessa donna che canta, lo stesso ideale”. Quando la realtà lo delude, egli spesso si chiude in un mondo ideale fatto di aeree, delicate visioni e di magica bellezza. Scrive così i poemetti Epipsychidion, the Witch of Atlas, The Sensitive Plant.

Nelle bellissime liriche, dedicate a Jane Williams, To Jane: the invitation e To Jane: the recollection, l’atmosfera è quella di un paradiso terrestre pieno di luce, gioia, armonia, silenzio e pace, racchiuso in un cerchio di “thrilling silent life” (vibrante silente vita):

A magic circle traced, A spirit interfused around, A thrilling, silent life.

La Natura è un altro tema importante delle liriche. Gli elementi del paesaggio diventano parte attiva accanto agli esseri umani o sono in perfetta fusione con essi e talvolta si animano perfino, diventano personaggi, come il Vento dell’Ovest (Ode to the West Wind).che è uno “Spirit fierce”, uno Spirito selvaggio, che dona la vita solo attraverso la morte, trascina le foglie appassite verso la terra, la loro tomba, ma nello stesso tempo trasporta i “semi alati”, germi della futura vegetazione che la primavera farà sbocciare: O Wind, if Winter comes, can Spring be far behind? Anche la Nuvola, nella poesia The Cloud, è una creatura, mutevole e capricciosa, che canta la libera gioia dei suoi fantastici viaggi celesti e delle sue trasformazioni: dona un’ombra leggera alle foglie immobili nei loro sogni meridiani o la pioggia ai fiori assetati, si tramuta in furia minacciosa come grandine che di nuovo poi essa dissolve in pioggia, ridendo nel fragore del tuono:

then again I dissolve it in rain And laugh as I pass in thunder

Un altro sogno di libertà e felicità è To a Skylark, in cui l’allodola è salutata come un “ Gioioso Spirito”, che col suo canto melodioso sparge un benefico influsso sul mondo e il suo innalzarsi sempre più in alto nel cielo, come una nuvola di fuoco, richiama alla mente l’anima alata di Platone (descritta nel Fedro):

Hail to thee, blithe Spirit…. Higher still and higher From the earth thou springest, Like a cloud of fire….

In altre liriche, come Arethusa, Hymn of Pan, Hymn of Apollo, Shelley rielabora vecchi miti, ricreando l’armoniosa atmosfera dell’antica Grecia con versi delicati ed espressivi, in una perfetta fusione di suono e senso, come nell’inno di Pan:

I sang of the dancing stars.... And Love, and Death, and Birth...

Belle anche le liriche tristi (Autumn: a dirge, Death, Evening: Ponte a Mare, Pisa, ecc.)che furono scritte in stati di “dejection”, cioè di profonda depressione nei momenti tragici della sua vita: adolescente spesso solo e incompreso, ebbe poi una difficile vita amorosa, segnata da un matrimonio sbagliato che si concluse con il suicidio di Harriet, la perdita dei figli che la legge non volle affidargli, il rigetto della società inglese, il crollo dei suoi ideali politici. Giunto in Italia per curare la sua fragile salute (soffriva di etisia), affrontò altri problemi, come il dolore per la morte di Keats, al quale dedicò il poemetto Adonais.

Solo la natura felice, in quei momenti cupi, sembra addolcire la sua disperazione che si stempera in un profondo senso di rassegnazione, un desiderio di addormentarsi tranquillamente come un bambino stanco, mentre il mare canta la sua ultima nenia alla mente che si spegne. Nascono così gli stupendi versi di Stanzas Written in Dejection near Naples:

I could lie down like a tired child And weep away a life of care.... Till death like sleep might steel on me And breath over my dying brain its last monotony. il mare che egli amava tanto realmente lo ghermì in un ultimo abbraccio l’8 luglio del 1822, quando il suo yacht, “Don Juan”, fu travolto dalle onde durante una tempesta. Il suo corpo fu ritrovato a Viareggio e venne cremato sulla spiaggia alla presenza di Byron che così scrisse: “Tutto di Shelley si è consumato, tranne il cuore che non volle ardere”

Concludo l’articolo con le stesse parole con le quali ho iniziato il mio scritto, parole che sembrano simbolicamente ben rappresentare il mio poeta preferito.

Giovanna D’Arbitrio

 

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