Tratto dalla commedia shakespeariana “Le allegre comari di Windsor”, il Falstaff di Davide Sacco è stato riscritto in modo contemporaneo, fondendo nel personaggio i due archetipi teatrali: il Falstaff di Shakespeare e il Don Giovanni di Molière. L’impostore burlesco shakespeariano e il seduttore impenitente molieriano diventano un’unica figura, dando vita a un personaggio inedito che porta in sé entrambe le tradizioni, un uomo che si serve della parola, della seduzione e dell’inganno per vivere, convinto di sfuggire sempre alle conseguenze delle sue azioni.
Sir John Falstaff è un affabulatore instancabile, un seduttore fuori tempo massimo, un debitore cronico che ha trasformato l’inganno in stile di vita. Attorno a lui si muovono una galleria di personaggi grotteschi e realistici: servi complici e traditori, creditori manipolabili, mariti ossessionati, e soprattutto due donne — Margaret e Alice — che incarnano l’intelligenza delle Comari di Shakespeare e smascherano Falstaff usando l’arma più temibile contro chi vive di vanità: il ridicolo.
In scena lo spazio diventa simbolico, la pedana circolare è un’arena, un palco e infine una trappola, Falstaff è sempre al centro, sempre visibile, incapace di fermarsi, forse perché fermarsi, per alcuni, significa sperimentare il vuoto, la solitudine, la morte.
Il regista sceglie di abbattere la quarta parete. Il teatro non è più un luogo neutro dove si osserva la storia, lo spazio scenico diventa come un’aula di tribunale dove il pubblico è chiamato a giudicare Falstaff che si difende arringando la platea. Lo spettatore non è passivo, diventa una parte attiva del processo, innesca, come nota lo stesso regista, una complicità scomoda: mentre Falstaff mente e si giustifica, ci si ritrova quasi a tifare per lui.
Questo Falstaff non è solo un buffone: dietro l’ironia e gli inganni affiora la paura del tempo che passa, della solitudine, del conto che prima o poi arriva. Il pubblico riconosce nel personaggio una modernità sorprendente, tifa per lui ma ne attende la caduta, forse come ha suggerito il regista, per vedere se in lui c’è ancora qualcosa di umano da salvare come in ognuno di noi.
La commedia umana mostra il ridicolo e il tragico, facce di una stessa medaglia. La novità è di tono oltre che formale, due testi del passato si fanno da specchio e narrano qualcosa di molto contemporaneo: l’illusione di poter vivere senza mai pagare il prezzo delle proprie scelte.
Emilio Solfrizzi è convincente e generoso nella parte del protagonista, ben sostenuto da Giorgio Borghetti, Matteo Mauriello, Cristiano Dessì, Ivan Olivieri, Claudia Ferri e Marika De Chiara.