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Ettore Scola a Palazzo Braschi

l’umanista che ha saputo disegnare l’anima degli italiani
lunedì 4 maggio 2026 di Roberto Benatti

Argomenti: Arte, artisti


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Esistono registi che filmano la realtà e registi che, prima di filmarla, la osservano con la matita in mano, ne studiano i tic, ne tratteggiano le debolezze con la precisione di un antropologo e l’ironia di un caricaturista. Ettore Scola apparteneva a questa rara stirpe di artisti completi.

A dieci anni dalla sua scomparsa, Roma torna a riabbracciarlo con la grande mostra "Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati", ospitata nelle sale del Museo di Roma a Palazzo Braschi dal 2 maggio al 13 settembre. Un titolo che è una promessa: l’eredità del Maestro non ha mai smesso di parlarci, e oggi lo fa attraverso un percorso immersivo curato dalla figlia Silvia Scola e da Alessandro Nicosia.

Per un blog d’arte, l’aspetto forse più affascinante di questa esposizione è la riscoperta di Scola come disegnatore. Prima di approdare dietro la macchina da presa, Scola è stato una delle matite di punta del leggendario giornale satirico Marc’Aurelio. In mostra, bozzetti e vignette non appaiono come semplici curiosità, ma come vere e proprie "sceneggiature visive".

In quegli schizzi si scorgono già i volti che avrebbero popolato capolavori come Brutti, sporchi e cattivi o C’eravamo tanto amati. È qui che nasce il suo sguardo: un’estetica che unisce la satira giornalistica alla pittura sociale, trasformando il difetto fisico in un tratto del carattere e la caricatura in una profonda indagine psicologica.

Il percorso espositivo si snoda attraverso tre nuclei tematici che restituiscono la complessità di una vita dedicata allo sguardo:

1. L’Uomo: Dalle radici a Trevico all’arrivo nel quartiere Esquilino a Roma. È la sezione degli affetti e della formazione, dove emergono i legami con giganti come Fellini, Steno e Sordi. Qui si comprende come il giovane sceneggiatore sia diventato il testimone civile dell’Italia del dopoguerra. 2. L’Artista: Un focus sulla sua capacità di passare dalla parola (lo sceneggiatore) al segno (il disegnatore) fino al movimento (il regista). Tra i cimeli più emozionanti, spiccano la sua macchina da scrivere, le sedie da set e un oggetto dal valore feticistico per ogni cinefilo: il trench indossato da Federico Fellini nel cameo di C’eravamo tanto amati. 3. Roma: Il legame con la Capitale è viscerale. Per Scola, Roma non è mai stata una scenografia immobile, ma un organismo vivo. La mostra racconta una città indagata senza filtri, dalle periferie degradate alle terrazze intellettuali, specchio fedele delle trasformazioni sociali del nostro Paese.

L’esposizione attinge a piene mani dall’Archivio della famiglia Scola, portando alla luce manoscritti, fotografie e appunti personali mai esposti prima. Questo materiale dialoga con i preziosi prestiti di Rai Teche e dell’Archivio Luce, creando un corto circuito tra memoria privata e collettiva.

Ad arricchire l’esperienza, il catalogo edito da Silvana Editoriale raccoglie le voci di chi lo ha amato e seguito, come Fanny Ardant, Giuseppe Tornatore e Dacia Maraini, trasformando il ricordo in una riflessione viva sul ruolo della cultura oggi.

Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati non è solo una mostra per appassionati di cinema; è un’occasione per riflettere su come l’arte possa raccontare la storia "dal basso", attraverso le fragilità, l’amore, la vecchiaia e la politica vissuta quotidianamente. Visitare questa mostra a Palazzo Braschi significa immergersi in quel "racconto popolare" di cui Scola è stato maestro: un mix perfetto di riflessione critica e leggerezza che ci ricorda perché, a dieci anni di distanza, sentiamo ancora la sua voce sussurrarci all’orecchio la verità su chi siamo.

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